La società aperta, l’utopia totalitaria e qualche esempio reale

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di LUIGI CORTINOVIS

Karl Popper (1902-1994) fu un nemico convinto dell’utopismo politico. Nella sua opera principale, “La società aperta e i suoi nemici”, del 1945, scritta in esilio in Nuova Zelanda durante la Seconda Guerra Mondiale, sostenne che ogni approccio alla politica ispirato a una visione di società perfetta tende a sfociare nel totalitarismo. Propose invece di introdurre in politica il metodo scientifico: i politici dovrebbero affrontare i problemi sociali con lo stesso spirito indagatore, critico ed empirico con cui gli scienziati esaminano le ipotesi.

“Il segreto del metodo scientifico – scriveva Popper – è la disponibilità a imparare dagli errori”. Popper immaginava una situazione in cui i politici cercassero i propri sbagli invece di giustificarli e di dimostrare di aver sempre avuto ragione. Criticò Platone, Hegel e Marx per aver fornito le basi filosofiche dell’autoritarismo e respinse lo storicismo, la dottrina secondo cui la storia si svolge secondo leggi immutabili e noi siamo impotenti a modificarla. Contro Marx, che riteneva inutile l’azione politica, Popper ci invita a migliorare le società in cui viviamo non perseguendo un «bene ultimo», ma identificando i problemi più urgenti del presente.

A ottant’anni dalla pubblicazione di quel libro, osservando Stati Uniti ed Europa, notiamo tre cose.

  • Primo: l’approccio scientifico alla politica non si è diffuso. I politici raramente ammettono errori o cercano di impararne; le scuse, quando arrivano, sono tattiche.
  • Secondo: le democrazie moderne possono sempre essere migliorate, non per avvicinarsi a un’utopia, ma per mantenere la libertà e prevenire abusi di potere (la pandemia ce lo ha ricordato).
  • Terzo: nel mezzo della rivoluzione dell’intelligenza artificiale potremmo seguire meglio l’indicazione popperiana di plasmare il mondo che vogliamo, invece di assistere passivamente mentre ci rende superflui.

Il titolo dell’opera di Popper deriva da un tipo di società che, secondo lui, emerse in Grecia nel V secolo a.C. grazie a una «Grande Generazione» di ateniesi (Tucidide, Pericle, Protagora). Fu allora che gli esseri umani iniziarono a uscire dalle società chiuse e tribali, in cui non si distingueva tra leggi di natura e tabù umani: entrambi erano considerati magici, indiscutibili e immutabili. Il passaggio alle società aperte — in cui per la prima volta le regole sociali furono sottoposte a critica e riforma — portò con sé quella che Popper chiamava la «tensione della civiltà»: lo sforzo di essere razionali, di rinunciare ad alcuni bisogni emotivi sociali, di badare a se stessi e di accettare responsabilità. Era, a suo avviso, “il prezzo che dobbiamo pagare per essere umani”.

Questa transizione dura da 2500 anni. Perché, allora, l’approccio scientifico alla politica non si è ancora affermato?

Secondo Mark Nayler la ragione principale — non approfondita da Popper — è che i politici operano in un ambiente molto diverso da quello degli scienziati. Gli scienziati collaborano oltre confini e divisioni politiche, formano una comunità internazionale guidata dalla ricerca della verità e pronta a rivedere le proprie convinzioni alla luce delle prove. La politica, invece, è una competizione. I suoi partecipanti sono impegnati in battaglie per i voti. Ammettere un errore rischia di essere visto come debolezza e sfruttato dagli avversari, non accolto come punto di partenza da colleghi che condividono gli stessi obiettivi.

Lo psicologo Steven Neuberg ha osservato che ammettere un errore è più facile con persone che già ti considerano «una persona morale o di buon giudizio», ma i politici partono da una posizione di sfiducia. Solo il 17 % degli americani, per esempio, dice di fidarsi del governo federale «quasi sempre» o «la maggior parte delle volte», uno dei livelli più bassi degli ultimi settant’anni. In questo clima l’ammissione di errore non è vista come virtù: conferma soltanto ciò che la maggior parte della gente già pensa, cioè che non sei adatto a governare. Come dice Steven Pinker, “la politica non è un luogo psicologicamente sicuro”.

Popper insisteva che l’approccio scientifico alla politica deve partire dalla domanda giusta. Accusa Platone di aver causato secoli di confusione filosofica ponendo la domanda sbagliata: «Chi deve governare?». La risposta di Platone erano i «re-filosofi» innatamente superiori, base di una filosofia politica che Popper mostra essere fortemente totalitaria. Popper propone un’alternativa più costruttiva: «Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo che governanti cattivi o incompetenti non possano fare troppi danni?».

Esempi in merito

L’efficacia di questa domanda diventa chiara se guardiamo alla Spagna. Sono passati più di mille giorni dall’ultima legge di bilancio, perché il governo di minoranza di Pedro Sánchez non ha i numeri in parlamento. Il premier socialista ha prorogato tre volte il bilancio del 2023 con un meccanismo costituzionale d’emergenza pensato per durare al massimo un anno. È stata però l’incapacità di approvare una legge sulla crisi abitativa, non lo stallo del bilancio, a spingerlo a indire elezioni anticipate per il 29 novembre. Annunciando la decisione, Sánchez ha ammesso che il governo «non è riuscito a realizzare tutto ciò che si era prefisso» — una scusa tattica sepolta tra i soliti avvertimenti sull’«estrema destra». Non ha specificato quali fossero i suoi errori né come ne abbia imparato. Gli otto anni di governo di Sánchez, prolungati l’ultima volta da elezioni che non ha vinto, mostrano un’area in cui l’apparato costituzionale spagnolo andrebbe corretto per prevenire abusi prolungati della democrazia. Fernando Navarrete, eurodeputato conservatore, ha definito il congelamento del bilancio un «furto ai cittadini» e ha detto che il suo partito interverrà se andrà al potere.

Abusi di potere si sono verificati anche durante la pandemia di Covid-19, durante la quale le società aperte hanno subito una regressione temporanea, ma gravissima. In politica, nei media e tra la popolazione (soprattutto in Europa e nel Regno Unito, dove alcuni dei lockdown più duri al mondo furono imposti con meccanismi parlamentari discutibili) lo spirito di critica e dissenso sparì o fu attivamente represso. Fu impressionante — e allarmante — con quanta rapidità le persone accettarono la sospensione delle più elementari libertà civili solo perché i governi dicevano che era nel loro interesse. Il bisogno infantile di farsi dire cosa fare si manifestò come mai prima: un residuo, forse, delle nostre origini tribali. Un segnale inquietante arrivò quando il libretto dell’ex reporter del New York Times Alex Berenson, che metteva in discussione le basi scientifiche dei lockdown, fu censurato dalla piattaforma di autopubblicazione di Amazon nel giugno 2020. A Berenson fu chiesto di rimuovere ogni riferimento al Covid-19 se voleva pubblicare il testo. Come osservò ironicamente, sarebbe stato difficile eliminare i riferimenti al Covid-19 in un libro sul Covid-19 (il testo fu poi approvato lo stesso giorno grazie a un intervento online di Elon Musk).

In sintesi, mantenere la società aperta richiede istituzioni che limitino i danni dei cattivi governanti, una cultura politica in cui ammettere gli errori non sia un suicidio elettorale e una vigilanza costante contro le regressioni verso società chiuse. La lezione di Popper resta attuale: non cercare il governante perfetto, ma costruire sistemi che proteggano la libertà anche quando chi governa non è all’altezza.

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