Lezioni di democrazia dall’Islanda: dice NO all’Unione Europea con un referendum!

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di LEONARDO FACCO

Esiste un paese così “incivile” che – ad oggi – non ha alcun obbligo vaccinale per i “trogloditi no-vax” che vivono sul suo territorio. Ma la sua inciviltà arriva al punto che han deciso che a loro l’UNione Europea fa abbastanza schifo. Quel paese si chiama Islanda. Ed evidentemente, qualcuno dovrà prima o poi spiegare agli islandesi che cosa si stanno perdendo: dieci obblighi vaccinali pediatrici, una burocrazia continentale che risolve problemi, una montagna di regolamenti e di parassiti che li scrivono, ma soprattutto il privilegio di poter dire di vivere nella «casa comune europea».

Il 29 agosto gli islandesi – senza che la stampa igienica tricolore si sia sperticata nel ricordarlo – sono stati chiamati a pronunciarsi sulla domanda: «L’Islanda deve riprendere i negoziati di adesione con l’Unione europea?». La risposta è stata NO, con il 52,8% dei voti contro il 47,2% dei Sì, su un’affluenza straordinariamente elevata, pari all’82,5%. E qui arriva la parte interessante.

Non si trattava ancora di decidere se entrare nell’UE. Si trattava di decidere se autorizzare il governo a riaprire i negoziati. Gli elettori hanno dunque detto: prima ancora di sederci al tavolo con Bruxelles, vogliamo essere noi a stabilire se quel tavolo debba essere apparecchiato. E non è tutto. Il governo islandese aveva chiarito che, qualora il referendum avesse autorizzato la ripresa dei negoziati, nessuna modifica istituzionale o legislativa conseguente all’adesione sarebbe stata effettuata prima di una seconda consultazione popolare sull’eventuale accordo finale. In altre parole: prima si chiede ai cittadini se si può trattare; poi, eventualmente, si chiede loro se accettano il risultato della trattativa.

Che rozzi, che incolti questi isolani dell’estremo Nord: lasciano che siano i cittadini a decidere! Che disgusto! Nella democraticissima Italia, dove i comunisti inneggiano alla Costituzione più bella del mondo, l’articolo 75 della Costituzione stabilisce esplicitamente che non è ammesso il referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Non abbiamo dunque avuto un referendum nazionale per chiedere agli italiani se volessero aderire all’Unione europea.

Gli islandesi hanno inoltre scelto di difendere una condizione che per loro è tutt’altro che marginale: il controllo sulle proprie risorse ittiche. La pesca pesa enormemente sull’economia nazionale e proprio il timore di perdere autonomia nella gestione delle risorse marine è stato uno degli argomenti centrali della campagna per il No. E l’Islanda – che per secoli è stato un esperimento di ordine senza Stato – non è certamente isolata dal continente. Fa parte dello Spazio economico europeo e dell’area Schengen e mantiene strettissimi rapporti economici con l’Unione. Ha scelto, semplicemente, di non trasformare questa cooperazione in appartenenza politica.

Poi c’è l’altra curiosità che farà balzare sulla sedia Bassetti, Burioni e Pregliasco e tutta la compagnia cantante. L’Islanda, secondo il calendario vaccinale dell’ECDC aggiornato nel 2026, presenta vaccinazioni pediatriche raccomandate, non un sistema di obblighi vaccinali generalizzati come quello italiano. L’Italia, invece, ha introdotto con l’infame Legge Lorenzin (legge 119/2017) l’obbligatorietà di dieci vaccinazioni per i minori nella fascia prevista dalla normativa.

Con poco meno di 400.000 abitanti, una società relativamente piccola e una struttura istituzionale lontanissima dalle dimensioni elefantiache degli Stati continentali, gli islandesi hanno semplicemente detto: questa decisione è troppo importante per lasciarla ai politici. E forse è proprio questa, più che qualsiasi discorso pronunciato nei palazzi del potere sulla «tanto blasonata democrazia», la cosa più democratica di tutte.

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