di MATTEO CORSINI
Uno degli effetti dell’inflazione dei prezzi al consumo, soprattutto quando ci sono dei periodi in cui cresce parecchio come negli anni 2021-2023, è che la successiva riduzione nel tasso di aumento dei prezzi, festeggiato da economisti mainstream, banchieri centrali e governi, non risolve i problemi di tutte quelle persone i cui redditi non sono cresciuti almeno nella stessa misura.
In sostanza, per costoro il potere d’acquisto perso non viene poi recuperato, e questo ne riduce in misura permanente il tenore di vita. Diversi americani sono alle prese con questo problema, che è costato la Casa Bianca ai democratici lo scorso novembre e sta contribuendo a generare un calo di consenso anche per Trump. Il quale può anche continuare a sostenere che il problema della “affordability” sia tutta colpa di Biden, ma risulta sempre meno convincente per gli americani, non solo di orientamento democratico.
Ecco allora che Trump, in vista delle elezioni di metà mandato, pensa di risolvere il problema del caro casa con annunci di provvedimenti allucinanti, come vietare agli investitori istituzionali di comprare case e, soprattutto, ordinare alle agenzie Fannie Mae e Freddie Mac di comprare 200 miliardi di cartolarizzazioni di mutui, per abbassare i tassi sui mutui stessi (nel 2025 le emissioni di MBS sono state pari a circa 1900 miliardi di cui 1500 facenti riferimento alle due agenzie). E, per non farsi mancare nulla, imporre anche un limite massimo ai tassi di interesse sulle caerte di credito.
Roba da Zohran Mamdani, neo sindaco di New York, che almeno si autodefinisce socialista democratico. Il tutto, tra l’altro, mentre continua a pressare la Federal Reserve perché vorrebbe tassi all’1% (suppongo che se la Fed arrivasse a quel livello Orange Man non sarebbe comunque contento).
Mi pare ci siano tutti gli ingredienti per peggiorare le cose, invece di risolvere il problema. Come capita con ogni intervento incrementale messo in atto per porre rimedio agli effetti non desiderati degli interventi precedenti.