DON BENIAMINO, CON LUI LA STORIA DIVENTA LIBERA ED AUTOREVOLE

A colloquio con Beniamino Di Martino, direttore di StoriaLibera, che invita la Chiesa a confrontarsi senza pregiudizi con le più serie teorie economiche e sociali. E per quanto riguarda l’immigrazione? Bisogna imparare dagli errori. Anche perché il declino della cristianità è la causa dei problemi dell’Occidente 

di GIUSEPPE MARASTI* (Economia Italiana)

donbeniaminoBeniamino Di Martino è sacerdote della diocesi di Sorrento-Castellammare (Napoli) e dirige una rivista scientifica, StoriaLibera, semestrale online di indubbia autorevolezza. I suoi interessi scientifici predominanti sono di natura teologica, storica ed economica. In particolare si distingue, all’interno del panorama ecclesiale, per essere un pensatore liberale e un sostenitore del libero scambio, inteso come l’unico sistema economico non solo in grado di garantire le migliori performance tecniche, ma anche uno sviluppo integrale della persona umana.
Questo impegno teorico è sopraggiunto di recente, da quando cioè, dopo molti anni trascorsi ad adempiere il ministero pastorale in varie parrocchie dell’hinterland napoletano, il suo vescovo gli ha chiesto di conseguire il dottorato di ricerca e di dedicarsi all’insegnamento. In poco tempo, don Di Martino ha così prodotto una decina di testi e una quarantina di saggi scientifici che abbracciano diversi temi, uniti da un interesse di fondo: il confronto tra teologia cattolica e pensiero liberale.
Lo abbiamo intervistato.

Don Di Martino, lei è un esperto di storia americana, tema al quale ha recentemente dedicato un paio di conferenze milanesi. È dunque d’obbligo una riflessione sulle recenti elezioni presidenziali, da molti presentate come “storiche”. Le chiediamo: è d’accordo, vede qualcosa di speciale nel confronto Trump-Clinton, oppure si è trattato di una tornata come le altre?
«Nel gioco della politica moderna, ogni tornata elettorale, ciascuna al suo livello, è uno scontro forte perché ciò che è in discussione è sempre la concezione dell’uomo che si intende proporre. Ma molto più di ogni altra campagna elettorale, questa era davvero epocale perché aveva un significato per l’intero Occidente. Il risultato più probabile avrebbe dovuto ratificare la fine irreversibile del cosiddetto eccezionalismo americano e il suo riassorbimento nella politica social-democratica europea».

Quali sono le maggiori implicazioni della vittoria di Trump, dal punto di vista della politica economica e di quello delle relazioni politiche internazionali? Abbiamo evitato un conflitto con la Russia, cui la Clinton sembrava tendere?
«Ritengo che l’elezione di Trump sia uno di quegli eventi che dovrà essere a lungo studiato. Ad attenderlo ci sarà un duro lavoro e una strada in salita sia per la politica economica sia per le scelte nelle relazioni internazionali. Quanto alla prima, sarà quanto mai difficile, anche per un imprenditore, liberarsi da alcuni dogmi protezionistici, ma la consapevolezza della necessità di un abbattimento della pressione fiscale è incoraggiante. Quanto allo scenario internazionale, giudico positivamente il promesso disimpegno degli USA. La pace è meglio assicurata con la facilitazione degli scambi commerciali che con le basi militari. Anche nei confronti della Russia credo sia salutare l’abbassamento della temperatura politica il cui aumento chissà dove ci avrebbe condotto».

I media sono rimasti molto sorpresi dal risultato e, ancora una volta, le élites mal digeriscono un esito contrario ai propri desideri. La democrazia americana si sta europeizzando, nel senso che si sta arricchendo di connotati tipicamente ideologici?
«Sì ed è un processo che va avanti da decenni, ma che la sconfitta dei Clinton mette in crisi. Pensiamo agli endorsement ricevuti da pressoché tutti gli opinion makers (mentre Trump non aveva neanche quelli del partito repubblicano). Giornalisti ed intellettuali sembrano più interessati a determinare e a trasformare la realtà che a voler conoscerla e leggerla. È sorprendente, però, la distanza tra questo establishment e la società viva. Penso anche al voto di giugno nel Regno Unito. Un anno politicamente sorprendente: dalla Brexit a Trump».

Veniamo ora al suo impegno di natura accademica. Nel 2015 ha pensato di fondare StoriaLibera, rivista che tratta scienze storiche e sociali. Perché?
«Questa rivista ha una sua anticipazione in un precedente portale di opinione che aveva lo stesso nome. Un’iniziativa di rilievo (considerando i numerosi visitatori) che ha avuto una dozzina di anni di attività sul web. A fine 2014, percepii che era venuto il momento di impostare diversamente la partecipazione al dibattito culturale. È nata, in questo modo, una rivista scientifica il cui settore di competenza è quello delle “scienze storiche e sociali”, così come è riportato nel sottotitolo della testata».

A chi è rivolta?
«StoriaLibera vorrebbe ritagliarsi uno spazio tra le riviste lette in ambito accademico. Per il campo di interesse specialistico, i lavori contenuti in StoriaLibera non sono, infatti, rivolti a destinatari generici, ma ad esperti delle discipline storiche e sociali. Tuttavia, il linguaggio utilizzato rende gli articoli accessibili ad una cerchia di lettori più vasta e che si estende a tutti i cultori di questi ambiti».

Lei è un sacerdote che pensa in proprio e si occupa spesso di economia e di politica. Forse sarebbe ora che all’interno della Chiesa si approfondissero nel concreto anche questi temi veramente importanti?
«Sicuramente. Se non mancano prese di posizione ed interventi, enunciazioni ed insegnamenti in materia sociale, economica e politica, è anche vero che si sente la mancanza di una riflessione profonda e di un approccio razionalmente giustificabile. L’impressione che si offre è di dare risposte limitate al piano sentimentale, troppo spesso motivate più dal desiderio di non far mancare la propria voce che dal dovere di meditare con attenzione sulle conseguenze di alcune affermazioni».

I suoi lavori sulla Dottrina Sociale della Chiesa appaiono tutt’altro che apologetici. Infatti, in un recente volume (La Dottrina Sociale della Chiesa. Principi Fondamentali, ed. Nerbini, 2016) lei rileva alcuni caratteri contraddittori dell’elaborazione sociale cattolica. Ad esempio, la relazione, talvolta equivoca, tra solidarietà e sussidiarietà, il problema della DSC come terza via… Ma, soprattutto, il trattamento equanime riservato a comunismo e capitalismo. Quindi come sintetizzerebbe il suo giudizio sulla Dottrina Sociale della Chiesa?
«In estrema sintesi, potrei dire che l’intero insegnamento sociale cattolico può essere interpretato tanto come un grande movimento in difesa della persona e un baluardo contro le pretese invadenti dello Stato, quanto come una tensione verso il bene comune e un’invocazione alla realizzazione di una problematica giustizia sociale il cui attore principale (se non spesso unico) sembra essere indicato proprio nel medesimo Stato. Da questa ambivalenza di fondo scaturiscono sia confusioni che legittimano ogni tipo di lettura e di appropriazione sia antinomie assai difficili da sciogliere».

Lei parla spesso di “moralità” del mercato, intendendo il libero mercato come l’unica istituzione economica in grado di portare ad uno sviluppo integrale dell’uomo, anche secondo una prospettiva cristiana. Ci spiega?
«Provo a farlo in poche battute. Considerare il mercato solo il sistema economico più efficiente è riduttivo perché ciò che chiamiamo libera economia di impresa è innanzitutto un ordinamento sociale indispensabile per il benessere e il progresso dell’uomo. Scriveva von Mises: “il mercato, nel senso più ampio del termine, è quel processo che abbraccia tutte le azioni volontarie e spontanee degli uomini. È il regno dell’iniziativa umana e della libertà, il territorio su cui prosperano tutte le conquiste umane”. Se, quindi, l’economia di libera iniziativa individuale non è solo da interpretare come un sistema per massimizzare il profitto, ma innanzitutto un ordinamento necessario e insostituibile per realizzare una società libera, allora si comprende quanto sia mortale il tentativo mirante a screditarne i postulati. O, ad esempio, a fraintendere il significato della libertà individuale o della competizione (non solo commerciale). A questo proposito von Hayek affermava che “il sistema di concorrenza è il solo sistema adatto a minimizzare il potere dell’uomo sull’uomo”. Allora si comprende come l’immoralità sia, piuttosto, contenuta in ogni tentativo di aggredire e di avvilire l’anelito alla creatività e alla libertà».

Quali dovrebbero essere i princìpi guida nell’elaborazione di una nuova teoria economica “cattolica”?
«Più che una nuova teoria economica “cattolica”, a mio avviso, occorrerebbe che i cattolici ‒ ad iniziare da coloro che sono più impegnati nel dibattito pubblico, culturale e scientifico ‒ si preoccupassero di confrontarsi con maggiore obiettività e senza pregiudizi con le più serie teorie sociali ed economiche. Purtroppo per queste, esse patiscono una qualche forma di emarginazione che si traduce in un isolamento di coloro che le sostengono. Se mi chiede a chi mi riferisco, le rispondo che penso agli studiosi che si rifanno alla Scuola Austriaca di economia, nella linea di Menger, Mises, Hayek, Rothbard. E se mi chiede a quale forma di emarginazione alludo, le dirò che è quella che scontano le impostazioni che sembrano essere poco di moda o le impostazioni più razionali che sentimentali».

Lei vede buoni e capaci economisti nel mondo cattolico in grado di dialogare con la comunità scientifica internazionale?
«Quelli che vanno per la maggiore non mi convincono. I nomi più “gettonati” sono portatori più di slogan che di analisi serie. Accanto ad essi, vi sono alcuni studiosi di sicuro spessore, ma finiscono, sovente, per essere oscurati dai primi».

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24). Una “parola” essenziale per comprendere il rapporto di Gesù con la ricchezza. Come interpretarla?
«Il primo criterio ermeneutico-interpretativo è quello di evitare di assolutizzare singoli aspetti che possono apparire parziali prescindendo dal contesto. La metafora del cammello è riportata dai Vangeli a proposito dell’incontro di Gesù con il “giovane ricco”. L’immagine che Gesù adotta è, inevitabilmente, di grande effetto, ma anche di difficile esegesi. In un mio testo, propendo nel ritenere che Gesù abbia utilizzato (in questo caso come in altri) un linguaggio cosiddetto iperbolico, teso cioè ad amplificare il più possibile il rilievo della realtà enunciata».

La questione dei beni materiali nel Nuovo Testamento è complessa e comunque è dibattuta fin dall’antichità. Un primo gruppo di brani sembra suggerire che la povertà materiale sia una specie di requisito indispensabile per la salvezza; il secondo gruppo vede nelle ricchezze solo un serio ostacolo, un peso di cui è bene non caricarsi troppo. C’è poi un terzo gruppo di testi della Scrittura dove invece la condanna è unicamente per la disonestà e per l’idolatria della ricchezza. Un quarto e ultimo gruppo dove i beni materiali sono valutati in maniera positiva, quali talenti da valorizzare. Lei cosa pensa?
«Vedo che ha letto i miei scritti. Ho avanzato, infatti, questa ipotesi quadripartita in un libretto di esegesi biblica (Povertà e ricchezza. Esegesi dei testi evangelici, Editrice Domenicana Italiana, 2016) pensato allo scopo di sbrogliare una matassa assai complicata per il credente o anche per il semplice lettore dei Vangeli. La conclusione a cui giungo è l’esistenza, nella redazione dei Vangeli, di almeno quattro prospettive, adeguatamente distinte e che vanno tenute complessivamente presenti. Un altro lavoro propriamente interpretativo (La virtù della povertà. Cristo e il cristiano dinanzi ai beni materiali, di imminente pubblicazione) prova a sviluppare una risposta esaustiva, mettendo insieme la lettura evangelica e l’esperienza di vita cristiana».

Per quanto riguarda la politica, lei sottolinea la differenza tra Stato e Governo nei rapporti sovra-individuali e si sofferma su cosa può essere definita un’autorità naturale. In altre parole?
«L’uomo non può vivere solitariamente; la sua natura sociale sta a ricordarcelo. Impropriamente ciò ha legittimato lo Stato che, invece, va considerato il più forte nemico degli ordinamenti naturali. Ciò che è naturale, in linea con la socialità dell’uomo, sono i modi con cui gli uomini si consociano per meglio aiutarsi (il libero scambio è una forma efficacissima di cooperazione) e per garantirsi migliore sicurezza. Il Governo (o, meglio, “l’autogoverno”) nasce in questo modo. Ciò che, invece, chiamiamo Stato è quella particolare forma di organizzazione politica che si ritiene eticamente autosufficiente ed auto-fondata sia rispetto ai postulati della sua autorità sia rispetto alla produzione della legislazione. Si potrebbe dire che se non ogni Governo è Stato, lo Stato (autoritario o democratico che sia) è quel Governo che si considera assoluto. In parole più semplici: il Governo naturale ha funzioni molto limitate mentre lo Stato è un Governo che ritiene se stesso tendenzialmente illimitato. O ancora: un Governo legittimo è creato per difendere la proprietà individuale mentre lo Stato è tendenzialmente nemico della proprietà privata».

Sul tema dell’immigrazione si è espresso più chiaramente Papa Francesco in occasione del suo rientro dalla Svezia dicendo, sostanzialmente, che bisogna accogliere tante persone fino a che si è in grado di sostenerle e di integrarle. Precisazione tardiva?
«È sempre bene imparare dagli errori. Soprattutto quando in forza di questi si innescano conseguenze terribili. Penso anche ai tanti rischi cui si espongono coloro che tentano l’approdo in Europa contando su una sicura accoglienza e sull’assistenza offerta loro da parte degli Stati occidentali».

L’Italia e l’Europa ospitano diversi milioni di immigrati, i più di fede musulmana. Non crede che ciò possa rappresentare l’inizio di grandi problemi per la cristianità, già in forte difficoltà se non in declino?
«Sì, ma è esattamente il declino della cristianità ad essere causa dei problemi dell’Occidente».

Quali proposte farà, anche attraverso la sua rivista, per un’economia più sana, per una finanza più controllata e per una migliore difesa delle nostre tradizioni e della nostra cultura cristiana?
«Turgot, nel tentativo di salvare la Francia della fine del secolo XVIII sosteneva che “la politica da attuare è quella di seguire il corso della natura, senza la pretesa di dirigerlo”. Credo che una tale impostazione rappresenti un indispensabile terreno di confronto su temi economici e sociali, ma costituisca anche una formidabile occasione per riflettere e far riflettere sul rifiuto della nozione di natura e sul sopravvento della dimensione ideologica. Ciò comporta un ripensamento del processo di sovversione della nostra civiltà e delle sue radici. L’economia è l’ambito scelto per verificare sia la necessità del ritorno al diritto naturale sia la disgregazione che ci aspetta come esito del tentativo di alterare la natura delle cose. “Quando lo schema dei teorici vuole imporsi alla natura, il risultato è sempre la rovina e la miseria», come riconosceva Pierre Gaxotte, uno dei più brillanti storici della Rivoluzione francese (tanto per ricordarci come finì il mancato ascolto del consiglio di Turgot)».

QUI IL LIBRO SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE di Don Beniamino di Martino

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