di LEONARDO FACCO
Molti parlano di keynes e della sua dottrina economica senza aver mai letto la “Teoria generale” scritta dal Lord inglese. Javier Milei, invece, ha letto – e studiato – quel libro ben 5 volte e ne ha scritto in un suo volume intitolato “Desenmascarando la mentira keynesiana”.
In un momento storico in cui il dibattito economico torna a interrogarsi sul ruolo dello Stato, la figura di John Maynard Keynes è sempre quella che riemerge con forza. Ma per Javier Milei, economista e presidente argentino, la cosiddetta Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta non è un testo da apprezzare, anzi, è un errore sistemico. Lo abbiamo intervistato per approfondire. L’intervista mette in luce una critica radicale e coerente: per Milei, Keynes non è un correttivo del capitalismo, ma il suo travisamento teorico. Una posizione che riapre un dibattito mai davvero chiuso: quello sul rapporto tra Stato, mercato e libertà economica.
Partiamo dalla domanda più semplice: perché consideri la Teoria generale un’opera sbagliata?
- Perché parte da premesse false. Keynes costruisce tutto il suo impianto negando principi fondamentali dell’economia, come la Legge di Say. Se distruggi il legame tra produzione e domanda, allora puoi sostenere qualsiasi cosa. Ma è un’illusione: non si può consumare ciò che non è stato prodotto.
Keynes sosteneva che la domanda potesse essere insufficiente e che lo Stato dovesse intervenire. Dove sta l’errore?
- L’errore è credere che la domanda possa essere creata dal nulla. La domanda reale nasce dal reddito, e il reddito nasce dalla produzione. Quando lo Stato “stimola la domanda” con spesa pubblica o emissione monetaria, non crea ricchezza: la redistribuisce o la distrugge.
Eppure molti economisti vedono Keynes come il salvatore del capitalismo durante la Grande Depressione.
- Questo è uno dei grandi miti ripetuti a iosa. Keynes non ha salvato il capitalismo: ha fornito una giustificazione teorica all’interventismo. Ha aperto la porta all’idea che lo Stato possa manipolare l’economia a piacimento. Ma ogni intervento ha un costo: distorce i prezzi, altera i segnali del mercato e genera crisi future. Basterebbe leggere “La grande depressione”, il libro scritto da Rothbard per comprendere appieno la stoltezza di certe affermazioni e convinzioni.
Tu colleghi spesso Keynes all’inflazione. Perché?
- Perché il keynesismo legittima il deficit e l’espansione monetaria. Se lo Stato spende più di quanto incassa, deve finanziare quel disavanzo. E lo fa con debito o stampa di moneta. Il risultato è sempre lo stesso: inflazione. Non è un accidente, è una conseguenza logica.
Keynes criticava anche l’eccesso di risparmio. Come ribalti questa tesi?
- È un altro errore fondamentale del professore inglese, che era un genio sì, ma del male. Il risparmio non è un problema: è la base dell’investimento e della crescita. Senza risparmio non c’è accumulazione di capitale. Demonizzarlo significa condannare l’economia alla stagnazione.
Alcuni sostengono che le teorie keynesiane vadano interpretate nel loro contesto storico. È una critica valida?
- No, perché gli errori teorici non diventano veri col passare del tempo. Se una teoria è sbagliata nelle sue fondamenta, resta sbagliata sempre. Il problema è che Keynes ha costruito un sistema che piace ai politici: giustifica più spesa, più potere, più controllo.
Quindi il problema è anche politico, non solo economico?
- Esattamente. Keynes non è solo un economista, è il fondamento ideologico dello Stato moderno ipertrofico. Ha dato copertura teorica a politiche che espandono il potere politico a scapito della libertà individuale.
In sintesi, qual è il danno principale della Teoria generale?
- Aver insegnato al mondo che si può creare ricchezza senza produrre. È una menzogna pericolosa. L’economia non è magia: è scarsità, produzione, scambio. Ignorare queste leggi significa preparare crisi sempre più gravi.
Ultima domanda: perché, secondo te, Keynes continua a essere così influente?
- Perché offre una giustificazione intellettuale a ciò che il potere vuole fare. E perché è più facile credere a una scorciatoia che accettare la realtà. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.

