di LEONARDO FACCO
C’è una frase pronunciata recentemente da Javier Milei che merita di essere presa tremendamente sul serio:
«È una stupidaggine parlare di mileismo. Servono 50 anni di liberalismo, non di Milei. Il liberalismo non dipende da una sola persona».
Non è soltanto una dichiarazione di modestia politica. È, a mio avviso, una delle affermazioni più importanti pronunciate da Milei da quando è entrato sulla scena politica. Perché contiene, implicitamente, una concezione della libertà molto più profonda di quella che potrebbe apparire a prima vista. Milei ha inoltre dichiarato che, qualora fosse rieletto nel 2027, concluderebbe il secondo mandato nel 2031 e si ritirerebbe dalla politica attiva. Non pretende dunque di trasformare la propria persona nella soluzione permanente dei problemi argentini.
Ed è precisamente questo il punto: La libertà non ha bisogno di un salvatore! Il primo insegnamento contenuto in quella frase è che la libertà non può dipendere da un uomo, nemmeno da un uomo eccezionale come Javier. Un individuo può essere fondamentale nel dare una scossa a una società, nel rompere un tabù, nel riportare determinate idee nel dibattito pubblico. Può – ed è un fatto positivo – diventare un simbolo e può persino trasformarsi nell’incarnazione politica di una battaglia culturale. Detto ciò, se, quando quell’uomo scomparisse, scomparisse anche l’idea che rappresentava, allora quella non era libertà: era solo culto della personalità.
La frase di Milei, dunque, acquista un significato quasi paradossale: il modo migliore per dimostrare di essere davvero liberale è affermare che non si ha bisogno di essere governati a vita da un liberale anzi, meglio ancora, che non c’è proprio bisogno di essere governati. Il vero successo di Milei, infatti, non sarebbe quello di governare l’Argentina per cinquant’anni, ma quello di rendere politicamente e culturalmente possibile un’Argentina nella quale, dopo di lui, nessuno abbia più il coraggio di tornare al vecchio modello statalista, peronista, kirchnerista, socialista… definitelo come preferite voi.
Il secondo punto è ancora più importante: Milei sposta deliberatamente il centro della questione dalla persona alle idee. Non dice: «Servono cinquant’anni di Milei». Afferma: «Servono cinquant’anni di liberalismo». La differenza è enorme.
Significa riconoscere che la battaglia decisiva non si combatte solo nei parlamenti, nei ministeri o nelle urne – e lui cita spesso il calcio e Lionel Messi per spiegare la sua “discesa in campo”, ma si combatte soprattutto nelle teste delle persone. Ed è precisamente quella che Antonio Gramsci definì la battaglia per l’egemonia culturale. Per decenni il socialismo, il collettivismo e lo statalismo hanno lavorato per conquistare quella egemonia e ce l’hanno fatta: università, scuola, giornalismo, cultura, linguaggio politico, associazionismo, ecc. Hanno trasformato – a suon di neolingua e bispensiero – determinate idee malsane in senso comune e altre in eresie.
L’idea che lo Stato debba «risolvere» ogni problema è diventata normale: quante volte sentite dire ad idioti di varia specie e rango che “serve una legge”? L’idea che la proprietà privata debba essere continuamente subordinata all’interesse collettivo è diventata normale, anzi è stata costituzionalizzata persino. L’idea che la disuguaglianza sia necessariamente un’ingiustizia da correggere con la coercizione è diventata normale.
Milei ha capito che non basta abrogare le leggi, ma è necessario – e doveroso – cambiare il modo in cui le persone pensano alla Legge, allo Stato, alla proprietà e alla libertà. Milei, consapevolmente, è un emblema della grande tradizione libertaria e anarcocapitalista. Così come Ludwig von Mises dedicò la propria vita a dimostrare l’impossibilità del calcolo economico socialista e a difendere la proprietà privata, il mercato e la cooperazione volontaria. Così come Friedrich von Hayek spiegò come l’ordine sociale possa emergere spontaneamente senza essere progettato da un’autorità centrale. Così come Frédéric Bastiat smontò, con una semplicità devastante, le illusioni dell’interventismo statale, Milei mette in pratica i loro concetti e ne corrobora la scelta con la forza delle idee.
E Murray Rothbard? Il superlativo pensatore libertario fece un passo ulteriore: se l’individuo possiede diritti sulla propria persona e sulla propria proprietà, perché dovrebbe essere moralmente lecito allo Stato fare ciò che sarebbe criminale per un individuo? Rothbard non fu soltanto un economista. Fu un combattente culturale. La sua opera ha costruito un sistema coerente nel quale libertà individuale, proprietà privata, mercato e principio di non aggressione fossero parti dello stesso edificio. Il suo lavoro ha contribuito e contribuisce alla rinascita contemporanea del pensiero coerentemente liberale e della Scuola Austriaca. E leggendo chi Javier Milei – economista neoclassico ed econometrista di razza – ha compreso che l’unica via per la libertà è quella insegnata dal professore newyorkese? Proprio leggendo “Monopolio e concorrenza”, un di Rothbard, il quale ci ha sempre insegnato che le idee sono le vere armi nella battaglia contro la tirannia. La forza può imporre un governo; non può, però, impedire indefinitamente che gli uomini pensino diversamente. Le idee attraversano menti, frontiere e generazioni.
Mises è morto. Hayek è morto. Bastiat è morto. Rothbard è morto. Le loro idee no!!! Questo è il senso più genuino della frase di Javier. Mises non è riuscito a vedere il trionfo delle idee che aveva difeso per tutta la vita, ma nel 1989 quella porcheria infame chiamata “Muro di Berlino” crollò miseramente. Hayek non ha potuto impedire decenni di espansione dello Stato, ma ha lasciato decine di allievi che ripropongono le sue lezioni. Rothbard è morto, non ha visto sparire lo Stato, ma se fosse oggi fra noi plaudirebbe ad un presidente che la pensa come lui e, pragmaticamente, giorno dopo giorno quello Stato infame lo rimpicciolisce!
Lo stesso vale per altri grandi difensori della libertà: John Locke, Étienne de La Boétie, Benjamin Constant, Bastiat, Herbert Spencer, Ayn Rand, Milton Friedman, tra i molti. Tutti morti! Ma ognuno di loro ha contribuito, in epoche differenti, a costruire quel patrimonio intellettuale senza il quale oggi sarebbe molto più difficile persino formulare una critica coerente al potere dello Stato. Tutti questi giganti del pensiero sono scomparsi, eppure sono ancora qui! Li leggiamo. Li studiamo. Li discutiamo. Li critichiamo. Attraverso le loro idee mettiamo in discussione ciò che soltanto ieri sembrava indiscutibile e intoccabile.
La storia della libertà è piena di uomini che sono morti molto prima di vedere compiuta la loro battaglia. Eppure la vera “battaglia culturale” è finalmente iniziata, grazie a Milei (insieme a Laje, Kaiser, Marquez, ecc.) proprio in questo XXI secolo in cui quell’ideologia da degenerati miseramente fallita a fine Anni Ottanta, il comunismo, è riuscita a sopravvivere e prosperare grazie al Foro di San Paolo e quell’insulso tiranno che è Fidel Castro.
Per questo quel «cinquant’anni di liberalismo» è un obiettivo molto più ambizioso di «cinquant’anni di Milei». Milei può vincere un’elezione, come ha fatto. Può vincere anche la rielezione. Può ridurre la spesa pubblica, tagliare le tasse, liberalizzare i mercati, licenziare frotte di parassiti, privatizzare imprese statali e smantellare una buona parte della macchina burocratica. Ma – come dice lui stesso – tutto questo può essere nuovamente cancellato da un successore. Viceversa, un’idea radicata nella mente degli uomini è molto più difficile da eliminare.
Ecco perché la vera vittoria di Milei non sarebbe lasciare dietro di sé un partito chiamato «mileismo», ma lasciare in eredità una generazione di argentini che consideri nuovamente normale la libertà e anormale lo statalismo e non smetta di urlare a gran voce “Viva la libertad, carajo”! Sissignori, servono cinquant’anni di liberalismo, non cinquant’anni di Milei. E il giorno in cui la libertà avrà davvero vinto la sua battaglia culturale, non avremo più bisogno di un uomo che ce la restituisca.


Il libro del grande Piombini,nell’immagine dell’articolo, è semplicemente superlativo !!!!!