Breve risposta al Corriere della Sera che dà del ladro agli evasori fiscali

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di LEONARDO FACCO

Quando il «Corriere della Sera» invita a chiamare «ladri» gli evasori, compie un piccolo capolavoro di mistificazione linguistica, degna di “1984”, trasformando in propaganda amorale il furto legalizzato ed evitando accuratamente di porsi la domanda più scomoda: quanto può arraffare lo Stato prima che il cittadino abbia il sospetto che le tasse sono un furto?

Lo screen-shot di cui sopra è esilarante, se non fosse tragico il suo contenuto. Un uomo rappresentato come un ladro davanti alle sbarre e il titolo del Corriere della Sera: «La parola può anche ingannare: non chiamiamoli evasori ma ladri». Una tesi giornalisticamente efficace, soprattutto per quella massa di invidiosi che popolano lo stivale. Peccato che, dal punto di vista filosofico, economico e giuridico sia assai meno solida di quanto sembri.

Da autore di Elogio dell’evasore fiscale e Schiavi fiscali, non ho alcuna difficoltà a sostenere una tesi che può apparire provocatoria ai chierici dello statalismo ma che, a mio avviso, merita di essere presa terribilmente sul serio: prima di dare dell’evasore a qualcuno, bisognerebbe chiedersi che cosa stiamo chiamando “suo” e che cosa stiamo chiamando “dello Stato”.

La prima parola che inganna è proprio “ladro”. Cominciamo da una distinzione elementare: Il ladro è colui che sottrae a una persona qualcosa che appartiene a quella persona senza averne alcun titolo. L’evasore fiscale, invece, viola una norma tributaria con l’intento di difendere il frutto del proprio lavoro. Può commettere un atto illegale, certo, ma quell’atto è assolutamente legittimo. Per la giurisprudenza italiana potrà anche essere sanzionato, ma non per questo è un ladro, semmai è un novello “Robin Hood” che evita di farsi rapinare dal più infame degli sceriffi di Nottingham, lo Stato. La differenza non è semantica, è filosofica e dottrinaria.

Ed è proprio qui che il titolo del Corriere compie la sua acrobazia linguistica, nel solco del neolinguismo e del bispensiero. Se io metto le mani sul portafoglio di un individuo e gli sottraggo mille euro, nessuna legge – nonostante sia ammantata di “bene pubblico”, “giustizia sociale” e “contratti sociali”, può stabilire che quei mille euro non appartengano a quell’individuo. Ed eccoci al cuore della questione libertaria, che parte da una domanda che il positivismo giuridico tende a eludere: il fatto che una determinata condotta sia legalmente autorizzata rende automaticamente quella condotta moralmente giusta? 

Naturalmente no! Altrimenti, ancora oggi, dovremmo legittimare la “schiavitù”, “la soluzione finale”, “i gulag” e ogni altra amenità genocida che per legge era consentita! La storia è piena di leggi perfettamente legali che oggi consideriamo ingiuste, anzi che proprio quelli del Corsera considerano ingiuste. Il libertario non fa altro che portare questo ragionamento anche nel campo fiscale e il fatto che lo Stato possieda il potere giuridico – e militare – di imporre un tributo non significa che abbia acquisito, per una sorta di magia metafisica, un diritto naturale sul reddito prodotto dal cittadino. Il precipitato del ragionamento è semplice: ciò che è legale non sta scritto da alcuna parte che sia legittimo.

“Ma le tasse sono necessarie”, raccontano i soloni della stampa igienica, insieme a tutti i loro scherani. Servono – spiegano – per finanziare sanità, scuola, sicurezza, infrastrutture, giustizia, pensioni, amministrazione pubblica, ecc. ecc. Ma questa constatazione non risponde alla domanda fondamentale: quanto Stato ci serve e quanto siamo disposti a pagare per averlo? Perché se il ragionamento è “lo Stato offre (in realtà impone) dei servizi, quindi ogni euro che pagate è dovuto”, allora hanno trasformato la tassazione in una categoria religiosa.

Il problema è che lo Stato non presenta mai il conto soltanto per il minimo indispensabile. Nel 2024 le entrate complessive ufficiali delle amministrazioni pubbliche italiane sono state pari al 47,1% del PIL, mentre le uscite hanno raggiunto il 50,6%. La pressione fiscale è stata del 42,6% del PIL. Nel 2025 la pressione fiscale è ulteriormente aumentata di 0,7 punti percentuali. Insomma, il cittadino italiano dovrebbe forse sentirsi rassicurato? Paga moltissimo allo Stato e, in cambio, riceve sempre meno servizi, e sempre peggiori, dallo Stato. Un affare imperdibile, no?

L‘evasione è una risposta comportamentale (legittima difesa) ai disincentivi creati dal sistema fiscale. Ai tassassini piace raccontare la solita balla: “Se tutti pagassero le tasse, pagheremmo meno tasse”. Una corbelleria, smentita dai fatti e dai numeri. Il risultato è piuttosto eloquente.

  • Nel 2012:
  • entrate complessive: circa 772 miliardi
  • uscite complessive: circa 820 miliardi
  • Nel 2022:
  • entrate complessive: circa 935 miliardi
  • uscite complessive: circa 1.092 miliardi

Quindi, nell’arco di dieci anni, le entrate sono aumentate di circa 163 miliardi (+21%), mentre la spesa è cresciuta di circa 271 miliardi (+33%).

Più aumenta il costo legale di produrre, investire e lavorare, maggiore diventa l’incentivo a cercare forme lecite e illecite per ridurlo. Al netto del fatto che l’evasione fiscale, a mio personale parere, è moralmente giustificata, un sistema fiscale non può essere analizzato ignorando gli “incentivi” che produce, o meglio non produce.

Ciononostante, ci viene continuamente spiegato che dobbiamo pagare di più perché lo Stato deve offrirci servizi migliori. Peccato che l’aumento della spesa pubblica non garantisca automaticamente un aumento proporzionale della qualità dei servizi. L’Istat ricostruisce un fenomeno di lungo periodo impressionante: la spesa pubblica italiana, che all’inizio del Novecento rappresentava meno del 20% del PIL, ha raggiunto il 50% e passa nella metà degli anni Ottanta, crescendo ancora di un pizzico oggigiorno. Beh, se i risultati sono servizi peggiori per imposte maggiori, non è solo una questione morale quella che sta alla base dell’evasione fiscale, ma anche pragmatica!

Insisto: la proprietà privata non nasce per grazia ricevuta et amore dei. E’ un diritto naturale, così come è naturale e razionale che non venga aggredita. Qui la prospettiva libertaria è radicalmente diversa da quella statalista. Il principio di partenza è che l’individuo è proprietario del proprio lavoro e dei frutti ottenuti attraverso scambi volontari, salvo i limiti necessari a impedire l’aggressione ai diritti altrui. Lo Stato arriva successivamente, come un predatore qualsiasi.

Il libertario sa bene che prima dello Stato viene il diritto dell’individuo. Il problema della tassazione non è quindi soltanto “quanto devo pagare?”, ma “perchè devo pagare”? L’unica risposta è che “sono costretto a pagare perché lo Stato possiede una caratteristica che nessuna impresa privata possiede: il potere coercitivo!

  • Se non pago il ristorante, il ristoratore non può mandarmi automaticamente i carabinieri a sequestrare il conto corrente.
  • Se non pago una tassa, invece, l’apparato pubblico mi manda a casa i suoi sgherri armati.

Naturalmente lo Stato sostiene di esercitare questa forza in nome della legge e dell’interesse collettivo, ma è proprio questo che non distingue affatto l’imposizione fiscale dal furto. La coercizione è moralmente giustificata soltanto perché esercitata da un’autorità pubblica? La risposta è no!

Chiamare “ladro” l’evasore serve solo a eliminare dal dibattito ogni discussione sulla proporzionalità della pretesa fiscale. Se colui che non paga la gabella è semplicemente “un ladro”, allora non dobbiamo più discutere di questi argomenti, ad esempio:

  • quanto lo Stato spende;
  • quanto spreca;
  • quali servizi produce;
  • quali imposte introduce;
  • quali incentivi genera;
  • quanto è complesso il sistema;
  • quanto costa rispettarlo;
  • quanto pesa sul lavoro;
  • quanto pesa sull’investimento;
  • quanto è inefficiente;
  • quanto pesa sulla proprietà, ecc. ecc.

Il Corriere della Sera, non ammettendo discussioni sugli argomenti di cui sopra, ha già emesso una sentenza morale e, peggio ancora, ha attribuito allo Stato il ruolo di “Dio, nostro Signore”, trasformando lo statalismo in una religione.

Per non dilungarmi oltre, torno a citare John Locke, padre del liberalismo:

  • “Esula dai doveri dell’uomo sottomettersi ai governanti sino al punto da accordar loro licenza di distruggerlo, poiché i cittadini hanno il sacrosanto diritto di ‘appellarsi al cielo’ ogni qualvolta non c’è altro rimedio contro i soprusi del governo”. Infine, ma pur sempre con Locke, “Laddove la potestà tributaria è usata come strumento per depredare alcuni cittadini a favore di altri ed ha come suo unico limite quello della voracità delle corporazioni sul cui consenso il governo fonda il suo potere, lì la democrazia si riduce a farsa della democrazia e lì esploderà la rivolta”.

Attenzione però! La storia insegna che le rivolte figlie delle conseguenze di una politica fiscale sconsiderata, e di un governo che pensa di uscire dalla crisi a colpi di provvedimenti economici, possono sfociare in soluzioni assai tragiche. Fu lo stesso Hitler ad affermare che “la dittatura fiscale mi favorisce”Lo rivelò in una intervista alla stampa nel 1932, a casa di Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del grande filosofo Friedrich”. Cosa è accaduto dopo, lo sapete tutti!

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1 COMMENT

  1. Il Corriere mi pare riceva abbondanti sovvenzioni pubbliche, come altri quotidiani, senza le quali non potrebbe sopravvivere.
    Lo stato deruba la gente con le tasse, lo stato è ladro e lo sanno tutti anche se non hanno l’ardire di affermarlo apertis verbis, e dal bottino preleva le somme da elargire a quotidiani ed editoria varia col fine di alimentare una propaganda filo-statalista.
    In un mondo normale tali sovvenzioni pubbliche ad editoria, quotidiani, TV e radio non esisterebbero.
    Se il prodotto non piace l’azienda chiude, perchè il consumatore non acquista, in un mondo normale.
    Purtroppo in italiah non possono esistere politici con il coraggio di far tabula rasa di tali regalie pubbliche all’editoria, per tante ragioni.
    Milei l’ha fatto in Argentina ed ha fatto molto bene.
    Un esempio dal quale i politici nostrani si guardano bene dal prendere spunto.
    L’Argentina ricupera, mentre l’italiah affonda nell’acquitrino UE.

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