Il liberalismo classico e la natura: all’origine del modello scandinavo

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di PAOLO L. BERNARDINI

Riflettere sull’immensa eredità di Anders Chydenius, figura centrale del Settecento nordico, significa ponderare sui fondamenti stessi della dottrina del libero mercato. Ma anche sui benefici del decentramento e delle secessioni, della creazione di piccoli Stati indipendenti fuori dal controllo dei Leviatani ove il capitalismo è viziato dai rapporti col potere politico cui deve – ma non dovrebbe essere così – la propria ascesa.

Chydenius ripeteva che lo Stato dovrebbe attenersi al settimo comandamento, “Non rubare!”, ma è grazie alla secolare, forse millenaria violazione di tale modello che gli Stati sono cresciuti fino a diventare gli abomini – in gran parte, non tutti – che dominano ora il mondo. Degno di nota il fatto che dell’economista filosofo e vorrei dire anche teologo svedese (finlandese di nascita, ma allora e fino al 1809 la Finlandia era provincia – sfruttata e vessata – svedese), si interessino non solo pensatori liberali classici americani, in misura sempre crescente, ma anche liberali europei, magari, e non sorprende, interessati anche alle sorti della loro piccola patria: mi riferisco all’economista catalano Jordi Franch Parella, autore non solo di uno splendido articolo sul modello finlandese di Stato con ampi riferimenti a Chydenius (VEDI QUI). Ma anche di un articolo molto importante sui benefici economici della secessione catalana (VEDI QUI) evidentemente non percepiti alle ultime elezioni, dove gli indipendentisti hanno perso la loro – dissociata – maggioranza per la prima volta dopo tanto tempo.

Ebbene, che dal Sud mediterraneo, statalistico, centralistico, collettivistico si guardi al miracolo del Nord, con tutti i suoi limiti, non è casuale: anche se da un rigoroso punto di vista liberale – classico la tesi di Parella, che il “welfare State” derivi da una “welfare economy” nata da e in una società liberalizzata, e che non possa esserci la strada inversa – cosa naturale – ha forse come implicazione che neanche lo Stato stesso è necessario; ma posto che sia necessario, esso potrebbe sempre andare contro quel liberalismo dominante e invertire la tendenza, diventando da garanzia minaccia, insomma. Cosa non di poco conto considerando la debolezza scandinava propri nei tempi di politiche socialistiche nella seconda metà del secolo scorso, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta.

Ora, immerso con Elisa Bianco in una ricerca sulla “libertà del Nord”, che vedrà la
pubblicazione di “Libertà boreale”, un libro su Chydenius corredato da ampia scelta dei suoi scritti, vorrei anticipare qualche elemento teorico, e una tesi importante, in questa sede.

La dottrina della libertà economica deriva, in Chydenius, da una lunga frequentazione proprio della natura, nella sua essenza prima, non ideologica, ma esperienziale. Questa una delle nostre tesi principali. Ovvero, certamente vi è la lezione di Linneo, naturalista ed economista, certamente vi è la riflessione sul diritto naturale di impronta protestante, da Grotius a Pufendorf, certamente vi è l’incontro con Leibniz e il diritto naturale di stampo wolffiano, ma quel che in questo semplice pastore della provincia estrema del Nord, a lungo rettore luterano a Kokkola, colpisce subito, è la riflessione sulla natura, pura e semplice, sul funzionamento del creato, e sul Creatore – Chydenius era un pastore protestante, prima di tutto – che si colloca al di fuori di ogni ideologia o rielaborazione ideologica della natura stessa, come proprio negli anni di maturazione di Chydenius, gli anni 50 del Settecento, stavano facendo i fisiocrati in Francia, scuola di pensiero cui Chydenius è stato spesso, e anche a ragione, assimilato.

Chydenius guarda però con occhio innocente alla natura, che lo circonda fin da bambino in
tutta la sua vastità e terribilità, prima di tutto, in sé e per sé, e questo il suo mondo nordico, del tutto peculiare, glielo consentiva. E non è la natura “trasformata” dall’agricoltura dei fisiocrati, è invece la natura dei boschi, dei fiumi, delle insenature, delle “barche di betulla americana” sulla cui adattabilità al contesto del golfo di Botnia Chydenius pubblica il suo primo lavoro. Una natura selvaggia, potente ma anche dolce. Cui va assimilato tutto, senza neanche le sovrastrutture del diritto naturale, alle volte troppo macchinose.

E dunque Chydenius parla di “sistema naturale” perfino per quello che è il più innaturale elemento dell’economia, la finanza e la moneta. Insomma, il suo liberalismo segue il ritmo della natura che egli ha imparato ad osservare da Linneo, dal discepolo di costui Pehr Kalm (l’autore del celebre viaggio in America, che affascinerà Chydenius chiuso nei suoi villaggi finnici), ma anche altri naturalisti svedesi, attenti a considerare quel che avevano sotto gli occhi, per elaborare teorie dell’economia, dello stato e della società, prima di rifarsi a modelli di carattere sistematico, strutturato, filosofico-giuridico, teorico-politico.

E allora ecco la simpatica figura di Johann Browall, detto Browallius, che nel 1737, quando Chydenius ha 8 anni, difende una dissertazione sul metodo delle scienze naturali, con una freschezza e ingenuità molto peculiari, proponendo una universalità del metodo con cui studiare la natura tale per cui tale metodo, ma soprattutto la natura stessa, divengono modello per ogni attività umana. E potrebbe essere altrimenti? Dunque quando Chydenius partecipa alla dieta del 1765, con un Paese ridotto in miseria non ostante oltre 40 anni di pace (interrotti però da sciagurata partecipazione prima alla guerra contro la Russia del 1741-43, poi a quella, inutile e costosissima per la Svezia, dei Sette Anni), si trova dinanzi alla prima spudorata partitocrazia europea, con i Cappelli contro i Berretti, gruppi oligarchici entrambi, che avevano fatto della “età della libertà” un’età di oppressione peggiore di quella monarchica, dividendosi di fatto come tutti i partiti da che mondo e mondo i profitti e le ricchezze dell’Impero, a spese degli altri “stati”, ma anche di chi non faceva parte degli “happy few”.

I Cappelli, Hattpartiet, che avevano posto al loro servizio il mercantilismo più bieco, con Anders Berch, primo professore di economia politica in Svezia (e figuriamoci se tale posizione non era occupata anche in Svezia da un economista “mainstream”), erano i grandi fautori dell’alleanza con la Francia, paese ridotto già alla fame dal colbertismo imperante. Insomma una combriccola di monopolisti, creatori di monopoli, asserviti a lobbies diverse, comprese quelle agrarie e quelle marittime, in una sorta di “libertà” che era la pura licenza di pochi di approfittare della debolezza e divisione dei molti. Altro che “età della libertà”!

Chydenius si oppone, con intelligenza finissima, a tutto questo, invoca la libertà economica come base per ogni libertà, di pensiero, stampa, espressione, religione, e quant’altre. Un pastore di provincia, ma di una provincia estrema abitata da renne e orsi. Eppure, eppure riesce a far passare le proprie idee, o, almeno, a veicolare e porre per iscritto in splendida prosa illuministica idee diffuse, certamente, perché l’insoddisfazione era tanta: si erano creati abominevoli cartelli e lobby sul modello di Londra, ma senza la ricchezza inglese. Per cui le loro male azioni erano divenute ben più evidenti di quelle dei rappresentanti dei partiti inglesi saliti al potere, gli whigs per primi.

Corruzione, malaffare, emigrazione, impoverimento delle campagne, spopolamento: chi più ne ha più ne metta. Con la coscienza retta del pastore luterano, il bagaglio dei Lumi che legge tutti da Montesquieu a Voltaire (il primo lo ammira, il secondo egli critica giustamente), Anders Chydenius, a rischio anche personale, si scaglia contro questo abominevole sistema di privilegi. E’ un liberale vero. Come tale, va ricordato ed io insieme a numerosi altri studiosi in tutto il mondo lo stiamo facendo.

Paradossalmente, sarà Chydenius che in qualche modo difendendo i diritti della colonia Finlandia nell’Impero svedese darà le basi per quella semi-indipendenza, in forma granducale, che la Finlandia otterrà nel 1809, entrando nell’orbita russa con buona dose di autonomia. Un Impero più vasto dovrebbe controllare meno le proprie colonie e lasciar loro maggior libertà, e così fu per lungo tempo. Poi i finlandesi dovettero difendersi dai bolscevichi, poi dai nazisti, e poi cautamente entrarono nel 1995 nella UE con grande attenzione a preservare le loro libertà.

A titolo di curiosità: nel mio precedente articolo ho pubblicato la tabella che mostrava le differenze di voto in occasione del referendum consultivo per l’accesso alla UE del 1994. Coincidono, cosa che dà abbastanza i brividi, nella radicale divisione Nord-Sud, con le due aree di controllo (Nord- Sud) dei finlandesi “bianchi” e di quelli “rossi” nel 1918:

Situazione del 1918.

Situazione nel 1994:

Vorrà forse dir qualcosa? In ogni caso, e tornerò con altri articoli sul tema, il mondo finlandese è davvero molto interessante per studiare la situazione europea da una prospettiva “baltica” che spesso viene sottaciuta: se il Veneto fosse indipendente, avrebbe quasi gli stessi abitanti della Finlandia, e lo stesso dicasi per la Sicilia. La Lombardia in cui lavoro invece sarebbe esattamente il doppio della Finlandia, ci guarderebbero come se fossimo un “grande Stato”.

Guardare al Nord del mondo ci può forse aiutare a correggere numerose storture del Sud del medesimo, cui apparteniamo.

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