di EDOARDO MONTOLLI
La parola “accisa” deriva dal latino “accidere” che significa “cadere sopra”. Anche se, visto quel che sta succedendo da un anno a questa parte, verrebbe da dire che provenga dal napoletano “t’accide”, nel senso che l’imposta sui carburanti ci sta veramente ammazzando.
L’Italia è al settimo posto in Ue per costo della benzina, con una sostanziale differenza con chi ci precede: siamo l’unico Paese europeo dove i salari reali sono inferiori al 1990. Sicché è vero che la Danimarca è lo Stato in cui la benzina è più cara (2,249 euro al litro), ma è anche vero che la media degli stipendi netti lì è di 4 mila euro al mese.
In Italia l’accisa è un’imposta indiretta cui, insieme alla materia prima, va aggiunta l’Iva, e cioè un’altra tassa. E la storia dei suoi aumenti è nota: a ogni disgrazia un rincaro, che poi restava fisso anche a emergenza finita. Solo nel dopoguerra abbiamo avuto, come ci ricorda il Corriere della Sera, ben precise date: la crisi di Suez del 1956, il disastro del Vajont nel 1963, l’alluvione di Firenze nel 1966, i terremoti del Belice nel 1968, del Friuli nel 1976 e dell’Irpinia nel 1980, fino alla missione in Libano dei primi anni Ottanta. Nel 1993 le singole emergenze sono state cancellate, ma i relativi rincari no. Da allora l’accisa è infatti rimasta una voce unica sui cittadini per le nuove mazzate: la missione in Bosnia, il rinnovo di taluni contratti, gli autobus ecologici, altri terremoti, la crisi libica, il debito sovrano. L’ideologia green è poi venuta incontro alla gabella: dato
che Lorsignori, in Europa, si sono accorti che la benzina inquina, ecco che le accise vengono giustificate anche per le spese sostenute dalle istituzioni per ridurre l’impatto ambientale dei carburanti. E con il movente politico la fregatura è sempre certa.
Però in Italia di più. Basti pensare che il Paese europeo dove le tasse sui carburanti pesano di più è Malta, con il 56,3% contro il 51,9% dell’Italia, al sesto posto (fonte: Sole 24ore). Ma indovinate un po’ dov’è che la benzina costa meno in Ue? Sempre a Malta, dove un litro costa 1,340 euro (fonte: Sole 24ore). Il motivo? Noi mettiamo nel netto pure l’accisa e poi ci schiaffiamo il 22% di Iva. C’è o non c’è qualcosa che non va nel nostro sistema fiscale? Ma mica basta. Il prezzo record del petrolio si registrò l’11 luglio 2008, quando costava 147,25 dollari al barile. La benzina quell’anno costava 1,380 euro al litro. Oggi il prezzo di un barile di petrolio si aggira sugli 86 euro, ma la benzina ha sforato abbondantemente i 2 euro al litro.
Finora le riduzioni fatte dal governo sulle accise sono state ridicole, nell’ordine di qualche decina di centesimi. E le proposte per riabbassarle lo sono ancora di più, tipo l’accisa mobile solo per i meno abbienti. Chissà, forse è un’idea per impoverire il resto della popolazione. E poi che si fa, si mandano decine di milioni di italiani a fare l’Isee per documentare lo stato di difficoltà? Non lo sappiamo.
Ma l’aspetto più inquietante è un altro: le soluzioni demenziali e le proroghe a singhiozzo vengono proposte perché non si trovano coperture. Ma nel 2026 il governo ha tirato fuori appena 2,5 miliardi per calmierare i prezzi. Domanda: se mancano le coperture anche solo per queste cifre, come pensano di rimborsare i 122,5 miliardi di prestiti del Pnrr e il nuovo prestito da 8 miliardi per il riarmo, considerando che, nonostante tali prestiti il debito pubblico è salito in un solo anno di 135,9 miliardi?

