di ROMANO BRACALINI
Il Veneto fu un losco bottino di guerra. L’Italia lo ebbe grazie alla mediazione francese tra Prussia ed Austria perché apparisse meno scandaloso il fatto che gli unici a trarre profitto dalla campagna del ’66 fossero gli italiani che, alleati dei prussiani, vincitori sul campo, erano stati sconfitti a Custoza e Lissa dagli austriaci. Bisognava dare al nuovo acquisto una parvenza di legittimità popolare, e il 21 ottobre si svolse il plebiscito con il quale si raggirò un’altra volta il popolo veneto. Già il nome, plebiscito, celava l’inganno: un risultato che si dava per scontato. E infatti su 647.426 votanti (su una popolazione di 2.603.009 abitanti) i voti contrari, secondo i dati ufficiali, "furono solamente 69".
La truffa era evidente. A lungo rimase vivo nel sentimento d’ogni veneto, il rammarico e l’umiliazione d’essere stati considerati poco più che merce di scambio. La Serenissima, San Marco, divennero riferimenti di nostalgia. Il S
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