di LEONARDO FACCO
Le riforme, ed annessi cambiamenti, adottate dal governo di Javier Milei, in meno di tre anni, non hanno paragoni. Per decenni il principale problema dell’economia argentina non è stato soltanto l’inflazione, bensì la causa profonda che l’ha alimentata: una spesa pubblica sistematicamente superiore alle entrate fiscali e la conseguente possibilità, per il Tesoro, di scaricare il costo di quel disavanzo sulla banca centrale attraverso la creazione di nuova moneta.
In merito alla riforma della “Carta organica della BCRA” ne ho scritto qualche giorno fa, ma ho trovato assai interessante il punto di vista di Juan Ramón Rallo – economista spagnolo, già direttore dell’Istituto Juan de Mariana – che, con dettaglio, ha analizzato quella che definisce la più importante riforma strutturale approvata dal presidente argentino. Secondo Rallo, si tratta della modifica istituzionale più significativa degli ultimi novant’anni di storia economica del paese sudamericano (considerate le rigide regole fiscali destinate a limitare il ricorso al deficit), perché non mira semplicemente a ridurre l’inflazione nel breve periodo, ma tenta di eliminare il meccanismo che l’ha resa cronica.
Per comprendere il significato della riforma bisogna partire dal problema che essa intende risolvere. Per molti decenni, sostiene Rallo, i governi di Buenos Aires hanno speso molto più di quanto incassassero. Per finanziare questa differenza hanno utilizzato due strumenti: l’indebitamento pubblico e, soprattutto, il finanziamento monetario attraverso la banca centrale. Quando il Tesoro non riusciva più a collocare debito sufficiente sui mercati, la banca centrale interveniva, acquistando titoli pubblici o concedendo credito allo Stato, creando nuova moneta. Questo aumento artificiale della quantità di denaro in circolazione ha, inevitabilmente, finito per ridurre il potere d’acquisto del peso, alimentando l’inflazione e la sua ricaduta sui prezzi di beni e servizi.
Secondo Rallo, il risultato storico di questo processo è stato devastante: una continua erosione del valore del peso argentino e un gigantesco trasferimento di ricchezza dai cittadini allo Stato attraverso quella che gli economisti definiscono “tassa inflazionistica”. Da quando Milei ha preso in mano le redini del governo, la stampante monetaria si è spenta e il finanziamento monetario della BCRA al Tesoro è crollato da un picco del 7,4% del PIL nel 2020 fino a zero nel 2024. L’eliminazione dell’emissione monetaria per finanziare il deficit è uno dei principali pilastri alla base del rallentamento dell’inflazione e del cambio di aspettative. Ora, Milei vuole rendere perenne questo risultato con le riforme che ha lanciato la scorsa settimana.
La banca centrale avrà un solo obiettivo! Il primo pilastro della riforma consiste nel ridefinire completamente la missione della banca centrale. Finora il BCRA era investito di molteplici finalità, ci ricorda Rallo: sostenere la crescita economica, favorire l’occupazione, stabilizzare il sistema finanziario e, indirettamente, agevolare il finanziamento dello Stato. Corbellerie keynesiane. Una pluralità di obiettivi che, secondo l’economista spagnolo, consentiva ai governi di giustificare qualunque intervento monetario. La nuova Carta Organica elimina questa ambiguità: l’unica missione della banca centrale diventa la difesa del valore della moneta nazionale. In pratica, la Banza Centrale della Repubblica Argentina non dovrà più preoccuparsi di finanziare politiche economiche o programmi governativi, ma esclusivamente di preservare il potere d’acquisto del peso.
La seconda innovazione – secondo Rallo – è forse ancora più importante. La banca centrale non potrà più concedere finanziamenti al Tesoro né ai livelli inferiori dell’amministrazione pubblica: province, comuni o imprese statali. Si interrompe così quello che per decenni è stato il principale canale attraverso il quale il deficit pubblico veniva trasformato in inflazione e in clientelismo. Inoltre, vengono aboliti alcuni strumenti finanziari che avevano consentito al governo di appropriarsi
indirettamente delle riserve della banca centrale, come le cosiddette “lettere intrasferibili”, considerate da Rallo uno dei meccanismi più distorsivi del precedente sistema monetario.
Affinché queste regole possano funzionare è necessario che il governatore della banca centrale non sia sottoposto alle pressioni del potere politico. Per questa ragione la riforma rafforza significativamente la sua indipendenza. Pur continuando a essere nominato dal Presidente della Repubblica, il governatore non potrà essere rimosso arbitrariamente dal governo e la sua eventuale destituzione richiederà una maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento intero. L’obiettivo è impedire che un governo possa minacciare la dirigenza della banca centrale per costringerla a tornare a finanziare la spesa pubblica.
Per Rallo, tuttavia, rendere indipendente la banca centrale non sarebbe sufficiente se il Tesoro continuasse ad accumulare deficit. Il valore di una moneta fiat dipende infatti anche dalla solidità fiscale dello Stato che la emette. Se i conti pubblici diventano insostenibili (e non è il caso dell’attuale governo, anzi), anche una banca centrale prudente può trovarsi sotto pressione, perché i mercati finiscono per dubitare della capacità dello Stato di onorare i propri impegni. Da qui nasce il secondo grande pilastro della riforma: una rigida regola fiscale che prevede che, se il governo accumula deficit per un periodo prolungato, il Congresso debba intervenire rapidamente correggendo il bilancio. Qualora ciò non avvenga, scatterà automaticamente una sorta di “shutdown” sul modello statunitense: saranno sospese numerose attività amministrative non essenziali, bloccate nuove assunzioni, congelati nuovi contratti pubblici e interrotte le spese discrezionali.
Una disposizione particolarmente innovativa riguarda gli incentivi della classe politica: durante il periodo di mancata correzione del deficit, Presidente, Vicepresidente, ministri, deputati e senatori non percepiranno il proprio stipendio fino al ripristino dell’equilibrio di bilancio. L’intento è rendere personalmente costoso, per chi governa, il permanere del disavanzo pubblico.
Fin qui, tutto decisamente esaltante, ma la riforma – ci dice giustamente Rallo – ha un limite: la politica può sempre cambiarla. Pur giudicando eccellente l’impianto tecnico della legge, Rallo individua un punto debole fondamentale: “Le nuove regole non hanno rango costituzionale. Di conseguenza, una futura maggioranza parlamentare potrebbe modificarle o abolirle con relativa facilità. Se in futuro tornasse al governo una forza politica favorevole a utilizzare nuovamente deficit e inflazione come strumenti di politica economica, l’intero impianto potrebbe essere smantellato”.
Per questo motivo Rallo continua a ritenere che il progetto originario di Milei — chiudere la banca centrale e procedere alla dollarizzazione dell’economia — avrebbe rappresentato una soluzione istituzionalmente più robusta. Una volta che cittadini e imprese utilizzano il dollaro come moneta, infatti, risulta molto più difficile per un governo reintrodurre una valuta nazionale da inflazionare. L’esperienza dell’Ecuador viene indicata come esempio di questa maggiore irreversibilità.
Personalmente, concordo con l’economista spagnolo. Tra l’altro, il giorno della presentazione ufficiale della riforma, ho scritto a Javier ponendogli questa domanda: “La riforma che hai proposto potrebbe essere prodromica a un’eventuale abolizione della Banca Centrale in futuro”? La sua risposta è stata laconica: “Attendiamo i risultati di questa legge e vedremo”.
E qui, cade a fagiolo un’ultima riflessione di Rallo, che riguarda un aspetto meno tecnico ma forse ancora più importante. Le istituzioni funzionano soltanto se sono sostenute da una cultura economica condivisa e in Argentina una parte significativa dell’elettorato continua a considerare normale che lo Stato possa finanziare la spesa pubblica ricorrendo all’emissione monetaria. “La vera sfida della riforma – sostiene Rallo – non consiste soltanto nel modificare alcune norme legislative, ma nel cambiare la cultura economica del Paese. Se gli argentini comprenderanno il legame tra disciplina fiscale, indipendenza della banca centrale e stabilità monetaria, allora le nuove regole avranno maggiori probabilità di sopravvivere anche ai futuri cambi di governo. In caso contrario, il rischio di un ritorno alle pratiche inflazionistiche del passato resterà sempre presente”.
Dulcis in fundo, non posso che guardare con occhio positivo al tentativo di Javier Milei di sterilizzare la Banca Centrale. Purtroppo, è vero che gli argentini non hanno dato corso alla dollarizzazione che il governo Milei ha sostenuto, ma quel “El Banco Central hay que dinamitarlo”, rimane – almeno ad oggi – l’unica promessa non mantenuta, rispetto alla quale ogni vero austrolibertario ha più che il diritto di avanzare le critiche del caso.


– La sua risposta è stata laconica: “Attendiamo i risultati di questa legge e vedremo”.-
E’quanto di più onesto ha potuto dirti … ricorda che lui è sulla “silla eléctrica”, basta una mezza parola ed il moribondo muore.
Dopo una rianimazione di successo (dalle riserve nette *negative*), questa riforma la considero un bel cerottone medicato (vuole vedere che l’Argentina ritorni investment grade). La cura definitiva non se la può ancora permettere.
Gli argentini devono ancora aggiustare i loro comportamenti di sopravvivenza a maggior gradi di libertà, mai sperimentati da tempo immemore. Ancora poi non hanno ben digerito la “competiciòn de monedas” una cosa rivoluzionaria che anche alle nostre latitudini sarebbe migliorativa.
La cura definitiva (chiusura del BCRA) poi si scontrerà con l’osso più duro: i professionisti della specialità.
Nel team di governo e nel governo della BCRA i nomi da ventanni non sono nuovi al compito. Sono professionisti di economia monetaria che hanno operato a cuore aperto il BCRA sotto vari governi, anche kirchneristi, con alterne fortune e situazioni pesanti. Fino ad oggi quelle competenze specialistiche sono risultate preziose, efficaci ed allineate al salvataggio dell’Argentina e della banca centrale nientemeno che a gambe all’aria.
Son persone che pesano, accademici che a volte hanno sofferto angherie anche personali nella battaglia di dignità con la sinitra rapace, o con un cetrodestra tiepido di Macri. Illuminante è una recente intervista che si trova in youtube dell’ex presidente del BCRA (Martìn Redrado) stesso già 16 anni fa sotto Cristina K.
Martín Redrado | 24/09/2004 – 22/01/2010 non è l’unico, ma ad esempio:
Luis Andrés Caputo | 18/06/2018 – 25/09/2018
Federico Adolfo Sturzenegger | 11/12/2015 – 15/06/2018
Attualmente in carica Santiago Bausili.
Queste persone ancora oggi decenti, ma non libertarie, non “austriaci”, tantomeno anarco-capitaliste, speriamo non si mettano di mezzo.
Bella riflessione, grazie!