di LEONARDO FACCO
Un paio giorni fa, in un breve video, ho dato una mia interpretazione flash di quanto accaduto a Ceuta, dove una masnada di migliaia e migliaia di maghrebini ha invaso la cittadina spagnola situata in quel pezzetto d’Africa che si affaccia sull’Europa. Oggi, vorrei ribadire il concetto, prendendo spunto da una riflessione di Agustìn Laje, uno degli intellettuali più influenti del mondo paleolibertario sudamericano.
Partiamo da una considerazione innegabile: l’immigrazione clandestina che negli ultimi anni (il progetto parte massicciamente da dopo la caduta del Muro, senza bisogno alcuno di “scomodare Kalergi”) ha interessato l’Europa non è un fenomeno casuale né esclusivamente economico. Secondo il politologo argentino Agustín Laje, ad esempio, si tratta del risultato di un sistema articolato, fondato su cinque meccanismi che, operando contemporaneamente, hanno reso possibile quella che lui stesso definisce una vera e propria “invasione migratoria”. La sua riflessione prende spunto giustappunto dall’inqualificabile caso di Ceuta, dove in un brevissimo arco di tempo oltre 50.000 immigrati marocchini sono entrati illegalmente in una città che conta appena 80.000 abitanti. Senza che Sanchez battesse ciglio! Un episodio che, per Laje, rappresenta il simbolo ultimo di un fenomeno molto più ampio che interessa l’intero continente europeo.
Secondo il saggista argentino, il primo elemento che ha favorito questa situazione è costituito dalle politiche migratorie promosse dall’Unione Europea. A suo giudizio, le istituzioni europee avrebbero perseguito per anni un modello di frontiere aperte, esercitando al contempo pressioni politiche sui governi nazionali che cercavano di riaffermare la propria sovranità nel controllo dei confini. Non solo, tutto ciò a spese dei contribuenti, costretti a pagare (a colpi di welfare) l’insediamento massiccio di etnie, culture e religioni nemiche del pensiero occidentale!
Il secondo meccanismo individuato da Laje riguarda il ruolo delle organizzazioni non governative. Nel suo intervento egli sostiene che l’industria delle ONG impegnate nella tutela dei diritti umani avrebbe finito per agevolare e legittimare i flussi migratori irregolari, giustificandoli attraverso argomentazioni di carattere umanitario. Tali organizzazioni parassitarie non si limiterebbero all’assistenza dei migranti (una scusa belluina), ma contribuirebbero a consolidare un sistema che rende strutturale l’immigrazione illegale.
Il terzo fattore è rappresentato dall’ideologia multiculturalista (di cui abbiamo scritto qualche giorno fa). Laje critica l’idea secondo cui tutte le culture possano convivere indistintamente all’interno dello stesso spazio nazionale senza particolari tensioni. A suo avviso, questa impostazione avrebbe impedito ai Paesi europei di discernere tra immigrazione sana e invasione imposta, lasciando invece spazio alla formazione di comunità parallele sempre meno “integrate” nel tessuto culturale delle società ospitanti.
Il quarto elemento individuato dal politologo è il wokismo. Secondo Laje, questa corrente culturale avrebbe diffuso l’idea che l’Occidente sia storicamente responsabile dell’oppressione di gran parte del mondo e che gli europei debbano quindi accettare un’immigrazione sempre più ampia come forma di compensazione morale, di perdono. Questa narrazione, che possiamo definire “l’idiozia della cancel culture“, ha ulteriormente indebolito la volontà politica di difendere le frontiere nazionali, la cultura occidentali i valori giudaico-cristiani che sono alla base della nostra civiltà.
Infine, il quinto meccanismo riguarda il ruolo dei tribunali e dell’attivismo giudiziario. E qualcosa ne sappiamo, visto che i togati italiani preferiscono difendere un delinquente e assassino rispetto ad un onesto commerciante. Laje – a tal guisa – sostiene che un’interpretazione sempre più estensiva del diritto d’asilo e dei diritti umani avrebbe trasformato gli strumenti giuridici in un ostacolo permanente all’espulsione degli immigrati irregolari e criminali, limitando la capacità degli Stati di applicare le proprie leggi in materia migratoria.
La conclusione del suo intervento è netta: secondo Laje, se l’Europa non invertirà questa tendenza (e sinceramente non vedo alcuna volontà politica per farlo, visto che annunci in tal senso vengono fatti dai tempi della Lega Nord negli Anni Novanta), il continente rischierà di diventare, nel giro di pochi anni, profondamente diverso da quello conosciuto fino a oggi. È un monito che, nelle intenzioni dell’autore, squarcia il velo sul rapporto tra immigrazione di massa (invasione), identità culturale e futuro della civiltà europea. Ad oggi, sinceramente, c’è poco da stare allegri, nonostante qualche moto di ribellione degli irlandesi…

