di GEPPO CIATTI
C’è qualcosa di curioso nel nostro tempo. Non lasciano che si dimentichi un’emergenza che ne compare subito un’altra. Un giorno è un nuovo virus proveniente da qualche remota regione del pianeta, il giorno dopo una zecca geneticamente modificata, la settimana successiva una malattia tropicale che minaccia di attraversare gli oceani, quando non l’immarcescibile Ebola. Il copione sembra sempre lo stesso: un titolo allarmistico, l’esperto convocato d’urgenza in televisione, il politico che invoca vigilanza e il cittadino che, ancora una volta, viene invitato a preoccuparsi.
Non si tratta di negare che virus, batteri e malattie esistano (anche se per qualcuno non è così). Esistono da sempre e continueranno a esistere. La storia dell’umanità è costellata di epidemie e di sfide sanitarie. Il problema nasce quando il rischio reale viene trasformato in uno spettacolo permanente, quando ogni possibile minaccia viene presentata come l’anticamera dell’apocalisse e quando la paura smette di essere una reazione naturale per diventare uno strumento di governo delle emozioni collettive.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria industrializzazione dell’allarme. Esiste ormai una categoria professionale che prospera grazie all’emergenza continua: gli “urlatori”, coloro che annunciano incessantemente il prossimo disastro imminente. Sono i sacerdoti della paura contemporanea, tra i quali quei dementi chiamati giornalisti. Se una minaccia si ridimensiona, ne compare immediatamente un’altra. Se un allarme perde efficacia, ne viene costruito uno nuovo. L’importante è che l’attenzione resti costantemente orientata verso il pericolo.
La conseguenza più grave non è sanitaria, ma psicologica. Una società sottoposta quotidianamente a messaggi allarmistici finisce per sviluppare una sorta di dipendenza dall’emergenza. L’ansia diventa lo stato emotivo normale. Il cittadino non vive più nel presente, ma nell’attesa della prossima catastrofe annunciata. La paura si diffonde più velocemente di qualsiasi agente patogeno e spesso produce effetti più profondi e duraturi.
Si crea così un paradosso inquietante. Le società più sicure, più ricche e tecnologicamente avanzate della storia umana diventano contemporaneamente società sempre più spaventate. Mai come oggi disponiamo di strumenti medici, conoscenze scientifiche e capacità di risposta alle emergenze. Eppure mai come oggi sembriamo vivere immersi nell’angoscia permanente. Forse perché la paura è diventata una risorsa, per qualcuno ovvio. Una popolazione impaurita è più incline ad accettare restrizioni, controlli, sorveglianza e interventi straordinari. Una popolazione impaurita cerca protezione e finisce per affidarsi a chi promette di fornirla. Non è una novità! Ogni epoca ha avuto i propri spauracchi. La differenza è che oggi il ciclo dell’allarme è continuo, alimentato da media globali, social network e sistemi informativi capaci di diffondere qualsiasi notizia in tempo reale.
La vera sfida, allora, non consiste nel negare i rischi, ma nel rifiutare la loro spettacolarizzazione. Essere prudenti non significa vivere terrorizzati. Essere informati non significa diventare ostaggi dell’ansia. Una società libera dovrebbe essere capace di distinguere tra la consapevolezza del pericolo e la sua strumentalizzazione.
Per questo il consiglio più saggio, di fronte all’ennesimo allarme del giorno, è forse il più semplice: mantenere la calma. I virus possono essere pericolosi. Le malattie meritano attenzione. Ma gli urlatori professionisti della catastrofe meritano soprattutto scetticismo. Perché, troppo spesso, il panico organizzato si rivela più contagioso della minaccia che pretende di combattere.

