Vaccini anti-Covid, Ioannidis smonta la bufala delle 20 milioni di vite salvate

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di ARTURO DOILO

Il dibattito sull’efficacia e sull’impiego dei vaccini anti-Covid continua ad arricchirsi di nuovi elementi scientifici. A riaccenderlo è il dottor Roy De Vita, che richiama l’attenzione su un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica JAMA e firmato dall’epidemiologo John Ioannidis, docente di Epidemiologia, Statistica e Scienza dei Dati Biomedici presso l’Università di Stanford. Secondo quanto riportato, la ricerca è stata sottoposta al tradizionale processo di peer review e propone una rivalutazione delle stime sul numero di vite salvate dalla campagna vaccinale contro il Covid-19.

Intanto, ci si permetta di ricordare che Ioannidis, sin dal 2021, aveva sollevato ogni tipo di dubbio in merito ai numeri della tragica farsa pandemica (vedi qui). Durante la pandemia, una delle argomentazioni più frequentemente utilizzate a sostegno della vaccinazione di massa (obbligatoria e sotto ricatto) era la stima secondo cui i vaccini avrebbero evitato circa 20 milioni di decessi nel mondo. Lo studio di Ioannidis, invece, ridimensiona significativamente questa cifra, stimando in circa 2,5 milioni le vite salvate a livello globale.

Ma l’aspetto che De Vita considera più rilevante riguarda però la distribuzione di questo beneficio nelle diverse fasce di età. Secondo i dati richiamati, circa il 90% delle vite salvate riguarderebbe persone con più di 60 anni, mentre il beneficio attribuito ai vaccini risulterebbe estremamente limitato nei più giovani: lo 0,01% nella fascia tra 0 e 19 anni e lo 0,07% tra i giovani adulti di età compresa fra 20 e 29 anni.

Alla luce di questi numeri, è chiaro che la campagna terroristica fondata sul “non ti vaccini, ti ammali, muori” va considerata una bufala assoluta! De Vita sostiene che il rapporto tra rischi e benefici della vaccinazione dovrebbe essere valutato in maniera differenziata in base all’età e alle condizioni individuali. A suo giudizio, l’estensione dell’obbligo vaccinale anche a categorie caratterizzate da un rischio molto basso di sviluppare forme gravi della malattia meriterebbe una riflessione critica, soprattutto considerando la possibilità di effetti avversi segnalati in alcuni soggetti, effetti su cui ancora si nega l’evidenza.

Il medico italiano ribadisce inoltre un principio che considera fondamentale nella pratica clinica: qualsiasi trattamento farmacologico dovrebbe essere somministrato soltanto quando il rapporto rischio-beneficio sia chiaramente favorevole al paziente. Per questo contesta anche l’obiezione secondo cui, nella fase emergenziale della pandemia, non fosse possibile disporre di elementi sufficienti per distinguere le diverse categorie di popolazione. Secondo De Vita, già allora esistevano interrogativi che avrebbero richiesto maggiore prudenza.

Peraltro, tra le tante questioni che indica come rimaste prive di risposte convincenti figurano l’obbligo vaccinale per le persone già guarite dall’infezione, la vaccinazione delle donne in gravidanza e quella di bambini, adolescenti e giovani adulti. Sono, a suo avviso, interrogativi che lo studio di Ioannidis (il cui H Index è superiore a quello di Fauci) contribuisce oggi a riportare al centro del confronto scientifico, suggerendo la necessità di una valutazione più accurata dei benefici e dei rischi nelle diverse fasce della popolazione.

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