di LUIGI CORTINOVIS
Nel suo nuovo articolo pubblicato su International Man, e ripreso da LewRockwell, Doug Casey affronta uno dei temi centrali della sua visione politica, ma anche di molti articoli pubblicati su questa rivista: il Deep State, inteso non come una cabina di regia guidata da pochi “illuminati cospiratori”, ma come una rete informale di interessi che si è progressivamente sovrapposta alle istituzioni dello Stato americano (e replicato in giro per il mondo).
Il punto di partenza di Casey è radicale: lo Stato vive della coercizione. La retorica democratica tende a presentarlo come lo strumento attraverso cui “il popolo” governa se stesso, ma, secondo Casey, dietro questa rappresentazione si nasconde il fatto elementare che il potere politico si fonda sulla capacità di imporre decisioni attraverso la forza. È proprio questa struttura che consente a gruppi organizzati di utilizzare lo Stato per perseguire interessi propri. Il Deep State americano, nella sua interpretazione, non coincide quindi semplicemente con la burocrazia di Washington. Ne fanno parte i vertici di agenzie come FBI, CIA e NSA, alti esponenti militari, politici di lungo corso e dirigenti delle autorità regolatorie, ma anche grandi corporation, banche, assicurazioni, Federal Reserve, università, media e organizzazioni legate agli ambienti dell’establishment. Casey descrive così una rete di potere, denaro e propaganda, nella quale i diversi protagonisti non devono necessariamente obbedire a un unico comando: è sufficiente che condividano interessi e incentivi.
Particolarmente significativa è la sua distinzione fra tre categorie. I “Top Dogs” occupano i vertici del sistema; i “Running Dogs” comprendono coloro che dipendono direttamente da esso e contribuiscono a mantenerlo; infine ci sono i “Whipped Dogs”, cioè la massa della popolazione che riceve benefici, servizi o protezioni dallo Stato e finisce per dipendere dalla sua permanenza. Casey contrappone a queste categorie la figura del “Lone Wolf”, l’individuo che cerca di sottrarsi alla dipendenza dal potere.
La conseguenza è, per Casey, un sistema autoreferenziale: lo Stato raccoglie ricchezza attraverso la tassazione, una parte viene consumata dall’apparato stesso e un’altra viene utilizzata per alimentare politiche che rafforzano ulteriormente il
sistema. Guerre, moneta fiduciaria e interventismo diventano così, nella sua lettura (ma anche nella nostra), esportazioni di Washington.
E qui arriva la parte critica dell’articolo: Donald Trump non sarebbe la soluzione al Deep State. Casey riconosce che Trump può apparire come un outsider intenzionato a demolire l’establishment, ma sostiene che il problema non sia semplicemente chi occupa la Casa Bianca. Se il presidente continua a utilizzare l’apparato statale anziché smantellarlo, finisce inevitabilmente per alimentarlo. Secondo Casey, Trump non ha scelto la strada della riduzione radicale dello Stato, ma quella del suo utilizzo per obiettivi che considera giusti. Il risultato, sostiene l’autore, è ulteriore spesa pubblica, deficit e consolidamento degli interessi che ruotano attorno al potere federale.
La conclusione è dunque coerente con la prospettiva libertaria di Casey: il problema non è trovare il politico giusto che sappia usare meglio lo Stato, ma ridurre il potere dello Stato stesso. Letteralmente Casey: “La sua mancanza di un nucleo morale garantisce che, invece di tentare di abolire lo Stato (come l’argentino Milei o Ron Paul), si limiterà a usarlo in modi che ritiene giusti. La prova di ciò sono i trilioni di nuove spese pubbliche e i deficit che ha approvato finora”.
Finché esisterà un apparato capace di distribuire denaro, imporre regolamenti, finanziare imprese, gestire guerre e creare privilegi, qualcuno avrà un incentivo a conquistarne il controllo. E il Deep State, più che un complotto, diventa così il naturale prodotto di un potere politico troppo grande. Del resto, la gigantesca burocrazia e i suoi adepti sono il “Deep State”!

