di LEONARDO FACCO
C’è un punto che Agustín Laje, politologo e tra i più ascoltati pensatori della nuova destra liberal-libertaria latinoamericana, ripete con ostinazione: «Dato mata relato». Il dato uccide la narrazione! E, davanti ai dati che lui stesso elenca in un lungo intervento pubblicato sui social, diventa difficile negare che l’Argentina di Javier Milei stia attraversando la più intensa battaglia culturale del mondo occidentale. Molto più radicale di quanto avvenuto con Trump, sicuramente nulla a che vedere col governo Meloni, più profondamente istituzionale di ogni agenda riformatrice degli ultimi vent’anni, spesso annunciata e mai praticata.
Eppure, nota Laje con un misto di sorpresa e irritazione, una piccola parte della destra internazionale e libertarati — «non più del 5%», puntualizza — continua a sostenere che Milei non abbia fatto alcuna battaglia culturale. Secondo il pensatore argentino, costoro «o non capiscono cosa significhi una battaglia culturale a livello politico, o parlano in malafede». Io propendo per la seconda.
Per dissipare ogni dubbio, Laje compila una lista impressionante di interventi, riforme, decisioni, battaglie e rotture portate avanti dal governo liberal-libertario in meno di due anni. Ed è una lista che restituisce la sensazione di un intero paese impegnato a ridefinire i suoi codici culturali fondamentali.
Genealogia di una battaglia culturale
Per capire la portata di ciò che sta accadendo, bisogna ricordare da dove viene l’Argentina. Ottant’anni di peronismo, ovvero fascio-corporativismo, con l’aggiunta negli ulti venti anni del kirchnerismo (leggasi Socialismo del XXI secolo) hanno costruito un’egemonia culturale capillare: scuola, media pubblici, università, apparati statali, ONG amiche, agenzie internazionali. Un intero ecosistema pensato per imporre una visione progressista della società, con il “genderismo”, “il femminismo”, “l’ambientalismo”, “il giustizialismo sociale”, ecc. come architravi ideologiche del politicamente corretto di una democrazia che, parafrasando Talmon, definirei “messianica”.
La catastrofe economica — dal default 2001 all’inflazionismo cronico — ha fatto il resto, creando un paese allo stremo e al tempo stesso permeabile a una proposta culturale nuova, radicale, di rottura. E Milei, con il suo anarcocapitalismo mediatico e il suo antistatalismo infuocato, quel varco lo ha attraversato con una potenza che pochi avevano previsto.
Ma Laje ricorda che la battaglia culturale non è fatta solo di discorsi o di comunicazione: è fatta di azioni, di decisioni politiche capaci di intaccare l’architettura ideologica dello Stato, capaci di chiudere il rubinetto dei finanziamenti statali alla panoplia di “associazioni” che occupano le casematte.
Vita, famiglia e infanzia: il nucleo della contro-rivoluzione
La sezione dell’elenco di Laje dedicata alla vita e alla famiglia è una delle più dense.
Il governo Milei ha chiuso il Ministero della Donna e delle Diversità; ha eliminato la prospettiva di genere dalle politiche del governo; ha riformato la “Ley de Identidad de Género” vietando la transizione ormonale e la chirurgia su minori; ha tagliato l’acquisto di farmaci abortivi; ha aumentato del 500% il Piano “Primi Mille Giorni”. E ha introdotto celebrazioni come la “Giornata del Bambino Non Nato”, trasformando simbolicamente la Casa Rosada. Sono misure che, prese tutte insieme, delineano una strategia culturale chiarissima: ricostruire un’idea di famiglia naturale e di protezione dell’infanzia, smontando l’impianto ideologico progressista e transumanista della sinistra. Fine anche delle bandiere LGBT negli organismi pubblici.
La rottura con il globalismo: il fronte internazionale
Sul piano internazionale la battaglia culturale assume proporzioni inedite, a partire dall’uscita del presidente Argentino a Davos, nel 2024. Milei si è presentato al Forum di Davos come un attaccante, non come un invitato. Laje ricorda che l’Argentina è l’unico paese al mondo ad aver osteggiato esplicitamente le clausole pro-pornografia
infantile nel trattato ONU sulla cybercriminalità; che ha reintrodotto la difesa della vita dal concepimento nei documenti dell’ONU e dell’OEA; che ha abbandonato l’Agenda 2030, l’OMS e il suo trattato pandemico. Che al G20 non ha sottoscritto alcun documento; che ha combattuto la nozione farlocca di “genere” imponendo la definizione biologica iscritta nello Statuto di Roma.
Milei ha denunciato pubblicamente l’ideologia woke, il globalismo e la “matrice statalista” delle élite internazionali con una determinazione mai vista da un capo di Stato contemporaneo. Per Laje, in Svizzera e all’ONU, s’è materializzato il momento simbolico in cui la battaglia culturale argentina ha smesso di essere locale ed è diventata globale.
Smantellamento degli apparati ideologici dello Stato
In Argentina la burocrazia non è un apparato: è un ecosistema culturalmente connotato. È qui che Milei ha agito con determinazione chirurgica. Ha chiuso l’INADI, “la polizia del pensiero” secondo Laje; ha smantellato Télam; ha ripulito i contenuti della TV pubblica; ha avviato controlli economici nelle università nazionali; ha re-intitolato il Centro Cultural Kirchner in “Palacio Libertad”, ha pressoché azzerato i fondi al cinema argentino e azzerato quelli per la stampa. Fine delle sovvenzioni ai “collettivi artistici” militanti. Mette fine ai picchetti e alle occupazioni delle strade da parte dei sindacati, che passano da 8/9 mila all’anno a zero! Tutte mosse che colpiscono il cuore di ciò che Gramsci avrebbe chiamato “gli intellettuali organici del potere”.
Una delle battaglie più delicate riguarda la memoria degli anni Settanta, quella legata alle “Madri di Plaza de Mayo” . Milei ha rotto il dogma dei “30.000 desaparecidos”, riconducendo la cifra ai dati reali; ha imposto una lettura bilanciata della violenza politica; ha portato casi storici alla Corte Interamericana riconoscendo come delitti di lesa umanità anche gli assassinii compiuti dalla guerriglia comunista. Trattasi di una frattura epistemica enorme, che mina la narrativa con cui il kirchnerismo ha legittimato per decenni la propria autorità morale. Inoltre, il “perdonismo per i criminali” è sostituito dalla dottrina “chi la fa la paga” e finisce in galera.
Politica estera regionale anticomunista
Milei si oppone frontalmente al socialismo del XXI secolo e si confronta apertamente con Petro, Lula, Evo Morales, Maduro, fino ad arrivare allo spagnolo Pedro Sánchez! Milei appoggia nella sua candidatura Donald Trump, che al diventare nuovamente presidente degli USA gli restituisce l’appoggio. L’Argentina basa la sua politica internazionale su un’alleanza ferrea con gli Stati Uniti e Israele, dopo molti anni di accordi tra Argentina e Stati vari del Foro di San Paolo.
La nuova gioventù argentina guarda a destra

Forse il punto più sorprendente sottolineato da Laje è questo: in due anni la destra è diventata egemonica nella gioventù argentina. Non una destra timida, moderata, “risentita”. Una destra pop, radicale, libertaria, anti-statalista, allegra. I dati elettorali 2023 e 2025 lo confermano: tra i 16 e i 30 anni Milei è stato un fenomeno generazionale senza precedenti nel continente. È il risultato di un’operazione culturale che ha trasformato la ribellione in libertarismo.
Laje ricorda che la battaglia culturale si vince combattendo: “Non si vince da fuori, si combatte da dentro”. La battaglia culturale, secondo lui, è appena iniziata. E se la storia insegna qualcosa, è che le rivoluzioni culturali non sono mai lineari: avanzano, arretrano, si espandono, resistono, cambiano forma. Ma una cosa è certa: oggi il laboratorio più radicale della destra liberal-libertaria mondiale non è negli Stati Uniti, né in Europa. È in Argentina, dove un economista libertario con i capelli scompigliati ha trasformato la cultura politica in un campo di battaglia e lo Stato, a cui tagliare le unghie giorno dopo giorno, è il terreno di decontaminazione ideologica.
Se Chavez è stato il paladino del XXI secolo dello slogan “Socialismo o muerte”, Milei lo sta seppellendo al grido di “Muerte al socialismo”.


La “Giornata del Bambino Non Nato” francamente se la poteva risparmiare.
Frequenta Pillon per caso?
E’ anti-abortista, come molti libertari!