UN FUTURO FATTO DI CITTÀ PRIVATE AL POSTO DEGLI STATI DEMOCRATICI

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di ARTURO DOILO Il primo ad aver parlato di “privatopie” in Italia è stato Guglielmo Piombini, in un libro edito dalla Leonardo Facco Editore intitolato “Privatizziamo il chiaro di luna”. Correva l’anno 1996! Un altro testo in lingua italiana che ha trattato, con dovizia di particolari, l’idea di vivere in città private è quello di Fred Folvary, “Beni pubblici e comunità private”, in cui l’autore sovverte l’idea che sia ovvio che strade, parchi, dighe o i servizi anti-incendio debbano essere appannaggio dello Stato. Macché, Foldvary dimostra come i beni collettivi possano essere forniti da libere imprese all’interno di un processo competitivo, argomento peraltro ben spiegato da Ronald Coase, che vinse un Nobel in proposito. Girovagando per la Rete, abbiamo scoperto un articolo di Titus Gebel, che “immagina una società privata che ti offre servizi di base di uno Stato – protezione, sicurezza e diritti di proprietà – in cambio di una somma di denaro annuale. Diritti e doveri sono stabiliti con un contratto tra fornitori ed utenti, voti a maggioranza o fisime dei…

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