CARO GILBERTO, TI RICORDO AL MIO FIANCO A TREVIGLIO, INSIEME CONTRO L’ITALIA

gilberto-oneto-trevigliodi ALESSANDRO VITALE

Scrivere un ricordo di Gilberto Oneto in questi giorni, a poca distanza dalla sua prematura scomparsa, è stato difficile. Avrei voluto farlo di getto, ma le emozioni che quella dipartita suscitava, il senso di impotenza e di vuoto – al solo pensiero di non poterlo più incontrare e discutere con lui di temi di notevole profondità, come negli ultimi ventitre anni e nell’ultima, bella conferenza comune a Treviglio (foto), organizzata da Leonardo Facco – impedivano il ragionamento.

Inoltre, erano e rimangono molti gli aspetti rilevanti da ricordare della sua figura, della sua opera di scrittore e polemista acuto e curioso, di osservatore e di uomo d’azione libero e anticonformista, capace di prendere di petto e di smontare luoghi comuni, mitologie inconsistenti, apologie dilaganti, frasi fatte e ipocrisie, che abbondano in questo Paese.

La sua instancabile voglia di conoscere, approfondire, studiare, lo portava a muoversi in campi lontani dalla sua specializzazione o solo parzialmente adiacenti, ma i suoi scritti lasciavano sempre un segno perché, venendo al dunque, contenevano tesi forti e dirompenti, appoggiate da una quantità di dati e di prove minuziosamente raccolte. Negli ultimi anni, nonostante la malattia, aveva intensificato il suo lavoro intellettuale e la sua opera di scrittore, quasi che sentisse di dover “fare in fretta”, di arrivare prima dell’ombra che lo inseguiva, di quella “chiamata del reggimento all’alba”, come diceva Dino Buzzati. Al suo lavoro continuo, serio e intenso, mescolava tuttavia una costante ironia, che esplodeva nelle conferenze pubbliche, con gran diletto degli uditori. Un umorismo che gli derivava dalla sua vivacità intellettuale, dalla sua bontà d’animo e dalla capacità di saper cogliere il farsesco nei paludati miti dello statalismo unitario italiano, dalla sua indipendenza e dalla sua dignità di uomo che ragiona con la sua testa, dalla sua coscienza di rappresentare e difendere identità calpestate dalla centralizzazione statale con pluridecennali soprusi. Istanze che con anticipo aveva saputo cogliere nella loro rinascita storica, da pochi prevista, in quegli anni Novanta fatti di grandi speranze e di profonde disillusioni.

In questo assomigliava a Gianfranco Miglio, al quale era molto legato da affetto filiale, vicinanza e ammirazione e dal quale otteneva in cambio amicizia sincera, considerazione e rispetto. Di Miglio aveva colto la profondità di pensiero, il suo legame con le terre padano-alpine, l’insofferenza per l’artificiale e ottocentesca farsa delle regioni, per un sistema politico tirannico, corrotto, distruttivo e corruttore della dignità dei popoli della penisola. Oneto faticosamente ne raccolse, dopo la scomparsa, i suoi scritti frammentari degli ultimi dieci anni (quelli del tentativo di una radicale riforma federale e del corrispondente, duro ostracismo accademico, al quale non erano estranei anche suoi pseudoallievi), che ancora oggi sono un documento per gli studi in materia.

Avendo collaborato con entrambi, il confronto ideale e intellettuale mi riesce agevole e ancora commuovente. I suoi scritti sulla “questione settentrionale”, sul concetto di Padania (un’aggregazione possibile, volontaria, federale e giustificata da ragioni identitarie ed economico-sociali imparagonabili con l’inconsistenza di quelle dell’Italia-Stato), sulle ragioni dell’autogoverno, sul determinante ruolo delle dimensioni delle comunità politiche per la libertà individuale, sulla frammentazione politica che è stata alle radici della ricchezza storica, culturale, civile e materiale dell’Europa, sulle farsesche mitologie nazionali e sulla tragedia della Grande guerra come strumento di legittimazione dell’unità forzata, sono un suo lascito permanente, di grande interesse. La sua partenza tuttavia lascia molta amarezza.

Innanzi tutto perché non potremo mai leggere quello che – in età non così avanzata – avrebbe ancora potuto scrivere e comunicarci. Poi perché, ancor più del periodo nel quale Miglio concluse la sua esperienza terrena, si lascia alle spalle, nelle terre padano-alpine, che tanto amava – senza averne visto una rinascita – una realtà devastata, fatta di decadenza, impoverimento materiale e civile, de-industrializzazione, corruzione dilagante e immani sprechi. È il quadro di un inarrestabile declino e di una quotidianità faticosa, umiliante, dipendente da una restaurazione politica e da vessazioni continue, da una rapina sistematica di risorse, da soprusi di sfacciate caste parentali, da obbedienza prona a classi politico-burocratiche irresponsabili e fameliche, da mancanza di coraggio e dignità e da un’apatia e da un conformismo intellettuale senza pari.

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