di PIETRO AGRIESTI
Leggendo il libro di James L. Gelvin “Il conflitto israelo-palestinese. Cent’anni di guerra”, di recente mi sono imbattuto nella ricostruzione di una “privatizzazione” della terra che fa riflettere.
Il libro di Gelvin è molto interessante anche al di là della storia del conflitto israelo palestinese. Si tratta di un autore che pur non essendo libertario, per il modo in cui parla degli Stati, della politica, del nazionalismo e dei diritti di proprietà, può risuonare con la sensibilità di un libertario.
Qui in effetti non voglio parlare del conflitto israelo palestinese, ma di diritti di proprietà e di “privatizzazioni” usando un interessante esempio offerto da Gelvin.
In pratica la Palestina nel 1858 era tornata sotto il controllo dell’impero ottomano da poco, dopo essere stata sotto il controllo egiziano. L’impero ottomano per varie ragioni era al momento più bisognoso che mai di incrementare le proprie entrate e per questo varò una riforma della proprietà terriera nel 1858.
La riforma si presenta prima facie come una privatizzazione della terra. Le terre erano di proprietà statale e i contadini ne avevano l’uso ma non un pieno titolo di proprietà, non potendo ad esempio venderle o lasciarle in eredità. La riforma toglieva la proprietà statale e la assegnava individualmente ai contadini. Apparentemente, un libertario potrebbe pensare, niente di meglio. Solo che in realtà le cose si rivelarono molto diverse. Ecco cosa scrive Gelvin, sulla situazione prima della riforma:
- “Per comprendere la valenza rivoluzionaria della legislazione del 1858, occorre ricordare che, prima della sua promulgazione, la maggior parte del territorio dell’impero era, giuridicamente, proprietà dello Stato. Questa terra era denominata miri. I contadini ottomani erano liberi e, pertanto, non vincolati alla terra come servi della gleba; nello stesso tempo, però, non avevano la proprietà incondizionata della terra che coltivavano. Per la maggior parte, avevano il diritto di viverci, lavorarla e raccoglierne i frutti, ma senza averne il pieno titolo di proprietà, sicché non potevano, legalmente, né venderla, né trasmetterla ai loro discendenti.
- In Palestina, specificamente, l’organizzazione del villaggio rendeva il possesso della terra una questione ancora più complessa. Il nucleo fondante della società palestinese era il villaggio, del quale era nucleo fondante la famiglia. Il villaggio tipico si componeva di quattro o cinque clan (hama’il; sing. hamula). A capo di ogni clan c’era un anziano (shaikh), tra i quali era scelto lo shaikh del villaggio. Questi rappresentava il villaggio «all’esterno», ossia nel mondo dei villaggi limitrofi, delle bande di beduini, del potere centrale. Assieme ai suoi colleghi regolava le dispute tra i villaggi e l’accesso alla terra. Ciascun clan aveva titolo a coltivare una porzione di territorio ben determinata, e a ciascuna famiglia di ogni clan era attribuito un lotto soggetto a cambiamento in occasione della revisione periodica dei diritti di utilizzo della terra. Revisione che avveniva, di norma, ogni due anni. Pascoli, boschi e acqua erano proprietà comune del villaggio. Un sistema che, nel suo complesso, poneva non poche difficoltà a chi era incaricato di riscuotere le tasse per il potere centrale ottomano che si trovava sempre di nuovo davanti alla domanda: chi deve pagare per che cosa”?
Desideroso di incrementare le entrate fiscali e quindi di rispondere alla domanda “Chi deve pagare cosa?” lo Stato privatizzò le terre per poter attribuire un carico fiscale a ciascuno. Ma le tasse non erano il solo problema.
Con la riforma i singoli potevano registrare a loro nome le terre miri che coltivavano. Ma nel farlo, non solo si esponevano al carico fiscale che la proprietà portava con sé, ma anche alla leva. Perché registrare la proprietà voleva dire diventare un individuo identificabile per lo Stato e questo per chi viveva fuori dai registri era un passo non solo verso il fisco, ma anche verso il servizio militare. Dopo tutto le tasse e la guerra erano fra le attività principali di imperi e Stati.
Questo fece sì che molti contadini non volessero registrare le terre a proprio nome e che in molti casi fossero il capo villaggio o altri notabili a registrarle a loro nome. Inoltre, anche quando i contadini le registravano a proprio nome, spesso non erano poi in grado di pagare le tasse. Spesso un contadino si indebitava per procurarsi le sementi e il resto che gli serviva, per poi ripagare i debiti vendendo il raccolto. A volte si indebitava per un’annata cattiva in attesa di poter ripagare il debito con un’annata buona. Ma assorbire oltre a tutto questo anche il carico fiscale diventava davvero troppo. E così la terra finiva in mano ai creditori o veniva venduta ai notabili di città per ripagarli.
Insomma lo Stato che offre la terra ai contadini tira in realtà una polpetta avvelenata. Ecco cosa scrive Gelvin:
- “Poiché la proprietà collettiva della terra rendeva pressoché impossibile l’imposizione di una tassa di carattere individuale, lo Stato vietava che il villaggio si attribuisse collettivamente la proprietà della terra che, per tradizione, gestiva. Sebbene coloro che registravano la terra a proprio nome non ne avessero il pieno titolo di proprietà – lo Stato, infatti, si riservava il diritto di regolarne trasmissione e destinazione d’uso -, la legislazione del 1858 ebbe la conseguenza di rendere la terra statale piú simile a una “libera proprietà” di quanto non fosse in precedenza. Almeno sulla carta. Perché, di fatto, quella legislazione sollevò problemi cui i burocrati di Istanbul non avevano pensato, ed ebbe conseguenze indesiderate che nessuno era stato in grado di prevedere.
- Poiché la legislazione non ammetteva la proprietà collettiva della terra, lo shaikh di villaggio o il capo beduino la registrava, spesso, a proprio nome. Venne così a crearsi un rigido sistema di stratificazione sociale ed economica, del tutto nuovo. Inoltre, i contadini che coltivavano la terra non potevano, spesso, pagare la tassa di registrazione, ed erano quindi costretti a cederla agli usurai che avevano prestato loro i soldi per le sementi e gli approvvigionamenti a un interesse anche del 40 per cento o, semplicemente, la cedevano ai notabili di città ben desiderosi di accaparrarsela”.
Ma non fu solo l’ingenuità o la miseria dei contadini a favorire il trasferimento della proprietà ai notabili cittadini. Questi non si limitarono infatti a riceverla dai contadini bisognosi e costretti a vendere da tasse e debiti, ma approfittarono della situazione per prendersela in modi più diretti.
Infatti la riforma del 1858 prevedeva anche l’istituzione di “consigli elettivi” locali incaricati di fare applicare la riforma e di aiutare e coadiuvare i funzionari inviati da Istanbul. Membri di questi consigli divennero i notabili cittadini più influenti. E da questa posizione poterono usare la riforma per prendere le terre ai contadini. Di fatto, furono i primi a sapere e capire cosa stava succedendo e come approfittarne. Conoscevano i funzionari e le procedure, erano ben introdotti e sapevano come muoversi, al contrario dei contadini. Quindi poterono facilmente accaparrarsi i diritti sulla terra non ancora registrata. Quello che fecero, in modo legale, fu approfittare della carica pubblica per trarne un profitto privato fregando i contadini.
In questo modo venne in essere un ceto di proprietari terrieri che viveva lontano dalle sue terre e non aveva con esse e con chi vi risiedeva alcun legame. Questo ebbe una ripercussione importante sul futuro della Palestina: quando il fondo nazionale ebraico si presentò per comprare quelle terre a un buon prezzo questi furono felici di venderle con tutti i villaggi e i contadini che vi stavano sopra. Con le parole di Gelvin:
- “Il fatto che la terra finisse spesso nelle mani di proprietari terrieri assenteisti ebbe ripercussioni sulla futura storia della Palestina anche per altri versi. Coloro che acquistarono delle terre perché costituivano un investimento piuttosto sicuro e remunerativo vivevano sovente in città lontane dai loro possedimenti e avevano uno scarso attaccamento a queste terre come alle popolazioni che vi risiedevano. Talvolta si trattava di possedimenti estesi: la famiglia Sursoq di Beirut, per esempio, arrivò a possedere oltre 100 chilometri quadrati di ottima terra nella valle di Jezreel. Quando gli emissari del Fondo nazionale ebraico si presentarono offrendo dollari sonanti per una terra sulla quale intendevano creare gli insediamenti ebraici, molti proprietari assenteisti non ebbero alcuna esitazione a vendere. La differenza di comportamento tra le famiglie che vendettero la terra ai sionisti e quelle che si rifiutarono di farlo è presente ancora oggi nella memoria collettiva palestinese”.
Cosa possiamo dire da libertari di tutto questo? Abbiamo un processo di privatizzazione, che toglie delle proprietà allo Stato e le dà ai privati, mettendole – più o meno – sul mercato. Dopo la riforma i proprietari potevano vendere, cedere, ereditare, la terra (sia pure in modo ancora regolato dallo Stato). Non erano più semplicemente usufruttuari. Dal nostro punto di vista dovrebbe essere positivo.
Eppure colpisce che la motivazione di partenza fosse aumentare le tasse. Inoltre, le terre che venivano privatizzate, non erano semplicemente statali, erano abitate e lavorate dai contadini. Da un punto di vista formale essi non avevano un titolo di proprietà riconosciuto. Ma se consideriamo che il titolo di proprietà accampato dallo Stato non può essere valido per un libertario, che per i libertari l’appropriazione di una risorsa non posseduta avviene quando qualcuno mescola ad essa il proprio lavoro, e che per noi i diritti di proprietà sono diritti naturali che esistono a prescindere dal riconoscimento statale, probabilmente il titolo più forte alla proprietà di quelle terre era dei contadini. Quindi questa privatizzazione fu in realtà un esproprio e una redistribuzione verso l’alto.
I contadini avrebbero dovuto essere riconosciuti proprietari e lasciati in pace senza tasse e senza servizio di leva. Avrebbero dovuto spartire equamente i diritti sulla proprietà della terra tra loro o lasciare che restassero proprietari riconosciuti i villaggi, come sorta di cooperative o società per azioni. Invece i diritti di proprietà creati dall’aria fresca, sostituendo i diritti di proprietà legittimi, hanno poi generato a catena una serie di problemi e di ingiustizie. Alla cui base però sta l’aver calpestato i titoli di proprietà legittimi e assegnato dei titoli di proprietà illegittimi.
Ho sempre pensato che una privatizzazione anche mal fatta sia meglio di nessuna privatizzazione. Almeno limita lo Stato, toglie dal suo perimetro delle risorse e le mette sul mercato. Tendenzialmente lo penso ancora. Ma come abbiamo visto un processo di privatizzazione, può essere distorto da una serie di altri interventi statali. In questo caso la tassazione, il servizio di leva, la procedura che permetteva ai più introdotti di registrare per sé le terre, hanno viziato talmente il processo da trasformarlo in un disastro.
D’altronde, è vero che se una privatizzazione assegnasse gli spazi pubblici del mio quartiere, a una serie di ricchi palazzinari romani, e questi si vendessero tutto e finissi per dover sloggiare, non sentirei di stare vivendo il sogno libertario, ecco… È lo stesso tema trattato da Rothbard in “How and How Not to Desocialize”. O nel nono capitolo di “L’etica della libertà”. E probabilmente in vari altri testi che non conosco.
Ad ogni modo quello raccontato da Gelvin è un episodio reale, che dimostra storicamente i danni che può fare una riassegnazione “ad mentulam canis” dei titoli di proprietà, dando vita a conflitti, scontri, tragedie e problemi che possono proseguire per moltissimo tempo. Non ho una lezione definitiva da trarre da questo episodio, in realtà. Lascio la riflessione aperta a chi mi legge.
A mio modo di vedere la radicalità delle soluzioni che spesso Rothbard propone ne esce giustificata. Le soluzioni radicali possono sembrare irrealistiche, ma forse al contrario sono le uniche che potrebbero concretamente funzionare.

