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Chi può veramente distruggere l’Occidente è l’Occidente stesso

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di PIETRO AGRIESTI

Per me la distruzione dell’occidente non viene né dall’Iran, né dalla Cina, viene dall’interno dell’Occidente, tra le altre cose anche attraverso la contrapposizione con la Cina, l’Iran, o altri attori simili.

Un Occidente libero è un Occidente ricco, con un benessere diffuso, dove si trova lavoro, ci sono ricerca e sviluppo tecnologico, si attirano investimenti e immigrazione qualificata, disoccupazione e povertà sono basse, ci sono risorse per aiutare chi ha bisogno, ci sono ampie libertà individuali per tutti, ed è anche un Occidente più sicuro, dove sicurezza e ordine interni sono garantiti, non solo con la forza, ma anche dalla diffusione di benessere, lavoro, libertà individuale e stabilità economica.

È quindi un Occidente che distanzia e lascia indietro in tutte queste dimensioni regimi come quelli iraniano, cinese o russo e simili. Ciò che rema contro questo Occidente libero, ricco e sicuro, è l’adozione di tutto ciò che come libertari da sempre denunciamo.

Di tutti i provvedimenti che limitano la nostra libertà e il nostro benessere una parte sono presi per ragioni di geopolitica e politica estera, nel nome della contrapposizione ai regimi di cui sopra. Di fatto in questa contrapposizione finiamo per adottare una serie di provvedimenti che ci rendono simili al nemico di turno. Ma la verità è che un regime teocratico autoritario, povero e disfunzionale, come quello iraniano o un regime fascio comunista come quello cinese, che dopo la svolta capitalista di Deng Xiao Ping sta tornando sempre più verso la pianificazione centrale con l’amministrazione corrente, hanno un potere alquanto limitato di distruggere o danneggiare l’Occidente, e più l’Occidente è libero e ricco meno ce l’hanno.

Piuttosto chi può veramente distruggere l’Occidente è l’Occidente stesso, visto che il potere che ha su sé stesso è infinitamente superiore a quello che hanno su di lui questi attori esterni.

Una parte di questa autodistruzione è sul piano economico, tutte le tasse, la spesa, il debito, le politiche monetarie che servono a finanziare l’enorme costo tanto del welfare che del warfare. Un’altra parte è sul piano delle idee e dei valori. La guerra si combatte non solo con le armi, ma con la manipolazione della percezione, che serve a raccogliere il consenso per la spesa e l’interventismo militare.

Lo stato produce e diffonde una gigantesca, continua, inarrestabile cascata di falsità, mezze verità, propaganda, censura, mistificazione, a sostegno dello statalismo e della spesa pubblica. Diffonde un ventaglio di teorie economiche nonsense, false, irrazionali e auto contraddittorie. E diffonde collettivismo in tutte le salse. Sono intrisi di falsità economiche e di collettivismo le narrazioni a sostegno dei dazi, siano quelli di Trump o quelli europei, la “guerra fredda” con la Cina, l’interventismo in Medio oriente, esattamente come lo sono la lotta alla disinformazione e quella al cambiamento climatico, e come lo è stata la pandemenza (cit.).

Sento spesso dire che i libertari devono essere “libertari realisti”. Sono d’accordo. Ma realismo non è rassegnarsi a un mondo di Stati e diventare statalisti. Realismo è continuare demistificare la mistica statalista, la deformazione ideologica che sostiene lo stato, il collettivismo di cui sono intrisi i discorsi politici. Realismo è mostrare come il discorso statalista e collettivista sia astratto, ideologico, scollato dalla realtà e insomma in una parola completamente falso. Realismo è continuare a raccontare nella migliore tradizione di Bastiat, Mises, Rothbard, Reed e tanti altri grandi, la libertà individuale e la sua capacità di generare ordine, armonia, benessere e pace, in un modo irraggiungibile altrimenti, in faccia all’infinito numero di narrazioni e predicatori dello statalismo in tutte le salse.

Ciò che questi autori ci hanno insegnato non è semplicemente bello, logico, affascinante o giusto su un piano ideale. È soprattutto vero. È soprattutto reale.

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