La sinistra usa la democrazia per distruggerla dall’interno e imporre la tirannia

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di ARTURO DOILO

La sinistra ama la democrazia, ma solo quando vince. Quando perde, pretende di cambiare le regole, delegittimare gli avversari e trasformare il dissenso in una colpa. Il voto è sacro finché produce il risultato desiderato; quando premia Milei, Bukele o Trump, ecco che scattano gli allarmi, le accuse e la mobilitazione contro il “pericolo populista”. Una curiosa concezione della democrazia la lor no? Il popolo è sovrano soltanto quando vota bene, cioè quando vota a sinistra.

È questa la contraddizione che Agustín Laje Arrigoni mette al centro del suo intervento sui social. Una parte della sinistra, sostiene Laje, ha imparato a utilizzare le elezioni non come espressione di un pluralismo da rispettare, ma come una porta d’accesso al potere da consolidare, fino a rendere sempre più difficile l’alternanza. La democrazia diventa così un cavallo di Troia: si entra attraverso le urne e, una volta al comando, si rischia di svuotare dall’interno le istituzioni che hanno reso possibile la vittoria. Venezuela e Nicaragua sono esempi lampanti e recenti di regimi di sinistra arrivati al potere col voto, regimi che hanno soffocato il pluralismo e ridotto drasticamente lo spazio per l’opposizione.

La verità secondo Laje – ma anche per chi scrive – una buona parte della sinistra non ha mai abbandonato l’ambizione rivoluzionaria, ma ha imparato a perseguirla anche attraverso strumenti formalmente democratici. La domanda è brutale, ma inevitabile che il politologo argentino pone è la seguente: se il popolo vota per la sinistra, la sua scelta è legittima; se vota contro, diventa improvvisamente un popolo manipolato, ignorante o pericoloso? Non è democrazia: è paternal-populismo politico con la pretesa di stabilire quali risultati elettorali siano accettabili.

Laje cita Javier Milei, Nayib Bukele, Donald Trump e José Antonio Kast come espressioni, seppur diverse, di una reazione contro l’establishment progressista. Leader che contestano dogmi consolidati e mettono in discussione un sistema nel quale una parte della classe politica sembra considerare il proprio dominio non una possibilità tra le altre, ma un diritto acquisito. Un procedimento che potrebbe verificarsi anche in Brasile il prossimo 24 ottobre.

Da una prospettiva libertaria, tuttavia, il problema non si esaurisce nello scontro tra destra e sinistra. Lo Stato concentra poteri coercitivi enormi: chi lo conquista può imporre tasse, regolamenti, divieti e limitazioni alla libertà altrui. Perciò non basta cambiare chi occupa il palazzo, bisogna ridurre il potere che quel palazzo consente di esercitare. La sinistra autoritaria, in questo senso, non è l’unica minaccia. Qualunque governo pretenda obbedienza illimitata, reprima il dissenso o calpesti la proprietà privata tradisce la libertà, qualunque bandiera sventoli. Una maggioranza non possiede gli individui e una vittoria elettorale non è un assegno in bianco.

La libertà non consiste nel poter scegliere ogni pochi anni chi avrà il diritto di comandarci. Consiste nel togliere a chiunque la pretesa di comandare le nostre vite, come spiegava Lysander Spooner! Perché il vero pericolo non è soltanto una democrazia svuotata dall’interno: è uno Stato tanto potente da permettere a chiunque lo conquisti di trasformare la propria ideologia in un obbligo per tutti.

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