di GUGLIELMO PIOMBINI
- Sherlock Holmes nel ritratto di Leonardo Facco
Nel libro Sherlock Holmes, un libertario a Baker Street, composto da un saggio e un racconto breve, l’amico Leonardo Facco ha messo a frutto e fuso insieme le sue conoscenze in due campi che lo appassionano: la teoria libertaria e la letteratura su Sherlock Holmes. Tra questi due mondi è riuscito a trovare numerosissimi collegamenti precisi, puntuali e dettagliati, e la sua tesi su Sherlock Holmes individualista proto-libertario ne esce, a mio parere, pienamente suffragata. Anch’io, pur non avendo le competenze in materia di Leonardo, ho sempre apprezzato il personaggio inventato da Arthur Conan Doyle e gli intrecci ingegnosi delle sue indagini, avendo letto i quattro romanzi in cui è protagonista e alcuni racconti. Devo confessare però che, prima di leggere questo libro di Leonardo, non avevo mai messo a fuoco i tanti aspetti libertari che caratterizzano le vicende del celebre detective inglese.
Io parlerò invece dell’epoca e del Paese in cui visse Conan Doyle e in cui sono ambientate le storie di Sherlock Holmes, cioè l’Inghilterra dell’Ottocento, argomento sul quale Leonardo mi ha chiesto di scrivere la prefazione al suo libro. Ho sempre ammirato l’Inghilterra del XIX secolo, che a mio avviso rappresenta l’apice della civiltà europea nella sua epoca più aurea e gloriosa, l’era del liberalismo classico che va dal 1776 (anno cruciale in cui Watt inventò la macchina a vapore, gli americani dichiararono la propria indipendenza, e Adam Smith pubblicò La ricchezza delle nazioni) al 1914 (anno dello scoppio della prima guerra mondiale, evento catastrofico che pose fine al “mondo di ieri” liberale per dare vita al nuovo mondo terrificante dello Stato onnipotente, caratterizzato da due guerre mondiali, l’avvento dei regimi totalitari, i lager, i gulag, i genocidi, i bombardamenti nucleari, le crisi economiche, l’inflazione e ogni genere di apocalisse).
Oggi la dominante vulgata woke mette sotto accusa l’Inghilterra vittoriana per il suo passato coloniale e nelle scuole si insegna agli studenti inglesi che i loro avi più celebri erano degli avidi imperialisti, dei razzisti, degli sfruttatori capitalisti; quindi, devono vergognarsi delle loro radici e fare ammenda. Contro tutto questo, io penso invece che l’umanità abbia un grande debito di riconoscenza verso gli inglesi del diciannovesimo secolo.
Grazie alla Rivoluzione industriale sorta in Inghilterra tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, per la prima volta in centinaia di migliaia di anni di esistenza dell’Homo Sapiens sulla Terra, l’umanità è riuscita a spezzare le catene della scarsità e ad aprire un nuovo mondo di incomparabile abbondanza. Diversi studiosi hanno provato a calcolare quello che Deirdre McCloskey ha chiamato “Grande Arricchimento”, cioè il miglioramento nel tenore di vita sperimentato dall’intera umanità negli ultimi due secoli, e le stime vanno dalle 13 alle 40 volte (!), e nello stesso tempo la popolazione mondiale è cresciuta 8 volte. Possiamo affermare con certezza che, senza la Rivoluzione industriale inglese, miliardi di persone in tutto il mondo non avrebbero avuto i mezzi per sopravvivere, o non sarebbero mai nate perché non sarebbero sopravvissuti i loro genitori o i loro nonni, dato che nel mondo non c’erano le risorse alimentari e sanitarie per tenerli in vita. Agli artefici della Rivoluzione industriale la maggior parte degli esseri umani devono letteralmente la vita.
- Le ragioni del successo inglese: poche tasse, libero commercio e gold standard
Ma quali furono le ragioni del prodigioso progresso economico dell’Inghilterra ottocentesca? La Rivoluzione industriale fu il risultato delle fortunate politiche economiche liberali adottate dagli inglesi nel corso dell’Ottocento. Il percorso dell’Inghilterra verso una maggiore libertà economica cominciò subito dopo la fine delle guerre napoleoniche. Il paese era uscito finanziariamente stremato da queste guerre, con un debito pubblico enorme e tasse altissime. Fortunatamente, nel 1815 il parlamento inglese decise di ridurre fortemente le imposte abolendo l’imposta sul reddito e altre tasse interne. Questa audace decisione favorì la Rivoluzione Industriale e innescò una grande espansione economica, grazie alla quale la Gran Bretagna divenne, nei cent’anni successivi, un impero mondiale leader nell’industria, nel commercio e nella finanza.
Il secondo pilastro della politica economica dell’Inghilterra vittoriana fu la promozione del libero scambio. L’anno decisivo fu il 1846, quando la Lega liberoscambista capeggiata da Richard Cobden e John Bright riuscì, dopo anni di agitazione, a far abolire le leggi protezioniste sul grano, che avvantaggiavano ingiustamente i proprietari terrieri aumentando il prezzo del pane per le classi popolari. Nei decenni successivi i governi inglesi ridussero o abolirono i dazi su altre migliaia di merci. I risultati non si fecero attendere: tra il 1846 e il 1914, in 68 anni di politica fondata sul libero scambio le esportazioni aumentarono di otto volte e mezzo, la popolazione raddoppiò e il reddito nazionale britannico quadruplicò.
Il terzo pilastro fu una moneta sana, basata sullo standard aureo. L’Inghilterra adottò formalmente il gold standard nel 1819, anche se di fatto esisteva già nel 1717. Tutti gli altri maggiori paesi del mondo entrarono nel regime aureo durante gli anni Settanta dell’800 (l’Italia vi entrò nel 1873). Il periodo che va dal 1880 al 1914 viene quindi considerato il periodo classico del gold standard internazionale, durante il quale l’umanità sperimentò il miglior sistema monetario internazionale della sua storia. L’adozione del gold standard diede vita a un periodo prolungato di espansione economica senza inflazione, con bassi tassi d’interesse e cambi stabili, quindi senza l’incomodo della variazione tra i tassi di cambio tra le varie valute. Per tutto questo periodo, come dicevano gli inglesi, la sterlina continuò ad essere “buona come l’oro e solida come la rocca di Gibilterra”. Anche i risparmiatori più umili potevano conservare il denaro sotto il materasso sapendo che non avrebbe mai perso potere d’acquisto: ai primi del ‘900 un pezzo di pane costava esattamente come nel 1815, se non di meno.
- Smiles e Spencer, cantori dei valori vittoriani
Naturalmente, queste politiche economiche così fortunate non emersero dal nulla, ma furono il portato della cultura e della mentalità inglese che si affermò in quel periodo, e che possiamo chiamare i “valori vittoriani”. La regina Vittoria salì al trono nel 1837, e vi rimase fino al 1901. Il suo lunghissimo regno coincise quindi con l’età aurea della potenza inglese, nella quale trionfarono i valori borghesi dell’autodisciplina, del lavoro e dell’austerità. Nell’Ottocento l’eccezionale successo economico dell’Inghilterra si deve all’affermazione a livello sociale di una mentalità che onorava l’uomo comune fattosi da sé attraverso il lavoro, l’impegno, la fatica, l’ingegno. Niente simboleggia meglio la vittoria di questa cultura borghese della collocazione di una statua in onore di James Watt, l’inventore della macchina a vapore, posta nell’Abbazia di Westminster nel 1825: un luogo dove un tempo avrebbero celebrato solo santi, papi, re o imperatori, non certo gli inventori o gli imprenditori.
I due scrittori più emblematici dell’Inghilterra vittoriana furono Samuel Smiles ed Herbert Spencer. Smiles pubblicò nel 1859 un libro che espresse in pieno lo spirito del tempo, Self-help, un best-seller internazionale tradotto in decine di lingue (il titolo dell’edizione italiana era Chi si aiuta Dio l’aiuta). Smiles insegnava agli individui, soprattutto appartenenti alle classi più umili, a migliorare la propria condizione sociale non attraverso l’impegno politico collettivo, ma attraverso l’automiglioramento del carattere. Le riforme politiche, a suo parere, avevano un peso assai relativo nel favorire il progresso e che, al contrario, ciò che costituiva il vero fondamento della ricchezza delle nazioni era la virtù individuale, la fiducia che l’uomo doveva avere in se stesso e nelle sue capacità, lo stimolo a far da sé e a non attendere l’aiuto altrui.
Anche Herbert Spencer, il più celebre e rappresentativo filosofo dell’epoca vittoriana, un autodidatta che dandosi anima e corpo allo studio divenne un gigante del pensiero dominando per decenni incontrastato il panorama intellettuale a livello mondiale, era convinto che l’impegno nel perfezionamento personale fosse il modo migliore per far progredire la società. Nel suo libro L’uomo contro lo Stato espresse infatti una filosofia del self-help analoga a quella diffusa a livello popolare da Samuel Smiles. Per Spencer le istituzioni sociali sono solo lo specchio del carattere dei cittadini, e sarebbe vano attendersi un miglioramento delle prime «senza quel miglioramento del carattere che risulta dall’esercizio di una industriosità pacifica». Per entrambi il governo non poteva fare quasi nulla, in positivo, per migliorare la società: la sua funzione doveva essere puramente negativa e limitarsi alla protezione della vita, libertà e proprietà.
- Lo Stato minimo inglese
L’Inghilterra rimase fedele a questo ideale di Stato minimo fino alla Prima guerra mondiale. Lo testimonia la splendida descrizione dell’Inghilterra d’inizio Novecento dello storico inglese A.J.P. Taylor: «Fino all’agosto del 1914, non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell’esistenza dello Stato … Gli inglesi pagavano tasse in misura molto modesta: meno dell’8% del reddito nazionale. Il cittadino adulto era lasciato a sé stesso».
«Il contraccolpo della Grande Guerra – continua Taylor – cambiò tutto. La massa del popolo diventò, per la prima volta, un insieme di cittadini attivi. La loro vita venne forgiata dagli ordini superiori e si chiese loro di servire lo Stato anziché occuparsi esclusivamente degli affari propri. Nel 1914 lo Stato stabilì una presa sui suoi cittadini che, seppure meno rigida in tempo di pace, era destinata a non venir più meno, ed anzi a venire rafforzata dalla Seconda guerra mondiale. La storia dello Stato e quella del popolo inglese si fusero per la prima volta» (A.J.P Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea, Laterza, 1975, pp. 1-2).
5. Nel Novecento l’Inghilterra adotta il socialismo
Purtroppo, nel Novecento l’Inghilterra abbandonò gli ideali liberali, borghesi e vittoriani che l’avevano resa grande per sposare i nuovi valori socialisti, statalisti e collettivisti. Le idee socialiste iniziarono a diffondersi in Gran Bretagna a fine Ottocento con l’influente movimento intellettuale dei Fabiani (Fabian Society), i quali avevano impostato un programma graduale per il raggiungimento del socialismo. Ma fu solo con le due guerre mondiali che la Gran Bretagna assunse caratteri socialisti sempre più spiccati, per effetto della gestione statale dell’economia di guerra. Fra il 1945 e il 1951, con i laburisti di Attlee al governo, la proprietà statale fu estesa a carbone, acciaio, gas, elettricità, strade, ferrovie, aviazione, industria automobilistica, sanità, sistema pensionistico, producendo nel tempo perdite colossali per l’erario.
La corsa sfrenata verso il socialismo continuò nei decenni successivi, anche sotto la guida dei governi conservatori. In conseguenza di ciò, alla fine degli anni Settanta il paese sembrava condannato al decadimento e allo sfacelo, sul punto di crollare a pezzi. L’inflazione galoppava al 24 percento. I sindacati, che spadroneggiavano, avevano abbattuto il governo conservatore di Edward Heath e scatenato incessanti catene di scioperi, che stringevano l’economia in una morsa paralizzando la nazione. Le aliquote marginali sulle imposte erano altissime, fino al 98 percento, distruggendo qualunque forma di incentivo. La Gran Bretagna era considerata il “grande malato” dell’Europa occidentale. A questo esito autodistruttivo finale la Gran Bretagna non è giunta grazie all’avvento al potere di Margareth Thatcher che, riuscì ad arrestare e talvolta ad invertire la crescita dello statalismo.
- Il suicidio della cultura inglese.
Oggi possiamo paragonare i risultati conseguiti dalla società inglese nell’epoca liberale con quelli dell’epoca socialdemocratica. Il liberalismo dei secoli XVIII e XIX 1) aveva portato una civiltà agricola e ancora arretrata al miracolo della rivoluzione industriale; 2) all’indiscussa superiorità commerciale, finanziaria e culturale; 3) ad uno sviluppo demografico impressionante, dato che la popolazione inglese quadruplicò, passando dai 10 milioni di abitanti del 1801 ai 40 milioni del 1910, presupposto della colonizzazione inglese di interi continenti; 4) e all’impero più vasto della storia, comprendente un quarto dell’intera superficie terrestre e della popolazione mondiale. Questi sono stati i risultati di due secoli di libertà. (Sull’impero inglese vorrei aprire una parentesi. I dati dimostrano che la tesi marxista, secondo cui gli inglesi si arricchirono saccheggiando le colonie, non è corretta. I costi dell’imperialismo necessari per la conquista e l’amministrazione delle colonie rappresentarono in verità una perdita secca per il contribuente inglese, al quale l’impero non portò nessun ritorno economico. Il fardello non era però intollerabilmente gravoso, perché l’apparato amministrativo imperiale si riduceva a poca cosa: al suo zenith, l’amministrazione di questo immenso impero richiedeva solo 120.000 soldati e 6000 civili).
Due secoli di socialismo saranno invece sufficienti a far scomparire l’Inghilterra dalla faccia della terra, perché con tutta probabilità alla fine del XXI secolo quasi nulla legherà più la cultura dei suoi abitanti con l’identità storica inglese. La demografia non mente mai, e le cifre dell’immigrazione e della natalità lo dimostrano: ogni anno entrano nel paese più di 650mila immigrati, per la maggior parte di religione islamica, mentre gli inglesi autoctoni non fanno abbastanza figli per riprodursi. In Inghilterra e Galles, la percentuale di nascite di “bianchi britannici” nel 2024 è scesa al 54 per cento nel 2024. Non manca molto alla fatidica soglia del 50 per cento: a quel punto, gli inglesi, che solo un secolo fa governavano un quarto del pianeta, saranno minoranza nel proprio paese. Nel 1960 Londra era abitata al 98% da britannici, mentre oggi questa percentuale è scesa al 38%. Molte città, come Londra, Birmingham, Leeds, Blackburn, Sheffield, Oxford, Luton, Oldham, Rochdale, hanno sindaci musulmani. Il ministro della giustizia è una donna musulmana di nome Shabana Mahmood che ha giurato sul Corano. Una capillare polizia del pensiero incrimina per “islamofobia” e “razzismo” gli inglesi che, anche nelle chat private, osano lamentarsi dell’islamizzazione del loro paese.
È sorprendente che l’estinzione delle culture europee avvenga con il plauso di quegli intellettuali che continuamente parlano della necessità di “preservare le diversità”. Ma che male c’è ad avere nel mondo una cultura inglese con tutti i suoi caratteri geniali e peculiari, che ci ha dato tra le altre cose il governo limitato e la Rivoluzione industriale? Cos’avrebbe di meraviglioso un’Inghilterra trasformata in una copia del Pakistan, dell’Egitto, della Nigeria, o in un miscuglio di tutti questi?
- Risorgerà l’Inghilterra di Sherlock Holmes?
Poco più di cento anni fa la Gran Bretagna era l’unica superpotenza mondiale. Oggi sta scomparendo perfino la sua cultura. La nazione che ha eroicamente resistito a Napoleone e Hitler si è fatta prima fiaccare e debilitare, moralmente ed economicamente, dal socialismo, e poi si è fatta docilmente conquistare dall’islam senza opporre la minima resistenza. La tendenza potrà essere rovesciata? Il processo sembra essere andato troppo avanti, e se guardiamo alle tendenze demografiche e culturali, la risposta è decisamente negativa, perché oggi i musulmani in Inghilterra sono troppo numerosi, forti, determinati e protetti dalla sinistra annidata nelle istituzioni dello Stato. Le probabilità che la Gran Bretagna, tra il 2050 e la fine del secolo, diventi una teocrazia islamica governata dalla sharia sono a mio parere elevatissime, direi l’80%.
O forse ci sarà una reazione degli inglesi, magari attraverso il Reform Party di Nigel Farage, che oggi è in testa a tutti i sondaggi? Riuscirà Farage o qualcun altro a rivitalizzare il paese e a salvarlo dall’islamismo, così come la Thatcher l’ha salvato dal socialismo e Churchill dal nazionalsocialismo? Io lo spero, perché non riesco ad accettare con serenità la scomparsa della grande Inghilterra di Sherlock Holmes.
*Intervento di Guglielmo Piombini alla presentazione del libro di Leonardo Facco, Sherlock Holmes, un libertario a Baker Street, Treviglio 21/02/2026

