di ARTURO DOILO
C’è sempre un divario tra la propaganda politica e la realtà industriale del settore energetico. Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso gli sviluppi politici a Caracas dopo l’estrazione di Nicolás Maduro, una narrazione parallela ha preso piede nei mercati globali: l’idea che il Venezuela, possedendo le più grandi riserve certificate di petrolio al mondo (oltre 300 miliardi di barili), possa improvvisamente diventare il “salvatore” energetico dell’Occidente, stabilizzando i prezzi e sostituendo le forniture russe o mediorientali. Tuttavia, come sottolineato nell’analisi di Renegade Resources, su Substack, questa narrazione non è che “puro teatro” geopolitico, una messa in scena che ignora le brutali realtà fisiche, tecniche ed economiche del sottosuolo venezuelano.
Il primo grande equivoco, o mito, riguarda la natura stessa delle riserve. È vero che, sulla carta, il Venezuela supera l’Arabia Saudita, ma c’è una differenza abissale tra avere petrolio e poterlo vendere. La stragrande maggioranza del greggio venezuelano, situato nella fascia dell’Orinoco, è “extra-pesante”. Non è il liquido leggero e facile da raffinare dei deserti arabi; è una sostanza bituminosa, densa come melassa, che non scorre nei tubi senza essere miscelata con diluenti (spesso importati) o sottoposta a processi di “upgrading” estremamente costosi e complessi. Definire queste riserve come un asset immediato è, appunto, teatro: sono ricchezze teoriche intrappolate sotto terra da barriere tecnologiche che il paese non è più in grado di superare.
Trent’anni di “Socialismo del XXI Secolo” hanno trasformato la PDVSA (l’azienda petrolifera statale), un tempo gioiello di efficienza globale, in un guscio vuoto devastato dalla corruzione e dal clientelismo. L’articolo di “Tracy” evidenzia come il problema non sia solo politico, ma strutturale. Le infrastrutture – pozzi, oleodotti, terminali di esportazione e raffinerie – sono in uno stato di decadimento avanzato. Non basta un cambio di regime o la cattura di un dittatore per far ripartire un sistema che ha perso decenni di manutenzione e, soprattutto, il suo capitale umano. La fuga di cervelli (migliaia di ingegneri e tecnici altamente qualificati, e personalmente ne conosco alcuni) ha lasciato i campi petroliferi in mano a personale inesperto o a milizie politiche, rendendo ogni tentativo di ripresa un’impresa titanica che richiederà anni, se non decenni, di investimenti massicci.
Perché allora i media e i governi continuano a nutrire questa unica narrazione? La risposta risiede nel bisogno di stabilità psicologica dei mercati. L’amministrazione Biden, e ora quella Trump, hanno utilizzato il “dossier Venezuela” come una valvola di sfogo per le tensioni sui prezzi alla pompa. Concedere licenze a società come Chevron è stato un segnale per i mercati, un modo per dire “abbiamo opzioni”. Ma, numericamente, il contributo venezuelano rimane una goccia nel mare. Passare dagli attuali 800-900 mila barili al giorno ai 3/4 milioni dell’era pre-Chavez è un obiettivo che appartiene alla fantascienza economica nel breve periodo.
L’analisi approfondita di Renegade Resources mette in guardia gli investitori: credere che il dopo-Maduro significhi un’inondazione di petrolio a basso costo è un errore fatale. I costi di estrazione del greggio extra-pesante venezuelano, sommati ai rischi geopolitici e alla necessità di ricostruire da zero l’intera rete logistica, rendono questo
petrolio tra i più cari e “sporchi” (in termini di emissioni e raffinazione) sul mercato. In un mondo che guarda alla transizione energetica, investire miliardi per recuperare bitume venezuelano potrebbe non avere più senso economico.
In definitiva, l’estrazione di Maduro è una vittoria politica e morale, se volete, ma non è la bacchetta magica per le questioni relative all’energia globale (Per quella la soluzione esiste ed è il nucleare). La narrazione del petrolio venezuelano come soluzione rapida serve a calmare gli animi e a dare un senso di direzione alla politica estera americana, ma la realtà è che il Venezuela è una nazione che deve prima guarire se stessa per poter pensare di nutrire di nuovo il mondo. Finché non verranno affrontati il collasso tecnico e la distruzione dei diritti di proprietà, finché non si tornerà ad avere mercati aperti e ad sradicare l’ideologia collettivista imposta dal chavismo, il petrolio di Caracas rimarrà ciò che è stato negli ultimi anni: un’illusione ottica in un deserto di cattiva gestione. Il teatro è finito; ora inizia il duro, lentissimo lavoro della realtà.


Il petrologramma venezuelano!