Il dizionario del perfetto antifascista: quando le parole servono a nascondere la realtà

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di LEONARDO FACCO

El manual del perfecto idiota latinoamericano, di Mendoza, Montaner e Vargas Llosa, è un pamphlet, risalente alla fine degli Anni Novanta, che smaschera le contraddizioni – scusate l’eufemismo – dell’ideologia di sinistra. Gli autori sostengono che l’«idiota comunista» non è necessariamente uno stupido, ma colui che, di fronte all’evidenza storica del fallimento dei regimi comunisti, insiste nel difenderne l’ideale. Il libro analizza le meccaniche psicologiche e retoriche che permettono a questi “idioti” di giustificare la miseria, la repressione e la morte, pur continuando a sognare un’utopia di giustizia sociale. È una satira pungente che rivela come il buon senso venga sacrificato sull’altare di un’ideologia totalitaria.

George Orwell l’aveva capito con decenni di anticipo. Nel suo 1984 – risalente al 1948 – immaginò la Neolingua: un linguaggio costruito dal potere non per descrivere il mondo, ma per impedirne la comprensione. Riducendo il significato delle parole, si restringeva anche la capacità di pensare. Non è un caso che oggi, osservando il lessico di una certa sinistra militante (che dopo la caduta del Muro di Berlino continua ad essere la stessa!), si abbia la sensazione di sfogliare proprio quel vocabolario.

Un’immagine che circola sui social, intitolata ironicamente “Dizionario ufficiale dei sinistri”, ricorda sia gli insegnamenti dei tre autori di cui sopra che quelli dell’ex socialista Eric Arthur Blair. Trattasi di una sintesi caricaturale, certo, ma come tutte le buone intuizioni satiriche contiene una enorme dose di verità. Vi si legge, ad esempio, che “fascista” è chiunque non la pensi come loro, che “odio” significa semplicemente opinione diversa, che “fake news” è qualsiasi notizia scomoda, che “democrazia” coincide con la vittoria del proprio partito e “dittatura” con qualsiasi governo di destra.

È un’esagerazione? No! E, purtroppo, il dibattito pubblico degli ultimi anni è stato pesantemente condizionato dal vocabolario, e dai contenuti, dei termini di cui sopra, generando peraltro la demenziale agenda wokeista che la stampa igienica rilancia a pié sospinto.

Prendiamo la parola “fascista”. Un tempo indicava gli aderenti a un preciso movimento politico nato in Italia nel 1919, con una determinata ideologia, una specifica esperienza storica e un “crapone” alla sua testa. Oggi, per molti attivisti progressisti, il termine sembra aver perso qualsiasi riferimento storico. È diventato un insulto universale, applicabile indistintamente al liberale, al conservatore, al libertario, al cattolico, al sovranista, al federalista, al liberista e, se necessario, persino al socialdemocratico che osi dissentire su un singolo punto. Ci aveva azzeccato alla grande Ennio Flaiano quando disse che “in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Con questa battuta, centrò il problema che viviamo oggi, ovvero che i cosiddetti antifascisti utilizzano gli stessi toni e metodi intolleranti e dogmatici del vecchio regime. Così, la parola non serve più a identificare un fenomeno politico: serve a delegittimare l’interlocutore e appiccicandogli addosso l’etichetta giusta, non hai più bisogno di confutare le sue idee.

Lo stesso accade con “odio”. Non importa che qualcuno critichi una politica migratoria, una teoria economica o una legge. Se quella critica disturba la narrazione dominante, ecco comparire immediatamente l’accusa di “hate speech”, quando non di “razzismo”. L’argomento non viene discusso; viene moralmente squalificato. È una tecnica retorica efficace: trasformare il dissenso in una patologia sociale.

Ancora più interessante è l’uso dell’espressione “fake news”. Nata per indicare la diffusione deliberata di notizie false, è stata progressivamente trasformata in una categoria elastica. Non di rado viene applicata a informazioni semplicemente sgradite o politicamente imbarazzanti, come abbiamo verificato durante la “tragica farsa pandemica”. Naturalmente, quando la stessa notizia viene confermata qualche mese dopo, il termine sparisce senza lasciare traccia. Nessuno chiede scusa. La realtà ha semplicemente avuto il cattivo gusto di dare ragione agli “eretici”.

Ma è probabilmente sulla parola “democrazia” che il capolavoro semantico raggiunge il suo apice. Quando vincono “i buoni”, la democrazia è salva. Quando vincono gli avversari, improvvisamente emergono inquietanti “derive autoritarie”, “minacce allo Stato di diritto”, “pericoli per le istituzioni”. Non importa se le elezioni sono state libere e regolari: se il popolo vota nel modo sbagliato, evidentemente bisogna rieducare il popolo. E se del caso annullare le elezioni.

Del resto, non siamo di fronte a nulla di nuovo, per oltre un secolo il socialismo, reale o meno, fondato sulla menzogna istituzionalizzata, ha mostrato una straordinaria capacità di modificare il significato delle parole. La Repubblica Democratica Tedesca era una dittatura. Le “democrazie popolari” dell’Est europeo non erano né democratiche né popolari. “Democrazia Proletaria” era un partito che inneggiava alla rivoluzione armata. I muri venivano costruiti “per difendere la pace”, non per evitare che gli abitanti di quei posti infernali potessero fuggire. I carri armati servivano a “liberare”, come diceva un tal presidente della Repubblica italiana. Inoltre, la censura proteggeva la libertà e il partito unico rappresentava il pluralismo.

Se controlli il linguaggio, controlli il pensiero. Questo è sempre stato il metodo dei “sinistri”. Per questo sorprende fino a un certo punto che oggi il termine “giustizia sociale” venga spesso utilizzato come elegante sinonimo di tassazione crescente e redistribuzione forzata. L’espressione suona nobile, finanche evangelica. Chi potrebbe essere contrario alla giustizia? Ma dietro quella formula si nasconde spesso un’idea molto concreta: togliere con la forza a qualcuno per distribuire ad altri secondo criteri stabiliti dalla politica.  Naturalmente il prelievo coercitivo diventa “solidarietà” e “bene comune”. L’espropriazione diventa “equità”. L’assistenzialismo diventa “diritto”. Il debito pubblico si trasforma magicamente in “investimento”. E chi osa obiettare è, appunto, un egoista, un reazionario o, meglio ancora, un fascista.

Anche la parola “imperialismo” sembra avere un unico referente: gli Stati Uniti. Che poi esistano altre grandi potenze che invadono territori, reprimono minoranze, minacciano vicini o esercitano pressioni economiche, pare non modificare il vocabolario del comunista. Alcuni imperialismi sono evidentemente più imperialisti di altri. Lo stesso vale per i “diritti umani”. Sono sacrosanti quando possono essere utilizzati contro governi invisi alla sinistra; diventano improvvisamente un argomento secondario quando a violarli sono regimi ideologicamente affini. Cuba, Venezuela, Nicaragua, Korea del Nord o, un tempo, l’Unione Sovietica hanno goduto di sorprendenti indulgenze da parte dei chierici della rivoluzione, sempre pronti a impartire lezioni di morale alle democrazie liberali.

Non fatevi prendere per i fondelli, tutta la sinistra ragiona in questo modo. Orwell ci aveva avvertito: «Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero». A giudicare da certo “vaccabolario” politico contemporaneo, aveva visto molto più lontano di quanto molti fossero disposti ad ammettere.

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