di ARTURO DOILO
Per oltre sessant’anni, Fidel Castro ha costruito la propria immagine politica sulla contrapposizione fra capitalismo e comunismo, fra ricchezza privata degli sfruttatori e uguaglianza sociale, fra il lusso dei pochi e i sacrifici imposti alle masse. Vediamo allora di far emergere una delle più grandi contraddizioni della rivoluzione cubana: mentre ai cubani veniva spiegato che la proprietà privata era un’ingiustizia, attorno alla famiglia Castro si sviluppava un sistema economico opaco, fatto di imprese statali, residenze esclusive, privilegi e disponibilità finanziarie sottratte al controllo pubblico.
La domanda che i fanatici comunisti indottrinati dovrebbero porsi è: quanto valeva realmente il patrimonio dei Castro? La risposta onesta è che nessuno può saperlo con precisione, ma si può indagare in merito. La segretezza del sistema cubano rende impossibile distinguere nettamente tra patrimonio personale, beni dello Stato messi a disposizione della famiglia dirigente e ricchezze formalmente intestate a società o intermediari. Eppure…
I 900 milioni di Forbes
Il caso più famoso risale al 2006, quando Forbes stimò in 900 milioni di dollari il patrimonio di Fidel Castro, collocandolo al settimo posto nella classifica dei capi di Stato, re e dittatori più ricchi del mondo. La cifra era quasi il doppio rispetto ai 500 milioni stimati l’anno precedente. Una cifra che pochi imprenditori possono vantare.
Il tiranno sudamericano reagì furiosamente. In una trasmissione televisiva di oltre quattro ore definì l’accusa «spazzatura» e dichiarò che si sarebbe dimesso se qualcuno avesse dimostrato l’esistenza anche di un solo dollaro appartenente a lui in un conto estero. Ma c’è un particolare importante: i 900 milioni non erano semplicemente un conto corrente intestato a Fidel Castro. Forbes costruiva la propria stima attribuendo a Castro una quota del valore di imprese statali che riteneva sotto il suo controllo, fra cui CIMEX, il Palacio de Convenciones e Medicuba. La stessa Forbes riconosceva che si trattava di una valutazione approssimativa, ma sensata.
La metodologia di calcolo era cambiata nel corso degli anni: le prime stime erano basate su una quota del PIL cubano; successivamente Forbes cercò di valutare specifiche imprese controllate dal regime. Nel 2005 la stima era arrivata a circa 500-550 milioni, prima dei 900 milioni del 2006. Dunque sarebbe scorretto affermare semplicemente: «Fidel aveva 900 milioni di dollari in banca». Ma sarebbe altrettanto scorretto concludere che, non essendo stato trovato quel conto corrente, la questione della ricchezza dei Castro sia una leggenda.
Il vero patrimonio: il controllo
Nel 2005, Maria Werlau pubblicò per l’Association for the Study of the Cuban Economy uno studio intitolato Fidel Castro, Inc.: A Global Conglomerate. La ricerca raccoglieva testimonianze di numerosi ex funzionari e disertori del regime e sosteneva che il problema fosse molto più grande della semplice ricchezza personale di Fidel.
Secondo questa ricostruzione, Fidel e Raúl esercitavano un controllo personale su una vasta rete di imprese, risorse finanziarie e immobili, dentro e fuori Cuba. Werlau sottolineava tuttavia che, data la natura segreta di queste strutture, qualsiasi cifra precisa doveva essere considerata incerta. Ed è qui che il concetto di «patrimonio» diventa quasi secondario. Se il capo di uno Stato può disporre senza controllo di alberghi, aziende, automobili, ville, aerei, yacht, terreni, personale e valuta estera, quanto importa stabilire se quei beni siano giuridicamente suoi oppure dello Stato?
Per chi vive sotto quel regime, la differenza può essere puramente nominale.
Raúl e l’impero militare
La questione diventa ancora più interessante quando si arriva a Raúl Castro. Forbes non ha prodotto per Raúl una stima personale comparabile a quella formulata per Fidel. Le cifre oggi circolanti — generalmente intorno ai 100 milioni di dollari — provengono soprattutto da siti di stima patrimoniale e non hanno lo stesso peso documentale della vecchia valutazione Forbes su Fidel.
Ma Raúl disponeva di qualcosa di molto più importante di una semplice fortuna personale: il controllo dell’apparato economico delle Forze Armate cubane. Il nome è GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A.
Creata negli anni Novanta e sviluppatasi enormemente sotto Raúl, GAESA controlla alberghi, negozi, stazioni di servizio, banche, servizi finanziari, rimesse, attività portuali e una parte enorme del settore turistico cubano. Reuters la definisce oggi uno dei conglomerati economici più potenti e redditizi dell’isola.
E nel 2025 è arrivata una rivelazione straordinaria: i 18 miliardi di GAESA. Un’inchiesta del Miami Herald, basata su oltre venti documenti contabili interni ottenuti da fonti riservate, ha scoperto che nel marzo 2024 GAESA disponeva di circa 18 miliardi di dollari di attività correnti, dei quali circa 14,5 miliardi risultavano depositati presso banche o istituzioni finanziarie del conglomerato. Non stiamo dicendo che quei 18 miliardi appartengano personalmente a Raúl Castro, ma quei numeri raccontano qualcosa di forse ancora più importante: mentre l’economia cubana sprofondava nella penuria, il conglomerato economico controllato dai militari disponeva di una massa enorme di attività liquide e Raúl non ha mai avuto il problema di cosa mettere a tavola per pranzo e per cena.
Secondo la stessa inchiesta, GAESA controlla una quota enorme dell’economia cubana e le sue finanze sono talmente segrete che persino il controllore generale dello Stato non aveva il potere di sottoporle ad audit. Il Financial Times, nel 2026, ha descritto GAESA come una sorta di «Stato parallelo» (quello privato dei Castro), stimando che il conglomerato possa arrivare a controllare circa il 40% dell’economia cubana.
E poi ci sono le ville
La ricchezza dei Castro non si manifesta soltanto nei bilanci. Nel 2025 Il Foglio ha documentato la vicenda della Nave Pilar, una gigantesca residenza associata a Fidel Castro, restaurata con un costo stimato di quasi sei milioni di dollari e dotata di marmi, palestra, sauna, aria condizionata centralizzata, jacuzzi, vetri antiproiettile, sicurezza permanente e accesso diretto al mare. Dopo la morte di Fidel, la proprietà sarebbe passata a Raúl e successivamente a Miguel Díaz-Canel.
E non sarebbe stata un’eccezione. Il libro dell’ex guardia del corpo Juan Reinaldo Sánchez, La vida oculta de Fidel Castro, raccontava di un Fidel molto diverso dall’austero rivoluzionario della propaganda: yacht privato, Cayo Piedra, residenze esclusive e strutture destinate esclusivamente al suo entourage. Il Guardian, pur ricordando che Sánchez aveva evidenti motivi personali per essere ostile a Castro (beh, chi non ne ha avuti?), riportò le sue testimonianze e le confrontò con quelle di altri conoscitori del regime.
E allora torniamo alla domanda iniziale: quanto erano ricchi Fidel e Raúl Castro? Ribadiamolo – come per ogni tirannia – non esiste una contabilità trasparente che consenta di stabilirlo. Ma questa incertezza non assolve il sistema, anzi è parte del problema. Quando un regime impedisce la proprietà privata, controlla quasi tutta l’economia, non rende pubblici i bilanci delle proprie strutture strategiche e concentra nelle mani di una famiglia il potere politico e quello economico, diventa quasi impossibile distinguere fra «patrimonio dello Stato» e «patrimonio della famiglia al potere».
Fidel predicava l’abolizione del privilegio economico. Suo fratello ha costruito un apparato economico controllato dai militari. Mentre il cubano comune doveva accontentarsi delle tessere annonarie, delle case fatiscenti e della penuria, la nomenklatura disponeva di ville, yacht, personale, valuta forte e imprese fuori dal controllo ordinario.
La rivoluzione aveva promesso di abolire i ricchi e la proprietà? Alla fine, ha semplicemente cambiato il nome del proprietario straricco: non più il capitalista, ma il comandante!

