di STEFANO VERSACE
Proviamo a guardare quello che sta accadendo in Venezuela con una lente fredda e strategica, mettendo da parte slogan, tifoserie e indignazioni selettive.
A Trump il petrolio venezuelano interessa eccome, ma non come riserva da portare negli Stati Uniti. L’interesse principale non è usarlo direttamente, bensì controllarlo. O meglio, impedire che continui a essere una leva geopolitica nelle mani di Cina e Russia. Gli Stati Uniti, grazie al fracking, dispongono già di una capacità energetica enorme. Il punto non è accaparrarsi il petrolio, ma togliere potere agli avversari. L’obiettivo centrale della sua amministrazione è riaffermare gli Stati Uniti come potenza dominante sul piano globale. Non una guerra tradizionale, ma una nuova guerra fredda in cui le armi decisive non sono atomiche ma economiche.
Il petrolio del Venezuela, per anni, non ha mai prodotto un vero beneficio per il paese. Non si è trasformato in sviluppo, servizi o benessere per la popolazione. È servito quasi esclusivamente a ripagare debiti politici e finanziari e ad alimentare un sistema di corruzione strutturale. Una parte rilevante di quei flussi è finita verso Russia e Cina, senza mai diventare vero cash flow per il popolo venezuelano. Oggi questo meccanismo viene spezzato.
Per arrivare a questo risultato è stato necessario un atto iniziale di forza, chiaro e dimostrativo. Entrare in un paese straniero dopo settimane di segnali espliciti. Navi al largo. Spazio aereo sconsigliato. Dichiarazioni pubbliche che il tempo per Maduro stava finendo. Poi l’operazione notturna. Rapida. Chirurgica. Estrarre un presidente protetto da più anelli di sicurezza e da un bunker ritenuto impenetrabile e trasferirlo in quarantacinque minuti in territorio americano. Il messaggio non era solo per Caracas. Era rivolto a tutti. Siamo in grado di fare quello che vogliamo e possiamo permetterci persino di avvisarti prima.
Da quel momento in poi non è più possibile restare immobili. A quel punto le strade sono solo due. O si invade il paese con l’esercito e se ne assume il controllo diretto, come avvenuto in Afghanistan. Oppure si sceglie la via più fredda e più efficace. Si negozia con chi controlla realmente il potere militare. In questo caso il chavismo. Non si punta sulla figura più forte o più ideologica, ma su quella meno pericolosa e più sensibile alle pressioni, soprattutto quando in gioco ci sono patrimoni enormi accumulati in anni di potere indisturbato. Delcy Rodríguez diventa così il punto di equilibrio. Una stabilità apparente. Una normalità costruita per prendere tempo.
Nel frattempo le compagnie americane vengono invitate a entrare nel paese. Non con l’esercito, ma con il capitale. Non con bandiere, ma con investimenti significativi per modernizzare infrastrutture di estrazione e raffinazione lasciate in stato di degrado da anni di chavismo. Con una garanzia fondamentale alle spalle. La sicurezza fisica, economica e politica fornita direttamente dallo Stato americano.
C’è poi il fattore tempo. Novanta giorni. Il presidente non è morto, è assente. In questa finestra si prepara il terreno politico. Togliere l’inabilitazione a María Corina Machado diventa un passaggio inevitabile, perché il chavismo non può rappresentare un ambiente di sicurezza per chi investe. È strutturalmente incompatibile con qualunque prospettiva di stabilità economica. Chi sostiene che María Corina Machado non faccia parte di questo processo non coglie un elemento fondamentale della politica. Il tempo. Esporla oggi, senza un controllo effettivo dell’apparato militare, significherebbe bruciarla politicamente. Renderla vulnerabile. Impedirle di diventare la figura di garanzia nel medio e lungo periodo. Per questo, in questa fase, resta protetta e schermata, dietro il peso politico di Trump.
Lo scenario che si delinea è piuttosto lineare. Elezioni. María Corina Machado candidata questa volta senza ostacoli. Vittoria. E da quel momento il suo ruolo diventa quello di garante della sicurezza politica, sociale ed economica per le imprese americane che hanno investito nel paese. Gli Stati Uniti recuperano ciò che hanno messo sul tavolo. Il Venezuela si libera di un dittatore e può avviare un processo di ricostruzione.
Si può criticare l’operazione dal punto di vista del diritto internazionale. Si può sostenere che l’interesse di Trump sia anche economico. Tutto legittimo. Ma sul piano strategico l’operazione è estremamente efficace. Rafforza il peso geopolitico ed economico degli Stati Uniti e allo stesso tempo rimuove una dittatura che durava da quasi ventisette anni. E tutto questo arriva dopo ventisette anni di torture, di espropriazioni, di fame trasformata in strumento di potere. Dopo famiglie distrutte, genitori separati dai figli, milioni di persone private persino del diritto di scendere in strada a gridare dolore.
Dopo la chiusura di oltre quattrocento canali di comunicazione, palinsesti ridotti a poche voci obbedienti, il silenzio imposto come legge. Dopo violazioni sistematiche dei diritti internazionali, dopo otto milioni di venezuelani costretti a fuggire per sopravvivere. Dopo corruzione, violenza, terrore quotidiano, minacce, abusi e soprusi elevati a sistema.
Quello che oggi si sta aprendo davanti al Venezuela non è un’utopia. È semplicemente la fine dell’incubo. Ed è per questo che, per un popolo che ha conosciuto solo buio, anche una luce imperfetta sembra un paradiso. Un paradiso che quasi tutti avevano smesso di immaginare, perché la speranza, quando viene calpestata per decenni, smette di fare rumore.
Ecco perché i venezuelani festeggiano. Non per Trump. Non per gli Stati Uniti. Festeggiano perché stanno respirando dopo anni passati con la testa sott’acqua. Festeggiano perché vedono una porta che si apre dopo ventisette anni chiusi a chiave.
Ed ecco perché fanno ancora più rumore le manifestazioni di chi venezuelano non è. Di chi si riempie la bocca con la parola Venezuela senza aver mai pagato il prezzo di quella parola. Con il pretesto di difenderlo, quando il Venezuela non è mai stato difeso come in questo momento. Non con le bandiere. Non con gli sterili comunicati dell’ONU. Non con i cori. Ma con la concreta possibilità di tornare a vivere. (Fonte)


U no
S tregone
A pprendista
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