di PAOLO GATTI
Nel 2024 le prime 25 big tech mondiali hanno dichiarato utili ante imposte per 503 miliardi di euro e hanno versato solo 74,3 miliardi di tasse, con un’aliquota effettiva del 14,8%.
Nello stesso periodo le piccole e medie imprese italiane hanno prodotto utili ante imposte per 322 miliardi di euro (dato 2023) e hanno pagato 102,6 miliardi di imposte, con un’aliquota effettiva del 31,9%.
La differenza è enorme e deriva da una pratica consolidata: le grandi piattaforme spostano gli utili nei Paesi a bassa tassazione (Irlanda, Olanda e Lussemburgo) e “gonfiano artificialmente” – Così scrive la CGIA di Mestre – i costi nei Paesi ad
alta tassazione come l’Italia. In questo modo riescono a ridurre drasticamente il carico fiscale, mentre le imprese italiane – soprattutto le PMI – continuano a sostenere un’imposizione molto più pesante.
Il risultato è una distorsione competitiva evidente: le multinazionali del digitale operano sul mercato italiano generando profitti importanti, ma contribuiscono in misura molto limitata alle casse dello Stato, scaricando il peso fiscale sul tessuto produttivo nazionale. Questa situazione non è nuova, ma continua ad aggravarsi e rende sempre più difficile per le imprese italiane competere alla pari con i colossi tecnologici.
Ciò che denuncia la CGIA di Mestre è sotto gli occhi di tutti, ma la soluzione non è aumentare l’imposizione fiscale a chi paga meno, ma ridurla a chi paga di più.

