di ARTURO DOILO
Per più di sessant’anni il regime castrista ha costruito una parte essenziale della propria legittimazione internazionale attorno a una parola: imperialismo. Naturalmente, nella retorica dell’Avana, l’imperialista è sempre qualcun altro: soprattutto gli Stati Uniti, accusati di voler dominare i popoli e di interferire negli affari delle altre nazioni.
Ma esiste un’altra storia della Cuba castrista, assai meno celebrata e, soprattutto, scomoda da raccontare per i deficienti che pochi giorni fa “festeggiavano” il genetliaco del barbudo: quella di un piccolo paese (finanziato dall’URSS) che, appena consolidata la rivoluzione, iniziò a proiettare la propria forza politica e militare ben oltre i confini nazionali, sostenendo guerriglie, addestrando combattenti, inviando consiglieri e, in numerosi casi, vere e proprie truppe da combattimento.
Il post di “Cubanos en Angola” da cui prendiamo spunto elenca 17 Paesi nei quali Cuba avrebbe fornito, in forme diverse, uomini, armi, addestramento o finanziamenti. Il conteggio va tuttavia letto con cautela, perché alcune voci del prospetto comprendono più paesi e altre si riferiscono a forme di intervento molto diverse tra loro. Il fenomeno storico, però, è incontestabile: l’internazionalismo militare fu una componente strutturale della politica estera di Fidel Castro. E non si tratta soltanto di una ricostruzione elaborata dai suoi oppositori. Lo stesso Castro rivendicò pubblicamente numerose di queste operazioni, presentandole naturalmente come solidarietà rivoluzionaria e antimperialista. In un discorso del 2003 ricordò, per esempio, l’invio di armi e truppe in Algeria, la brigata corazzata mandata in Siria e il sostegno ai ribelli congolesi.
Algeria: la prima spedizione
Già nel 1963, appena quattro anni dopo la rivoluzione, Cuba intervenne militarmente in Algeria durante la cosiddetta Guerra delle Sabbie contro il Marocco. Secondo fonti cubane, un contingente di 865 uomini con relativo equipaggiamento arrivò in Algeria nell’ottobre di quell’anno. Altre ricostruzioni indicano 686 uomini, 22 carri armati T-34, artiglieria e mortai. Non si trattava dunque semplicemente di qualche istruttore militare: La Habana aveva iniziato a esportare concretamente la propria rivoluzione attraverso le proprie forze armate. L’episodio è importante perché anticipa una caratteristica che diventerà sistematica: Cuba non si limitava a predicare la rivoluzione; era disposta a combattere per essa.
Due anni più tardi fu la volta del Congo. Nel 1965 Ernesto “Che” Guevara (il comunista sanguinario) guidò personalmente una colonna di circa 120 combattenti cubani nell’Est del Congo, affiancando i ribelli congolesi. Parallelamente, altri cubani operarono dal Congo-Brazzaville. Nell’estate del 1965 i volontari cubani presenti nell’Africa centrale arrivavano complessivamente a circa 400 uomini. L’operazione si trasformò in un disastro. La guerriglia locale non possedeva né la struttura né la disciplina che Guevara aveva immaginato e il progetto rivoluzionario collassò. Una ricostruzione accademica descrive la campagna come un fallimento dall’inizio alla fine: Guevara finì per ritirarsi nel novembre 1965 e trascorse successivamente quasi due mesi nascosto nell’ambasciata cubana a Dar es Salaam. Non fu dunque soltanto il viaggio di un rivoluzionario romantico: fu un’operazione militare cubana finalizzata a sostenere un’insurrezione armata straniera.
Un altro episodio quasi dimenticato riguarda il Medio Oriente. Nel 1973, dopo la guerra dello Yom Kippur, Cuba inviò in Siria una formazione corazzata destinata a utilizzare i carri armati sovietici T-62. Secondo una fonte cubana, il contingente iniziale era composto da 746 uomini, successivamente integrati nella brigata corazzata Cuba-Siria. La presenza non fu meramente simbolica. Fonti contemporanee riferiscono che i militari cubani parteciparono agli scontri contro Israele sulle alture del Golan durante la successiva guerra d’attrito. La brigata rimase in Siria fino al 1975.
È un dettaglio significativo: mentre la propaganda castrista presentava Cuba come vittima dell’imperialismo, militari cubani combattevano a migliaia di chilometri da casa in un conflitto mediorientale, schierati con la Siria contro Israele.
Ma fu in Angola che l’internazionalismo militare cubano raggiunse una dimensione gigantesca. Nel 1975, mentre il Portogallo abbandonava la propria colonia e l’Angola precipitava nella guerra civile, Cuba intervenne a sostegno del MPLA, il movimento marxista guidato da Agostinho Neto. I documenti diplomatici americani mostrano una progressione impressionante. Nel settembre-ottobre 1975 i militari cubani presenti erano già circa 1.200-1.900; navi cubane trasportavano uomini e materiale e Cuba aveva già addestrato per anni quadri del MPLA.
Nei mesi successivi la presenza crebbe enormemente: entro l’inizio del 1976 le stime indicavano 10.000-12.000 militari cubani, mentre successivamente il contingente arrivò a decine di migliaia. Non era una semplice missione di assistenza. Le forze cubane parteciparono direttamente ai combattimenti e assunsero un ruolo decisivo nelle operazioni del MPLA contro FNLA e UNITA. Un documento diplomatico statunitense del 1976 stimava 13.000-15.000 cubani presenti in Angola, con almeno 10.000 militari, e osservava che le unità corazzate cubane costituivano l’elemento decisivo dell’offensiva vittoriosa.
L’operazione, denominata Carlota, sarebbe durata fino al 1991. Anche il regime cubano la presenta come una delle massime espressioni del proprio internazionalismo.
Quasi contemporaneamente Cuba aprì un altro fronte in Africa: l’Etiopia. Quando nel 1977 la Somalia invase l’Ogaden, il regime di Mengistu chiese aiuto a Mosca e all’Avana. Cuba rispose con una massiccia spedizione militare. Documenti declassificati della CIA indicano che entro aprile 1978 erano presenti in Etiopia 16.000-17.000 militari cubani, compresi circa 1.000 uomini del personale medico e consiglieri militari. Quattro brigate cubane, per un totale di circa 10.000-12.000 uomini, insieme a piloti e mezzi corazzati, ebbero un ruolo decisivo nella controffensiva contro le forze somale.
Ma la missione non si limitò alla guerra contro la Somalia: i cubani furono coinvolti anche nel sostegno al regime di Mengistu contro i movimenti indipendentisti eritrei. Studi accademici basati su documenti sovietici e cubani mostrano che l’Avana contribuì alla pianificazione e all’organizzazione delle operazioni militari etiopi.
Grenada e il cortile di casa
Perfino nei Caraibi, dove Cuba poteva teoricamente sentirsi circondata da una potenza ostile, il regime continuò a proiettare la propria influenza. A Grenada, dopo la rivoluzione del 1979, Cuba fornì armi e consiglieri militari e partecipò all’organizzazione dell’esercito rivoluzionario. Nel 1983, quando gli Stati Uniti invasero l’isola, erano presenti 784 cittadini cubani. La versione ufficiale dell’Avana li descriveva prevalentemente come lavoratori edili, ma fonti militari statunitensi identificarono anche decine di consiglieri militari e personale cubano coinvolto nella struttura della sicurezza. La distinzione fra “lavoratore” e “militare” era dunque meno netta di quanto suggerisse la propaganda.
In Sudamerica l’interventismo cubano ci ha sguazzato!
Nel Cile di Salvador Allende, Cuba non fu un semplice osservatore della cosiddetta via cilena al socialismo. L’Avana cercò di rafforzare le componenti più radicali della sinistra e, soprattutto, il Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR), organizzazione favorevole alla lotta armata, anzi chiamiamoli col loro nome: terroristi. Documenti e studi storici mostrano che Cuba fornì armi, addestramento e assistenza agli apparati militari della sinistra cilena. Un rapporto dell’intelligence statunitense del novembre 1973 riferiva che, con l’aumento del rischio di conflitto, Cuba aveva effettuato consegne di armi destinate ai gruppi pro-Allende.
Secondo la storica Tanya Harmer, prima dell’intervento richiesto dal parlamento a Pinochet, l’11 settembre 1973, Cuba aveva fornito al Partito Socialista cileno almeno tre spedizioni di armi: fra queste figuravano 200 AK-47, mitra, pistole, sei lanciarazzi anticarro RPG-7 e due cannoni senza rinculo. Altri esponenti cubani ricordavano migliaia di armi consegnate al MIR, al Partito Comunista e ai socialisti, oltre all’addestramento militare impartito a centinaia di militanti in Cile e a Cuba. L’Avana contribuì inoltre all’addestramento di formazioni legate al MIR e alla sicurezza presidenziale. Studi cileni documentano la presenza di consiglieri cubani nell’addestramento della cosiddetta “Tropa” mirista, mentre la Biblioteca Nacional de Chile riassume il ruolo cubano come sostegno politico, finanziario e militare ai settori più radicalizzati della sinistra.
Poi, c’è il caso venezuelano, che il nostro direttore commenta da anni su questa pagine. Il Venezuela è ancora più interessante perché l’interventismo cubano non si limitò al sostegno di una guerriglia o alla consegna di armi: entrò direttamente nelle strutture dello Stato. Dopo l’ascesa di Hugo Chávez, il rapporto personale e politico fra Caracas e L’Avana si trasformò progressivamente in una vera alleanza strategica. Nel 2008 furono conclusi accordi – chiamati eufemisticamente “misiones” – che prevedevano assistenza cubana per riorganizzare l’intelligence militare venezuelana, addestrare funzionari dell’intelligence a Cuba e fornire consiglieri destinati alle forze armate. Il tutto con la scusante della redistribuzione delle risorse, della riorganizzazione sanitaria e/o della gestione petrolifera.
Documenti diplomatici statunitensi del 2006 descrivevano già una situazione sorprendente: gli agenti cubani disponevano di accesso diretto a Chávez e gli fornivano rapporti d’intelligence non necessariamente filtrati dai servizi venezuelani. Gli stessi documenti riferivano che ufficiali cubani addestravano agenti venezuelani sia a Cuba sia in Venezuela, impartendo formazione operativa e ideologica. L’influenza si estese anche alla sicurezza presidenziale, alla polizia e agli apparati di intelligence (Non a caso, l’estrazione di Maduro è costata la morte a soli agenti di scorta cubani!). Una successiva testimonianza davanti al Senato americano ha definito il sostegno del regime castrista a Chávez un elemento importante nel consolidamento del suo potere e nell’indebolimento delle istituzioni democratiche venezuelane.
L’imperialismo che non amava chiamarsi tale
Un aspetto emerge dall’intera storia interventista cubana: se per imperialismo intendiamo l’esercizio della potenza politica e militare oltre i propri confini per influenzare la direzione politica di altri Paesi, allora la Cuba castrista fu certamente una potenza interventista. La differenza rispetto agli imperialismi che Castro denunciava consisteva soprattutto nel linguaggio utilizzato per giustificarlo. Washington parlava di contenimento del comunismo; Mosca di difesa del socialismo e La Habana di internazionalismo, solidarietà e lotta antimperialista. Ma sul terreno c’erano soldati, carri armati, armi, addestratori, consiglieri e guerriglieri.
Il paradosso storico è quindi evidente: il regime che costruì gran parte della propria identità politica denunciando l’intervento straniero divenne esso stesso uno dei più attivi esportatori di uomini e mezzi militari del mondo comunista nel Terzo Mondo durante la Guerra fredda. E non fu un fenomeno marginale (come spiega il grafico riportato). Dall’Algeria al Congo, dalla Siria all’Angola, dall’Etiopia a Grenada, Cuba trasformò il proprio internazionalismo rivoluzionario in una vera politica di proiezione della potenza.
Non è certamente questa testata a sostenere l’interventismo americano, ma occorre abbandonare la logica infantile (e romantico-revolucionaria) secondo cui l’imperialismo è sempre quello degli altri. La storia della Cuba dell’assassino criminale Fidel Castro dimostra qualcosa di molto più interessante: anche una piccola isola, quando dispone di un’ideologia messianica, di un esercito disciplinato e del sostegno di una superpotenza, può trasformare la rivoluzione interna in uno strumento di espansione internazionale. E quella, comunque la si voglia chiamare, è una forma di potere imperiale.

