Antonini de Jimenez: “Fate soldi”! Il denaro incoraggia l’autonomia e la responsabilità individuale

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di LEONARDO FACCO

Per secoli il denaro è stato dipinto come la radice di ogni male. «Sterco del demonio», lo definiva una certa tradizione moralistica, avallata dal penultimo Papa, contribuendo a diffondere l’idea che arricchirsi fosse qualcosa di cui vergognarsi, se non addirittura un peccato.

Eppure, basta ribaltare la prospettiva per scoprire una verità spesso ignorata: il denaro, quando è il frutto del lavoro, dell’ingegno e dello scambio volontario, rappresenta uno dei più potenti strumenti di libertà di cui l’uomo disponga. È questo il cuore del messaggio lanciato dal professor Antonini de Jimenez in un recente intervento.

Secondo Antonini, guadagnare denaro significa innanzitutto conquistare l’indipendenza. Chi vive del consenso dei propri clienti non deve chiedere favori alla politica né dipendere dalla benevolenza del potere. È il mercato, con le sue regole fondate sullo scambio volontario, a premiare chi crea valore per gli altri. Ogni euro guadagnato rappresenta il riconoscimento di un servizio reso o di un bisogno soddisfatto.

Da questa prospettiva deriva anche una critica severa alla cultura socialista, accusata di considerare sospetto il successo economico. Secondo Antonini, il potere politico tende a ostacolare la creazione di ricchezza attraverso tasse elevate, regolamentazioni sempre più invasive e una burocrazia che rende difficile intraprendere un’attività economica. Ma non basta. Alla difficoltà pratica si aggiunge una pressione culturale – il pensiero mainstream, che va debellato, sconfitto, annichilito! – che induce gli imprenditori a sentirsi quasi in colpa per i propri guadagni, alimentando l’idea che il profitto sia moralmente discutibile.

Il denaro, invece, non è il problema: è la misura del valore creato in una società libera. Per questo, sostiene Antonini, l’inflazione rappresenta un’altra forma di aggressione alla libertà individuale. Quando il potere politico svaluta la moneta, il frutto del lavoro delle persone perde potere d’acquisto e i risparmi vengono progressivamente erosi. È un meccanismo meno appariscente di una tassa, ma altrettanto efficace nel trasferire ricchezza dai cittadini allo Stato. L’alternativa, osserva provocatoriamente, non è una società più giusta, bensì una società più povera e più dipendente. I regimi che hanno abolito o soffocato l’iniziativa privata non hanno creato paradisi di uguaglianza, ma sistemi fondati sulla coercizione, nei quali il potere sostituisce il mercato e il cittadino perde progressivamente autonomia.

Il punto centrale del ragionamento è quindi profondamente liberal-libertario: amare il denaro non significa idolatrare la ricchezza, bensì riconoscere il valore della libertà economica. Il denaro onestamente guadagnato è il risultato della cooperazione volontaria tra individui, non dello sfruttamento. È il simbolo di una società nella quale ciascuno può migliorare la propria condizione offrendo qualcosa che gli altri desiderano acquistare.

In quest’ottica, l’invito di Antonini assume un significato ben diverso da quello che potrebbe sembrare a una prima lettura. Esortare le persone a guadagnare sempre di più non equivale a celebrare l’avidità, ma a incoraggiare l’autonomia, la responsabilità individuale e la capacità di creare valore. Perché una società di uomini economicamente indipendenti è anche una società di individui più liberi e meno ricattabili dal potere politico.

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