Milei a Madrid sfida la sinistra europea: «La decadenza non è un destino, ma una scelta».

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di GEPPO CIATTI

In un discorso di una mezz’oretta, in Spagna, il presidente argentino rivendica i risultati della sua politica economica, attacca il socialismo del XXI secolo, critica il modello del welfare state e l’immigrazione incontrollata e invita gli europei a riscoprire le radici liberali della propria civiltà, con questa frase: “La libertà genera prosperità, nei Paesi liberticidi si distribuisce soltanto miseria”.

Javier Milei torna a lanciare la sua sfida ideologica all’Occidente – nel solco del suo primo discorso a Davos, del gennaio del 2024 – e sceglie la Spagna per presentare l’esperienza argentina come un possibile modello di riscossa contro la stagnazione economica, l’espansione dello Stato e le politiche della sinistra. Nel suo intervento davanti alla platea del Nueva Economía Fórum, il presidente argentino intreccia storia, filosofia politica, polemica contro i socialisti e rivendicazione dei risultati ottenuti dal suo governo.

Il messaggio è lampante: l’Occidente deve decidere se continuare sulla strada di un crescente interventismo pubblico, della redistribuzione e della dipendenza dallo Stato oppure tornare a mettere al centro la libertà individuale, la proprietà privata e l’iniziativa imprenditoriale. Milei non si limita a difendere la propria agenda economica, ma cerca di trasformare il caso argentino in una lezione politica destinata all’Europa, sostenendo che la crisi delle società occidentali non sia inevitabile e che le riforme liberali possano invertire una traiettoria di decadenza che considera il prodotto di precise scelte politiche.

La Spagna, culla del liberalismo

Milei apre il discorso ricordando il legame personale e culturale che lo unisce alla Spagna, paese nel quale aveva già ricevuto il premio Juan de Mariana. Ringrazia gli organizzatori dell’incontro e si rivolge alle autorità, ai diplomatici, agli imprenditori e ai giornalisti presenti. Attribuisce alla Spagna un ruolo fondamentale nella formazione della civiltà occidentale e nella storia dell’America ispanica. Richiama la tradizione culturale che, attraverso la Grecia, Gerusalemme, Roma e il cristianesimo europeo, avrebbe contribuito a formare un patrimonio fondato sulla conoscenza, sul progresso e sulla libertà.

È soprattutto il riferimento alla storia del pensiero liberale a caratterizzare questa prima parte dell’intervento. Citando Ludwig von Mises, Murray Rothbard e Jesús Huerta de Soto, Milei richiama la Scuola di Salamanca e il contributo degli scolastici spagnoli alla riflessione sui diritti, sulla proprietà e sulla libertà economica. Ricorda inoltre Manuel Belgrano, figura centrale dell’indipendenza argentina, che studiò proprio a Salamanca. Il suo obiettivo (che richiama quel che il professor Antonini de Jimenez ribadisce a diario) è restituire alla Spagna una responsabilità storica e culturale: proprio nel paese che considera una delle culle del liberalismo, sostiene, occorre recuperare le idee liberali per contrastare l’espansione del socialismo.

Milei ricostruisce quindi la nascita della parola «liberale» come etichetta politica nelle Cortes di Cadice, all’inizio del XIX secolo. I liberali, spiega, si opponevano agli assolutisti, secondo i quali il potere politico poteva concedere o revocare i diritti dei sudditi. La differenza fondamentale riguarda la natura stessa dei diritti individuali. Per Milei, la vita, la libertà e la proprietà non sono concessioni dello Stato, ma diritti che il potere politico deve rispettare. Quando invece lo Stato pretende di essere la fonte dei diritti, la proprietà e persino la vita delle persone finiscono per essere subordinate alle decisioni dell’autorità. È questa, secondo il presidente argentino, la contrapposizione che ancora oggi separa il liberalismo da ogni forma di potere arbitrario.

La democrazia non basta a garantire la libertà

Uno dei passaggi centrali del discorso riguarda il rapporto fra democrazia e libertà. Milei contesta l’idea secondo cui la diffusione delle istituzioni democratiche avrebbe definitivamente risolto il problema della tirannia. A suo giudizio, anche le democrazie possono degenerare. Le istituzioni, nate per limitare il potere, possono essere trasformate in strumenti al servizio dei politici e della burocrazia, fino a compromettere proprio quei diritti che avrebbero dovuto proteggere.

Il presidente argentino cita il Parlamento come esempio. La funzione originaria del Congresso, nella sua interpretazione, dovrebbe essere quella di contenere le pretese di spesa del potere esecutivo. In Argentina, invece, sostiene che una parte del Congresso abbia cercato di imporre nuove spese pubbliche senza adeguate coperture, con il rischio di compromettere l’equilibrio dei conti e costringere il governo ad aumentare le imposte o a ricorrere a nuove forme di finanziamento. La critica investe quindi il funzionamento concreto delle istituzioni: la presenza di elezioni e parlamenti non garantisce, da sola, che il potere sia effettivamente limitato.

Milei descrive lo Stato moderno come una struttura diventata troppo grande, costosa e invasiva, incapace di rispondere alle aspirazioni della popolazione. A suo giudizio, la libertà e la crescita economica vengono sacrificate da apparati burocratici che prendono decisioni lontano dai cittadini e si proteggono dietro la legittimazione democratica. È in questo contesto che il presidente argentino colloca la propria ascesa politica. L’Argentina, racconta, sarebbe stata per anni oppressa da un sistema amministrativo e politico che distruggeva progressivamente l’economia, la moneta e le prospettive delle persone, presentando contemporaneamente le proprie politiche come l’unica alternativa possibile al disastro.

La vittoria elettorale di un presidente che si definisce liberale libertario rappresenterebbe, nella sua lettura, la reazione a un modello arrivato al limite.

Il welfare state e il costo delle promesse politiche

Milei trasferisce quindi la propria critica sul terreno economico e sociale europeo, prendendo di mira il modello dello Stato sociale. La sua obiezione parte da una considerazione finanziaria: le prestazioni pubbliche e i programmi di assistenza devono essere finanziati e non possono essere considerati gratuiti. Un’espansione indiscriminata della spesa sociale, sostiene, richiede maggiori imposte, nuovo indebitamento oppure emissione monetaria.

In tutti e tre i casi, secondo Milei, il conto ricade sull’economia produttiva. Una pressione fiscale crescente riduce le risorse a disposizione di imprese e cittadini; il debito pubblico assorbe risparmio e risorse finanziarie; il ricorso alla moneta può alimentare l’inflazione. Il risultato, nella sua ricostruzione, è un sistema che promette sempre più prestazioni senza creare le condizioni economiche necessarie per sostenerle nel tempo. La stagnazione che ne deriverebbe avrebbe anche conseguenze politiche. La mancanza di opportunità e di prospettive per i giovani alimenterebbe il malcontento e favorirebbe la diffusione di proposte radicali. Milei individua così un paradosso: le forze politiche che promettono protezione e redistribuzione sarebbero, secondo lui, le stesse che contribuiscono a creare le condizioni economiche da cui nasce la frustrazione sociale.

La sua critica non si limita dunque alla dimensione contabile del welfare. Investe la concezione stessa della politica: un sistema fondato sulla distribuzione di benefici, senza una corrispondente crescita della produzione e della ricchezza, rischia di diventare insostenibile.

Immigrazione, identità europea e sicurezza

Un altro capitolo importante del discorso è dedicato all’immigrazione. Milei contesta la convinzione che un’apertura migratoria sempre più ampia possa essere giustificata automaticamente in nome dell’umanitarismo e della solidarietà. Il presidente argentino sostiene che l’immigrazione debba essere valutata anche in base alla capacità di integrazione, agli effetti economici e al rispetto dei principi sui quali si fondano le società occidentali. A suo giudizio, non si può risolvere il problema demografico europeo semplicemente importando popolazione, soprattutto quando non esiste una sufficiente condivisione dei valori fondamentali della società di destinazione.

Nel suo intervento descrive un quadro particolarmente critico: parla di tensioni sociali, distruzione di proprietà, insicurezza e difficoltà di integrazione: in pratica quel che è accaduto in diverse città europee qualche giorno fa. Richiama anche Ceuta, territorio spagnolo in Nord Africa, come esempio delle conseguenze delle politiche migratorie che attribuisce alla sinistra.

Milei spinge la polemica fino a sostenere che alcuni partiti possano avere un interesse elettorale nell’ampliamento dei flussi migratori, arrivando a sacrificare la coesione nazionale per ottenere consenso politico. È una delle accuse più dure dell’intervento, presentata come interpretazione del presidente argentino e non accompagnata, nel discorso, da una dimostrazione autonoma dei rapporti causali evocati. Anche sul piano economico, Milei respinge l’idea che l’arrivo di immigrati produca necessariamente benefici per le finanze pubbliche. Sostiene che, in alcuni casi, le spese fiscali associate all’immigrazione possano superare il contributo economico generato, trasferendo ulteriori oneri sui contribuenti e sui lavoratori produttivi.

La conclusione politica è coerente con l’impianto generale del discorso: Per Milei, dietro le scelte della sinistra non vi sarebbe necessariamente l’interesse collettivo, ma spesso la ricerca del potere. Ergo, la solidarietà non può essere una giustificazione automatica per qualsiasi intervento pubblico e qualsiasi politica migratoria.

L’esperienza argentina come risposta al socialismo

Dopo aver delineato la propria interpretazione della crisi occidentale, Milei passa al bilancio del governo argentino. È qui che il discorso assume il carattere di una presentazione dei risultati economici e delle riforme avviate dalla sua amministrazione.

Il presidente ribadisce quei numeri che sono l’essenza del suo mandato: al momento dell’insediamento, l’Argentina si trovava in una situazione finanziaria estremamente fragile. Cita un disavanzo consolidato pari a circa 15 punti di PIL, composto dal deficit del Tesoro e da quello quasi fiscale, e un’inflazione che, nella sua ricostruzione, correva al ritmo dell’1,5% al giorno, equivalente a circa il 56-57% mensile. Milei riafferma che il suo governo è riuscito a eliminare il deficit del Tesoro nel primo mese di mandato e a risolvere il deficit quasi fiscale nell’arco di sei mesi. Il presidente quantifica in circa 15 punti di PIL la correzione iniziale e sostiene che le misure successive abbiano consentito anche di ridurre il carico fiscale.

Nel complesso, ribadisce che, nei primi 30 mesi di governo, sarebbe stata restituita agli argentini una quota di risorse equivalente a quasi 20 punti di PIL, sommando l’aggiustamento fiscale e la riduzione delle imposte che rivendica.

La priorità, nella sua impostazione, è stata interrompere il meccanismo attraverso il quale lo Stato finanziava le proprie spese trasferendo i costi sull’economia privata. Il risanamento dei conti avrebbe dovuto ridurre la necessità di ricorrere alla moneta, frenare l’inflazione e liberare risorse per gli investimenti. Milei presenta questa strategia come una rottura radicale con il passato: non una semplice modifica delle aliquote o dei programmi di spesa, ma il tentativo di cambiare il rapporto fra Stato, imprese e cittadini.

Inflazione e povertà: i numeri rivendicati dal presidente

Nel discorso, Milei attribuisce alle politiche di stabilizzazione risultati significativi anche sul fronte dell’inflazione e della povertà. Afferma che l’Argentina abbia evitato l’iperinflazione nonostante la gravità della situazione iniziale. Indica un’inflazione annua intorno al 30% e sostiene che alcuni indicatori di fondo, osservati negli ultimi mesi, mostrassero un andamento più contenuto.

Il presidente collega la mancata esplosione dei prezzi anche all’evoluzione degli indicatori sociali. Secondo i numeri da lui citati, la povertà sarebbe scesa dal 57% della popolazione al 32%, mentre l’indigenza sarebbe passata dal 20% al 6%. E la povertà giovanile sarebbe diminuita dal 70% al 42%.

Il presidente riconosce che questi dati non rappresentano una situazione ideale, ma li considera un miglioramento sostanziale rispetto al punto di partenza. La sua tesi è che la stabilizzazione economica e il riequilibrio dei conti pubblici, pur imponendo sacrifici, costituiscano le condizioni per una ripresa durevole. È uno dei punti politici più importanti del suo intervento: Milei vuole contestare l’idea che il risanamento fiscale e la riduzione dell’intervento statale siano necessariamente incompatibili con un miglioramento delle condizioni sociali.

Milei affronta anche il tema del rischio paese (spread), ricordando che, dopo la vittoria elettorale, l’indicatore si trovava intorno ai 3.000 punti e che il suo governo era riuscito a portarlo, in una fase successiva, verso quota 450, oggi a circa 600. Riconosce tuttavia che il contesto internazionale e le incertezze politiche interne abbiano contribuito a una nuova crescita del rischio. Il presidente sostiene inoltre che il debito, misurato in rapporto al PIL consolidato, sia passato da circa il 100% al 39%.

Il dato, come gli altri numeri del discorso, è presentato da Milei per dimostrare che il riequilibrio fiscale non costituisce soltanto un obiettivo contabile, ma può modificare le aspettative degli investitori e le condizioni di finanziamento dell’economia. L’ambizione dichiarata è portare l’Argentina verso una condizione di maggiore affidabilità finanziaria, aprendo la strada a nuovi capitali e a una fase di crescita più intensa. E ciò sarebbe una certezza in caso di rielezione nel 2027.

Diciottomila regolazioni rimosse e spazio al settore privato

Il presidente rivendica poi una vasta opera di deregolamentazione. Nel discorso dichiara che il suo governo abbia eliminato circa 18.000 regolamenti vari, con l’obiettivo di rimuovere ostacoli burocratici e restituire spazio all’iniziativa privata. La sua impostazione parte dall’idea che le regole non siano tutte neutrali: alcune, sostiene, proteggono interessi particolari e creano rendite a favore di imprese e settori capaci di ottenere privilegi attraverso il potere politico.

Milei descrive il protezionismo come un meccanismo che danneggia i consumatori e la collettività, favorendo invece accordi fra politici e imprenditori protetti dalla concorrenza. La liberalizzazione, al contrario, dovrebbe consentire ai capitali e al lavoro di spostarsi verso gli impieghi più produttivi. A sostegno di questa tesi, il presidente richiama il settore energetico. Spiega che la rimozione di vincoli e controlli, compreso il sistema del cosiddetto «barile criollo» (prezzo del barile di petrolio fissato dallo Stato), avrebbe contribuito a creare condizioni più favorevoli per la produzione e l’esportazione di petrolio.

Secondo le cifre illustrate, l’Argentina sarebbe vicina a raggiungere una produzione di un milione di barili di petrolio al giorno. Milei annuncia inoltre l’avvio delle esportazioni di gas naturale liquefatto a partire dall’anno successivo. Il presidente afferma che il Paese abbia registrato nel mese precedente esportazioni per 10 miliardi di dollari e prevede di superare i 100 miliardi nell’intero anno, con la prospettiva di arrivare a circa 200 miliardi entro i successivi quattro anni. Obiettivi ambiziosi, con i quali Milei vuole mostrare che la rimozione degli ostacoli regolamentari possa trasformare le risorse naturali argentine in un motore di crescita e di entrate dall’estero.

Miniere, litio, rame e oro: il potenziale ancora da sfruttare

Accanto agli idrocarburi, il presidente individua nel settore minerario un secondo grande motore della trasformazione economica. Milei cita il litio, già presente nelle esportazioni argentine, e indica rame e oro come comparti destinati, nelle sue previsioni, a svilupparsi ulteriormente. Nel discorso richiama anche la modifica della “normativa sui ghiacciai”, considerandola una delle misure che potrebbero facilitare l’attività mineraria.

Il confronto con il Cile serve a rendere visibile il potenziale che, secondo Milei, l’Argentina non avrebbe ancora sfruttato. Il presidente afferma che il Cile esporti circa 60 miliardi di dollari di rame all’anno, contro i 5 miliardi attribuiti all’Argentina, e suggerisce che il Paese possa ridurre sensibilmente questa distanza.

Il messaggio rivolto agli investitori è evidente: le risorse esistono, ma per trasformarle in produzione, esportazioni e occupazione occorrono capitali, infrastrutture e un quadro normativo favorevole. Per Milei, la crescita futura non dipenderà soltanto dalle decisioni immediate del governo, ma anche dagli effetti progressivi delle riforme strutturali. Alcuni cambiamenti, sostiene, non sono ancora pienamente visibili nelle statistiche, perché richiedono tempo per tradursi in nuovi impianti, produzione ed esportazioni.

Il problema degli investimenti e la debolezza del credito

Milei dedica una parte significativa del discorso a una delle critiche che vengono rivolte alla sua strategia: il livello degli investimenti, che secondo i suoi detrattori non sarebbe ancora sufficiente. Il presidente risponde distinguendo fra il processo di liberalizzazione e la capacità immediata delle imprese di finanziare nuovi progetti.

Quando un’economia passa da un sistema caratterizzato da protezioni e privilegi a uno più aperto alla concorrenza, sostiene, le risorse devono essere riallocate. I settori che beneficiavano delle vecchie regole possono perdere terreno, mentre quelli destinati a crescere devono ancora accumulare capitale e consolidare la propria posizione. In questo processo, la disponibilità di garanzie e di finanziamenti diventa decisiva. Milei sottolinea che l’Argentina parte da un mercato del credito estremamente ridotto rispetto a quello di altre economie: nel suo intervento indica un rapporto fra credito al settore privato non finanziario e PIL pari al 12%, contro il 60-70% attribuito ai Paesi vicini, il 120% del Cile e il 150% degli Stati Uniti.

La fragilità del sistema finanziario, nella sua interpretazione, limita la capacità delle imprese di espandersi rapidamente, anche quando le prospettive economiche migliorano. Per superare questo ostacolo, Milei richiama il RIGI, il regime di incentivi destinato ai grandi investimenti. Secondo il presidente, il programma avrebbe già raccolto progetti per 210 miliardi di dollari, dei quali circa un terzo sarebbe stato approvato e pronto a essere avviato. La sua ambizione è estendere progressivamente all’intero Paese condizioni fiscali e regolamentari favorevoli agli investimenti, facendo convergere il sistema generale verso quello previsto per i progetti incentivati.

L’obiettivo è trasformare l’Argentina in una destinazione competitiva per i capitali internazionali, riducendo l’incertezza normativa e rendendo più conveniente investire e produrre.

La libertà economica come alternativa alla decadenza

Nella parte conclusiva, Milei allarga nuovamente lo sguardo e presenta i risultati rivendicati dal governo come la dimostrazione che la decadenza economica non sia irreversibile. Afferma che, nei tre anni considerati nel discorso, la crescita argentina sia stata circa quattro volte superiore alla media registrata dal Paese nel secolo precedente e prevede che, entro la fine dell’anno successivo, l’economia possa crescere a un ritmo circa tre volte superiore a quello dell’OCSE nello stesso periodo.

Queste proiezioni costituiscono parte della sua argomentazione politica: secondo Milei, una volta stabilizzati i conti pubblici, ridotta l’inflazione e rimosse le barriere alla produzione, l’economia può recuperare terreno e avviare una fase di espansione più sostenuta.

Il presidente torna quindi ai principi che considera alla base del proprio progetto: il rispetto della proprietà privata, la libertà di intraprendere e la possibilità per gli individui di organizzare la propria vita senza continue interferenze politiche. «La libertà non ha prezzo», afferma nel suo messaggio finale. E aggiunge che proprio la libertà sarebbe il presupposto della prosperità, mentre nei Paesi che la limitano finirebbe per prevalere la distribuzione della miseria.

L’Argentina, secondo Milei, deve diventare un punto di riferimento per chiunque voglia investire, produrre o trasferirsi in un paese che offra opportunità economiche e maggiore libertà d’azione. Il presidente invita gli imprenditori e gli investitori stranieri a guardare verso sud, ma rivolge un appello anche a chi condivide la sua visione politica. Non si tratta soltanto di attrarre capitali: Milei vuole proporre una diversa direzione per l’Occidente, facendo dell’esperienza argentina un esempio di rottura con le politiche che considera responsabili della stagnazione.

La sfida politica all’Europa

Il discorso spagnolo di Milei è, in definitiva, molto più di una presentazione dei risultati economici del suo governo. È un tentativo di trasformare la presidenza argentina in un riferimento internazionale per le forze che contestano l’espansione dello Stato e il modello politico della sinistra. Durissimo è l’attacco nei confronti del dimissionario Pedro Sanchez, definito ladro e corrotto.

Il presidente non risparmia attacchi al socialismo del XXI secolo, al welfare state, al protezionismo e all’immigrazione incontrollata. Li inserisce in una medesima cornice interpretativa: quella di un potere politico che, in nome della solidarietà e della protezione, finirebbe per limitare la libertà individuale, frenare la produzione e compromettere le prospettive delle generazioni future.

La sua risposta è un programma fondato sul risanamento fiscale, sulla riduzione delle imposte, sulla deregolamentazione e sulla difesa della proprietà privata. I dati che cita sull’inflazione, sulla povertà, sul debito, sulle esportazioni e sugli investimenti sono presentati come la prova che questa strada possa produrre risultati. Milei vuole convincere gli europei che l’Argentina non rappresenti soltanto un esperimento nazionale, bensì una possibile alternativa al modello economico e istituzionale dominante.

Il suo appello finale è rivolto soprattutto a chi ritiene che l’Occidente stia perdendo fiducia nel proprio futuro. Non è necessario, sostiene, accettare la stagnazione come un destino inevitabile: occorre cambiare le idee e le politiche che la producono. Per Milei, la ricetta è tornare ai principi del liberalismo: meno Stato, più libertà, tutela della proprietà privata e spazio all’iniziativa imprenditoriale.

La sua conclusione sintetizza l’intero discorso: la decadenza non è un destino, ma una scelta. E, se è il risultato di scelte politiche, può essere contrastata cambiando direzione.

L’INTERVENTO COMPLETO DI JAVIER MILEI

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