di ARTURO DOILO
C’è un meraviglioso articolo, di Connor Boyack, che dimostra che gli americani sono vittime di un furto silenzioso che non avviene attraverso una tassa esplicita, ma attraverso la progressiva perdita di valore della moneta. Per dimostrarlo propone un metro alternativo al consueto calcolo dei redditi: l’oro, che alcuni economisti da strapazzo considerano una “reliquia barbarica”.
Nel 1976 una famiglia americana con reddito mediano guadagnava circa 14.960 dollari l’anno. L’oro valeva allora mediamente 125 dollari l’oncia: quel reddito equivaleva dunque a circa 120 once. Oggi quelle stesse 120 once, con l’oro intorno ai 4.180 dollari, valgono circa 500.000 dollari. Il reddito familiare mediano, invece, è arrivato a circa 110.500 dollari: espresso in oro, equivale soltanto a circa 26 once. Da qui la stilettata di Boyack: la famiglia americana dovrebbe guadagnare circa mezzo milione di dollari l’anno per conservare lo stesso potere d’acquisto in oro di cinquant’anni fa.
Il fenomeno diventa ancora più evidente osservando il salario minimo. Nel 1976 era di 2,30 dollari l’ora e servivano circa 54 ore di lavoro per acquistare un’oncia d’oro. Oggi, con un salario minimo federale di 7,25 dollari, occorrono circa 575 ore: più di dieci volte tanto. Secondo Boyack, per comprare oggi la stessa quantità d’oro che un lavoratore acquistava con un’ora di lavoro nel 1976, il salario minimo dovrebbe essere di circa 77 dollari l’ora.
L’autore porta poi il confronto ancora più indietro, al 1914, quando Henry Ford introdusse il celebre salario di cinque dollari al giorno. Quel compenso conteneva allora circa un quarto di oncia d’oro, un valore che oggi sfiorerebbe i 1.000 dollari. Il punto non è sostenere che il lavoratore del 1914 fosse necessariamente più ricco sotto ogni profilo, ma mostrare quanto sia cambiato il rapporto fra lavoro e valore monetario.
La spiegazione di Boyack è la svalutazione del dollaro. Secondo i suoi calcoli, la moneta americana ha perso circa l’83% del proprio potere d’acquisto negli ultimi cinquant’anni e circa il 97% dalla nascita della Federal Reserve nel 1913. L’inflazione, inoltre, non colpisce tutti nello stesso modo: richiamando Richard Cantillon, Boyack osserva che la nuova moneta entra inizialmente attraverso governi, banche e mercati finanziari, mentre salariati e risparmiatori la ricevono quando i prezzi hanno già incorporato parte della nuova liquidità.
Anche i record di Wall Street, quindi, meritano di essere interpretati con cautela. Dal 2020 lo S&P 500 è salito molto se misurato in dollari, ma secondo Boyack è sceso se valutato in oro e ancora di più se misurato in bitcoin. Il messaggio è chiaro: un aumento nominale del patrimonio non significa necessariamente un aumento della ricchezza reale, soprattutto quando l’unità di misura perde continuamente valore.
Qui entra la citazione di Ludwig von Mises: la moneta sana non è soltanto una questione economica, ma anche uno strumento di difesa delle libertà civili. Se il governo può creare moneta senza dover chiedere il consenso dei cittadini, dispone infatti di una forma di finanziamento che riduce il costo politico delle proprie decisioni.
La conclusione di Boyack non è l’attesa di una riforma monetaria imposta da Washington. È una scelta individuale: risparmiare e conservare il proprio lavoro in qualcosa che il governo non possa creare a piacimento, dall’oro ai satoshi. Perché il vero problema, sostiene, non è soltanto quanto guadagniamo: è quanto di ciò che guadagniamo riusciremo effettivamente a conservare.

