di ARTURO DOILO
C’è una scena che potrebbe essere uscita da una commedia dell’assurdo, all’italiana! In Italia si discute, da decenni, del ponte destinato a diventare il più lungo ponte a campata unica del mondo. Però, a pochi chilometri di distanza, a Reggio Calabria, la pubblica amministrazione combatte da anni con un problema apparentemente assai più modesto: un ponte di una trentina di metri sul Calopinace (foto sotto).
L’opera rappresenta al meglio l’Italia delle grandi promesse infrastrutturali, con cui i parassiti si lavano la bocca. Il “caso Calopinace” diventa una metafora formidabile: promettono opere faraoniche per il Ponte sullo Stretto e non riescono a costruire un ponticello su un fiumiciattolo. Il Ponte sullo Stretto è un’opera di complessità straordinaria: 3.300 metri di campata, torri alte quasi 400 metri, collegamenti stradali e ferroviari per circa 40 chilometri. Il costo ufficiale oggi (tralasciando le centinaia di milioni gettate in progetti) è di 13,532 miliardi di euro, interamente coperto da risorse pubbliche. Il ponte sul Calapinace è un opera modesta invece. Proprio per questo la questione diventa ancora più interessante: non stiamo parlando soltanto di ingegneria. Stiamo parlando della capacità dello Stato di progettare, appaltare, controllare, finanziare e soprattutto portare a termine un’opera pubblica.

Nel frattempo, per la cronaca, l’Italia ha accumulato una quantità impressionante di opere incompiute. Alla fine del 2024 l’Anagrafe nazionale ne censiva 246, per un valore complessivo degli interventi di circa 1,6 miliardi di euro, ai quali occorrerebbero ancora circa 1,07 miliardi per completarle. E attenzione: questi non sono i miliardi complessivamente sprecati negli ultimi cinquant’anni. Non esiste una contabilità nazionale omogenea – nonostante l’inutile pletora di burocrati della Corte dei Conti – che consenta di sommare mezzo secolo di opere abbandonate, sovraccosti, progettazioni cancellate, infrastrutture inutilizzate e interventi rifatti. Sarebbe quindi scorretto inventare una cifra. Ciononostante basta guardare alcuni casi per capire l’ordine di grandezza del problema.
- La Salerno-Reggio Calabria, per esempio, dopo la costruzione originaria, ha richiesto dal 1997 in poi oltre 8 miliardi di euro di stanziamenti per l’ammodernamento.
- Il MOSE ha superato i 6,5 miliardi di euro di costo complessivo.
- La Città dello Sport di Tor Vergata, una delle più celebri cattedrali nel deserto, aveva accumulato circa 607 milioni di euro di costi già sostenuti e richiedeva ulteriori 406 milioni per il completamento, prima di essere recuperata in occasione del Giubileo.
E potremmo continuare a lungo. Il problema, dunque, è che – come dice Milei – “i lavori pubblici non generano occupazione, ma solo sprechi”. Ma la risposta ufficiale della casta è sempre la stessa: “Questa volta sarà diverso”. È la frase preferita della burocrazia italiana. Dopo ogni fallimento, anziché chiedersi se il modello funzioni, si promette che il prossimo progetto sarà gestito meglio. Così nasce la cattedrale nel deserto: prima il plastico, poi il rendering, poi il progetto, poi il finanziamento, poi la variante, poi il contenzioso, poi il commissario, poi il nuovo finanziamento. E, qualche anno dopo, magari, l’erba che cresce sulle fondamenta.
Ora – e lo dice quell’inutile personaggio che fa il ministro dei Trasporti – ci dicono che il Ponte sullo Stretto sarà pronto. Il cronoprogramma ufficiale indica il completamento nel 2032. Che pagliacci! Uno pseudo-paese che non sa amministrare correttamente un ponticello di trenta metri dovrebbe almeno dimostrare di aver imparato qualcosa prima di impegnare oltre tredici miliardi di euro in un’opera colossale. Aldilà dell’utilità dell’opera, il Ponte sullo Stretto è l’ennesima gigantesca dimostrazione della specialità italiana: non costruire infrastrutture, ma costruire aspettative sulle infrastrutture e derubare i cittadini del frutto del loro lavoro.
Ha ragione un mio amico calabrese quando dice: “Se collezionassi il 10% delle cose che vedo qui nel mese di agosto, dove torno per le ferie, scriveremmo il copione di Zelig dei prossimi 5 anni”!
Prima di attraversare lo Stretto, sarebbe rassicurante riuscire almeno ad attraversare il Calopinace, un rigagnolo che nasce tra le montagne calabresi.


Non sono in grado di mettere in un preciso ordine l’impressionante elenco degli sprechi italiani, né di metterli rigorosamente a confronto con quelli di altri luoghi. E non intendo certo, con quanto segue, rimpiangere la così-impropriamente-detta prima repubblica: segnalo soltanto una tesi sul perfezionamento del metodo.
A quei tempi, i tempi del “governo ladro”, era a tutti noto che il settore pubblico era soggetto a sprechi, ma soprattutto a furti. Concentrandosi in particolare su questi, s’erano diffuse consapevolezza e rassegnazione, ma a ben guardare il sistema aveva prodotto una certa autodifesa o, più precisamente, autolimitazione. Moltissimi partecipavano alla grassazione, ma essendo raggruppati in schieramenti diversi e potenzialmente ostili, dovevano rispettare un certo “equilibrio” fra i gruppi, tutti perfettamente al corrente della situazione: se uno avesse “esagerato” sarebbe immediatamente incorso nelle ire degli altri che, potendo dimostrare il furto, reato teoricamente punibile, avrebbero creato problemi.
Non entro nel dettaglio dei motivi per cui ruppero il giocattolo, ma poi si è abbandonato il metodo rozzo dei furti per concentrarsi sugli sprechi: è bastato normare trasparenza, sicurezza, ambiente, clima, formazione, inclusione e così e “ce lo impone l’Europa” per azzerare il rischio e rendere praticamente illimitato il livello superiore degli importi sprecati.
Ricordiamo anche questo a chi frigna “ci vorrebbe una legge per…”
Ricordo che nel mio spettacolo teatrale dedicato alle tasse, Pongo celebrava una miriade di opere incompiute!
Questi luoghi, ci troviamo sul 38° parallelo d’itaGlia, sono l’apoteosi tricolore dell’inefficienza, dello spreco, del malaffare, dell’emigrazione, della disoccupazione, delle pensioni di invalidità false, dei posti di lavoro falsi, dei sussidi pubblici finiti in fumo, di quanto di peggio lo stato, e in particolare quello in mano ai banditi asserragliati nei covi di Roma. E’ interessante osservare, che qualsiasi studioso o futurologo, che vuole sapere come sarà l’itaGlia intera, Milano compresa, tra pochi anni procedendo di questo passo e nella direzione dello statalismo peggiore, deve venire qui e stare qualche settimana. Milano, Reggio Calabria, L’Havana.
😉