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Guerra in Iran: giorno di bombardamenti e promesse di «vittoria». Riassunto di giornata

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di GEPPO CIATTI

La giornata è stata segnata da una nuova ondata di raid e rappresaglie che hanno profondamente ampliato il perimetro del conflitto. Stati Uniti e Israele hanno proseguito i bombardamenti su molteplici obiettivi militari e infrastrutturali in Iran, mentre Teheran ha risposto lanciando centinaia di missili e droni contro basi statunitensi, obiettivi israeliani e paesi del Golfo. Il quadro è frammentato e in rapida evoluzione, ma i tre racconti ufficiali — Washington, Gerusalemme e la leadership iraniana — hanno oggi tracciato posizioni nette.

Dal versante statunitense, la linea ufficiale è stata espressa dal segretario alla Difesa Pete Hegseth: l’operazione è «molto intensa e precisa», ma il Pentagono si è rifiutato di fissare un calendario preciso; «Potrebbe essere quattro settimane, due settimane, sei settimane — potrebbe anticiparsi o slittare», ha detto Hegseth, rimandando la decisione finale al presidente. Il presidente Donald Trump, interrogato dai media, ha evocato una finestra di massima di circa quattro settimane, pur affermando di non escludere l’uso di forze terrestri «se necessario».

Israele ha confermato la prosecuzione dei raid e ha rivendicato l’eliminazione di figure chiave del comando iraniano; il premier Benjamin Netanyahu ha sottolineato che l’obiettivo è neutralizzare capacità missilistiche e reti di proiezione di potenza, pronunciando avvertimenti di lunga durata contro nuove minacce. Parallelamente, la leadership iraniana — rappresentata dal ministero degli Esteri e dai portavoce istituzionali — ha promesso «nessuna clemenza» e ha descritto le contromosse come legittima difesa, chiudendo le file attorno agli organi di comando sopravvissuti.

Gli “strikes” USA-Israele, denominati “Operation Epic Fury” e “Operation Lion’s Roar”, hanno colpito oltre 2.000 siti in Iran, inclusi basi IRGC, porti navali e installazioni missilistiche. Risultato: oltre 555 morti in Iran (dati Croce Rossa iraniana), inclusi leader militari. Trump ha annunciato la distruzione di 9 navi iraniane e del quartier generale della marina. In risposta, l’Iran ha lanciato centinaia di missili: 150-200 su Israele (11 morti), 140 su UAE, 63 su Qatar, colpendo aeroporti, hotel e raffinerie. Colpiti anche Kuwait (ambasciata USA), Bahrain, Saudi Arabia (raffineria Aramco), Oman, Jordan. Quattro soldati USA morti, tre jet F-15E abbattuti per errore dal Kuwait.

L’impatto umano e territoriale è drammatico: rapporti delle autorità iraniane e delle ONG parlano di centinaia di vittime civili nei raid su oltre cento città; solo un attacco a una scuola a Minab viene segnalato con un bilancio di decine — fino a 165 morti secondo fonti iraniane — mentre il complessivo dato provvisorio dei feriti e dei morti continua a salire. Le forze statunitensi hanno registrato già le prime perdite: diverse fonti confermano morti tra i militari alleati durante la risposta iraniana.

Il conflitto si è esteso dunque: l’Iran ha colpito o rivendicato attacchi contro infrastrutture e obiettivi in Bahrain, Iraq (compresa la regione del Kurdistan), Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita; Hezbollah in Libano ha lanciato razzi verso Israele e vi sono state incursioni e danni registrati anche a basi nel Mediterraneo orientale (inclusa la base britannica di Akrotiri a Cipro, secondo ricostruzioni). La diffusione degli attacchi su così tanti fronti ha reso evidente il rischio che la guerra, pur iniziata con strike mirati, possa trasformarsi in un conflitto regionale prolungato.

Sul terreno diplomatico, molte capitali hanno chiesto de-escalation; Mosca e Pechino hanno condannato le azioni offensive, mentre alcuni alleati occidentali hanno manifestato sostegno difensivo senza aderire a operazioni offensive su larga scala. Sul piano pratico, la guerra ha già causato interruzioni di traffico aereo e timori per i mercati energetici.

In sintesi: oggi il conflitto ha segnato un salto di scala: raid americani/israeliani contro l’Iran, risposte iraniane su molteplici fronti regionali, dichiarazioni ufficiali che oscillano tra una previsione ottimistica di «settimane» (fonte USA) e la volontà iraniana di vendetta prolungata. L’elemento decisivo rimane politico e militare: chi comanderà la linea temporale — la Casa Bianca, il governo israeliano o il comando iraniano — determinerà se la crisi si esaurirà in poche settimane o si incancrenirà in una guerra regionale più ampia. Fatto sta, che ad oggi, il rischio di guerra totale cresce: prezzi petrolio +20%, voli cancellati. Senza negoziati, la durata resta incerta, con potenziali conseguenze catastrofiche.

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