di LEONARDO FACCO
La questione della neutralità dei fact-checker non può essere affrontata limitandosi a osservare le singole verifiche pubblicate. Per capire quanto sia realmente imparziale un sistema che pretende di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso occorre esaminare l’intero ecosistema nel quale opera: chi lo finanzia, quali temi sceglie di sottoporre a verifica, quali criteri utilizza e quali risultati produce. È questa la tesi centrale di un approfondimento realizzato, con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, dall’amica Giuliana Barbano (VEDI QUI).
Il primo elemento riguarda il denaro. Organizzazioni come PolitiFact, FactCheck.org e Snopes ricevono finanziamenti da fondazioni filantropiche, grandi aziende tecnologiche, istituzioni accademiche e donatori privati. Tra i finanziatori citati figurano Democracy Fund, Craig Newmark Philanthropies, Knight Foundation e Bill & Melinda Gates Foundation, oltre a soggetti e organizzazioni riconducibili all’area progressista. Il documento sottolinea, per esempio, il peso delle donazioni di Bill Gates al Partito Democratico e l’esplicito sostegno politico manifestato da Melinda French Gates nei confronti di Joe Biden e Kamala Harris.
Questo non dimostra automaticamente che ogni singolo fact-check sia falso o manipolato. Ma pone una domanda legittima: quanto può essere considerato indipendente un arbitro della verità quando una parte significativa dell’infrastruttura che lo sostiene economicamente proviene da ambienti politici e culturali riconducibili prevalentemente a una sola area? Il documento cita, tra gli altri, Craig Newmark, Pierre Omidyar, la Knight Foundation e George Soros, evidenziandone i rapporti con cause e organizzazioni progressiste.
Ma il problema, secondo l’approfondimento, non sarebbe soltanto finanziario. Esisterebbe anche un bias nella selezione delle affermazioni da verificare. Non è infatti irrilevante stabilire quali dichiarazioni vengono sottoposte al giudizio dei fact-checker e quali rimangono fuori dal loro radar. Il testo cita dati relativi a PolitiFact secondo i quali, nel primo trimestre del 2026, furono sottoposte a verifica 32 dichiarazioni di esponenti repubblicani contro 11 di democratici; tra le prime, il 69% sarebbe stato classificato come falso o peggio, mentre nessuna delle seconde sarebbe stata classificata come falsa.
È proprio qui che la questione della neutralità assume una dimensione più profonda, per non dire ridicola. Anche ammettendo che ogni singola verifica sia metodologicamente corretta, un sistema che seleziona sistematicamente più spesso le affermazioni di una parte produrrà inevitabilmente un’immagine complessiva asimmetrica. La scelta dell’oggetto da controllare diventa quindi importante quanto il verdetto finale. Il lavoro di Giuliana sostiene inoltre che questa asimmetria non sarebbe soltanto il risultato delle scelte editoriali, ma potrebbe essere rafforzata dalla composizione ideologica dell’ambiente professionale. Viene citata un’analisi secondo la quale quasi tutte le donazioni politiche personali effettuate dai dipendenti delle organizzazioni di fact-checking sarebbero andate a candidati democratici.
La conseguenza sarebbe una sorta di monocultura ideologica: non è necessariamente una cospirazione organizzata, ma un ambiente (quello del pensiero mainstream) nel quale finanziatori, dirigenti, giornalisti e criteri culturali tendono a provenire dalla medesima area politica. In un contesto simile, il rischio non consiste necessariamente nel falsificare deliberatamente i fatti, bensì nel dare per scontate determinate premesse, nel considerare alcune questioni più importanti di altre e nell’interpretare le medesime parole attraverso categorie differenti.
Il caso Anthony Fauci e l’origine del Covid viene utilizzato nel documento come esempio emblematico. Le comunicazioni e i diari di Fauci vengono presentati come elementi che mostrerebbero una distanza tra dubbi e discussioni private e dichiarazioni pubbliche sull’origine del virus. Il testo richiama, tra le altre cose, un’annotazione del gennaio 2020 sul ruolo del mercato di Wuhan e appunti relativi alla riunione scientifica del 1° febbraio dello stesso anno. E dopo la scena muta di Fauci in Commissione Senato (appellatosi al V emendamento ben oltre 1000 volte) c’è solo da essere dei rimbambiti per non comprendere la regia dietro la tragica farsa pandemica, iniziata nel 2020.
Il punto politico che il documento vuole mettere in evidenza è soprattutto questo: una tesi non dovrebbe essere definita “disinformazione” semplicemente perché in un determinato momento contraddice la posizione prevalente. La conoscenza scientifica procede attraverso ipotesi, discussioni, verifiche e revisioni. Anche una teoria inizialmente minoritaria può meritare di essere esaminata senza essere automaticamente trasformata in un problema politico.
È però proprio su questo caso che emerge la necessità di distinguere accuratamente fatti, accuse e interpretazioni. Il documento di Giuliana riconosce che alcune ricostruzioni circolate pubblicamente hanno confuso materiali provenienti da fonti differenti: le email di Fauci ottenute tramite FOIA non coincidono con i documenti dell’archivio WikiLeaks, e le accuse di Rand Paul devono essere distinte dalle successive contestazioni e dalle spiegazioni fornite da Fauci e dai fact-checker. Questo punto è essenziale perché la vera neutralità non consiste nel dare automaticamente ragione a entrambe le parti, ma nel riportare con precisione ciò che ciascuna parte sostiene, quali prove presenta, quali obiezioni vengono mosse e quali elementi risultano effettivamente verificati.
Il problema, dunque, non è soltanto stabilire se un fact-checker abbia ragione in una determinata occasione. La domanda più importante è: chi controlla il controllore? Un sistema realmente affidabile dovrebbe rendere trasparenti i propri finanziamenti, i propri criteri di selezione, le proprie metodologie e possibilmente anche i propri errori. Dovrebbe sottoporre a verifica con lo stesso metro le affermazioni provenienti da destra e da sinistra, evitando che il fact-checking si trasformi in un’attività di sorveglianza politica rivolta prevalentemente contro una sola parte. E, ribadiamo, la vicenda delle email e dei diari di Fauci rappresenta, nel documento, un esempio di quanto sia importante non confondere la neutralità con l’adesione alla narrazione dominante. Allo stesso tempo, proprio una discussione seria sulla neutralità impone di non trasformare automaticamente ogni finanziamento progressista in una prova di manipolazione deliberata: un conflitto d’interessi potenziale è un fatto da investigare, non una dimostrazione automatica del risultato di ogni singola verifica.
La lezione finale è quindi più ampia del semplice dibattito sui fact-checker. In una società libera, nessuno dovrebbe possedere il monopolio della definizione della verità. I cittadini devono poter confrontare fonti diverse, conoscere gli interessi economici e politici che stanno dietro alle istituzioni dell’informazione e distinguere i fatti dalle interpretazioni. Perché la neutralità non può essere semplicemente dichiarata. Deve essere dimostrata! E per dimostrarla non bastano i codici etici o le dichiarazioni di indipendenza: occorre guardare ai soldi, alle persone, ai criteri di selezione e, soprattutto, ai dati. È soltanto mettendo sotto esame anche chi pretende di verificare gli altri che il fact-checking può aspirare a diventare ciò che dovrebbe essere: non un’autorità politica sulla verità, ma uno strumento trasparente al servizio della ricerca della verità.
Del resto, il caso su Ranucci – il deus ex machina di Report – e l’immagine qui sopra ci raccontano molto di più di quello che questi pagliacci del giornalismo vorrebbero farci credere.

