Guarire diventa un problema di business? Il caso dell’Epatite C

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di ARTURO DOILO

La vicenda raccontata dal dottor Roy de Vita in un suo video apparso sui social parte da una domanda volutamente provocatoria: «Curare i pazienti è un modello di business sostenibile?». Non si tratta di una domanda inventata e provocatoria della cosiddetta «controinformazione», ma il tema di una nota destinata nel 2018 agli investitori del settore biotech da Goldman Sachs, firmata dall’analista Selvin Rich.

Per comprendere il ragionamento occorre seguire il caso indicato da de Vita: quello di Gilead Sciences e dell’epatite C.

Nel 2015 Gilead lanciò una terapia presentata nel video come una vera rivoluzione terapeutica: un trattamento capace di ottenere un’efficacia superiore al 90%. Un enorme successo scientifico, dunque, ma anche commerciale. Nel primo anno il farmaco avrebbe generato per Gilead circa 12,5 miliardi di dollari di fatturato. Poi accadde qualcosa che, dal punto di vista sanitario, dovrebbe rappresentare esattamente il lieto fine: i pazienti guarirono! E proprio questo avrebbe generato un problema economico. Tre anni dopo, secondo la ricostruzione del chirurgo italiano, le vendite dell’azienda erano precipitate sotto i 4 miliardi di dollari. Una volta guariti, infatti, quei pazienti non avevano più bisogno di acquistare il farmaco.

È su questa dinamica che si concentra la riflessione attribuita a Goldman Sachs: una terapia risolutiva esaurisce progressivamente il proprio mercato, mentre una terapia destinata a essere assunta per periodi molto lunghi, o per tutta la vita, mantiene un bacino permanente di consumatori.

De Vita estende quindi il ragionamento ad alcuni esempi della medicina contemporanea, citando statine, antidepressivi e farmaci GLP-1 per la perdita di peso, sottolineando che, nella sua interpretazione, questi trattamenti funzionano finché vengono assunti e non eliminano necessariamente la causa originaria del problema. La metafora utilizzata è quella dell’industria tecnologica: come il software è passato dalla vendita una tantum al modello dell’abbonamento, anche nel settore sanitario — secondo la tesi esposta nel video — il cliente cronico può risultare economicamente più interessante di quello che acquista una terapia una sola volta e poi guarisce.

Ora, Roy de Vita non sostiene che le aziende farmaceutiche non vogliano curare le malattie, né dimostra che esse evitino deliberatamente le terapie risolutive. Anzi, de Vita precisa esplicitamente che il punto è un altro: il mercato sanitario in quanto tale (che è iper-regolamentato e tassato e de Vita non lo accenna), non garantirebbe necessariamente il massimo incentivo economico a ottenere una cura definitiva. Ed è questa la contraddizione che il medico vuole mettere sotto i riflettori: la scienza può avere come obiettivo la salute, mentre un’impresa privata deve necessariamente preoccuparsi anche dei ricavi e della sostenibilità economica.

La storia dell’epatite C diventa così, nella lettura di de Vita, un caso emblematico di una domanda più generale: che cosa accade quando l’obiettivo economicamente più conveniente non coincide perfettamente con quello socialmente desiderabile? Ed è proprio questa domanda, più che l’accusa indistinta contro «la Big Pharma», a costituire il cuore della vicenda raccontata nel video. Una vicenda sulla quale è necessario aprire un serio dibattito.

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1 COMMENT

  1. Solo la sanità? Se chiedo al barbiere un taglio deciso e lui invece taglia poco per rivedermi dopo un mese invece che due, il problema è similare. Se il fabbro mi sistema male la serratura per poter essere richiamato a breve, produce lo stesso effetto. Il segreto è nella possibilità di concorrenza. Se il mestiere del fabbro fosse protetto e riservato a un’oligarchia, staremmo ogni mese con le porte difettose. Libero fabbro in libero stato può limitare simili situazioni. Se risolvo per sempre un problema sanitario, vorrà dire che la medicina e la scienza farmaceutica potranno occuparsi di altro: miglioramento del benessere personale, aumento delle aspettative di vita, ripresa della natalità generale, diminuzione delle sofferenze durante gravidanze e parti, misure di prevenzione degli infortuni… Non ci sarebbero fallimenti ma flessibilità nella produzione. Senza contare che l’industria farmaceutica, senza brevetti protetti sarebbe maggiormente competitiva. E senza carichi fiscali, molto meno gravosa. Ma sulla flessibilità c’è sempre l’ombra della… SINISTRA contraddizione. Quella sinistra che odiava le specializzazioni perché il macchinista e il tecnico del suono “possono anche recitare, cantare o danzare”, adesso odia la flessibilità quando essa si dimostra necessaria. La voleva obbligatoria quando inutile e dannosa, la vuole vietare quando diventa produttiva e utile. Il mercato risolverebbe anche questo ennesimo confronto tra produttori e consumatori. Solo che con i governi statali il condizionale è d’obbligo; perché per loro il mercato è solo un’espressione verbale. Lo si tollera per spennarlo un po’ ma non lo si vuole autenticamente sviluppato. Un decisivo sviluppo del mercato avrebbe aspetti positivi per la risposta alla domanda finale. Perché in un’autentica economia mercatista, gli obiettivi più convenienti per il produttore coincidono sempre con ciò che è desiderabile dal consumatore. Quando ciò non accade è perché qualche legislatore ha concesso indebiti vantaggi al produttore che non è più così costretto alla necessaria flessibilità. Mentre l’obiettivo più conveniente per il legislatore è sempre non coincidente con ciò che è stato definito socialmente desiderabile. Con buona pace dei fanatici della pubblica pianificazione.

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