La bolla finanziaria della Green Economy: il fallimento della transizione energetica

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di GEPPO CIATTI

Mario Giaccio e Antonella Del Signore mettono sotto esame uno dei grandi dogmi della politica economica contemporanea: la cosiddetta transizione energetica. Nel loro libro “La bolla finanziaria della Green Economy. Il fallimento della politica energetica dell’Unione Europea”, gli autori sostengono che dietro la costruzione del gigantesco sistema di politiche climatiche e di investimenti «verdi» non vi siano soltanto preoccupazioni ambientali, ma anche potenti interessi finanziari.

Il punto di partenza della loro analisi è la dimensione del fenomeno climatico. Gli autori richiamano la posizione del climatologo Richard Lindzen, secondo il quale l’allarme sviluppatosi negli ultimi trent’anni sarebbe sproporzionato rispetto all’entità del cambiamento osservato: circa 1,5 gradi di aumento della temperatura media globale nell’arco di 150 anni, un fenomeno che, nella loro interpretazione, rientrerebbe nella successione dei cambiamenti climatici verificatisi anche in epoche storiche. È però soprattutto sulle conseguenze economiche delle politiche climatiche che si concentra il libro. Secondo Giaccio e Del Signore, il timore della cosiddetta «crisi climatica» ha prodotto accordi internazionali e politiche energetiche che hanno finito per frenare la crescita delle economie occidentali e ridurre il benessere dei cittadini, senza produrre, a loro giudizio, benefici ambientali proporzionati ai costi sostenuti.

La tesi più originale del volume riguarda tuttavia la finanza climatica. Gli autori cercano di ricostruire la nascita e l’espansione di quella che definiscono una vera e propria «alleanza finanziaria per il clima»: un sistema composto da grandi operatori finanziari, investitori e promotori della green economy che avrebbe individuato nella trasformazione dell’economia mondiale un’enorme opportunità di profitto. Il meccanismo descritto è quello di una progressiva convergenza tra finanza, politica e regolamentazione (la vera radice dell’imposizione di scelte scellerate). Attraverso accordi internazionali, decisioni dei governi e nuove normative, sarebbe stato creato un quadro favorevole alla crescita degli «investimenti verdi» nel degno della distopica “decrescita felice”. In questo modo la politica climatica non sarebbe rimasta una semplice strategia ambientale, ma sarebbe diventata anche uno strumento capace di indirizzare gigantesche masse di capitale verso determinati settori e attività economiche. Facendo cosa? Distruggendo l’industria europea e favorendo quella cinese, peraltro.

Ma la «bolla» avrebbe incontrato i propri limiti. Il libro ricostruisce infatti anche il declino degli investimenti verdi nel periodo 2022-2025, considerandolo un elemento fondamentale per comprendere le contraddizioni del modello costruito negli anni precedenti.

Una parte significativa dell’opera è infine dedicata all’Unione Europea, considerata dagli autori il laboratorio più ambizioso della transizione energetica. Il bilancio che ne emerge è severo: Germania, Italia e Spagna avrebbero mancato sia gli obiettivi economici sia quelli ambientali che le politiche della transizione si proponevano di raggiungere. La conclusione è quindi particolarmente critica: l’Europa, che aspirava a diventare il modello mondiale della decarbonizzazione, si troverebbe oggi alle prese con un progressivo declino economico, mentre gran parte del resto del mondo continua a perseguire l’obiettivo opposto, cioè crescita, sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Gli autori ricordano infatti che sono oltre sette miliardi le persone che, nel mondo, aspirano ancora a una maggiore prosperità.

Il libro propone dunque una chiave di lettura radicalmente diversa da quella dominante: la green economy non viene osservata soltanto come una rivoluzione (in senso marxista vero e proprio) ambientale, ma come una gigantesca trasformazione economico-finanziaria, nella quale interessi politici, regolamentazione pubblica e capitali privati si sono intrecciati. E la domanda sottesa all’intera analisi è inevitabile: se la transizione doveva rendere l’Europa più ricca, competitiva e sostenibile, perché il risultato sembra essere, almeno secondo gli autori, esattamente l’opposto?

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