di GEPPO CIATTI
L’analisi di Carlos Ruckauf – noto analista argentino – sulla guerra in corso tra Iran, Stati Uniti e Israele restituisce un quadro estremamente complesso e pericoloso, nel quale il rischio di escalation non è soltanto militare, ma anche nucleare, economico e geopolitico.
Il punto di partenza è l’allarme lanciato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, guidata da Rafael Grossi. Un missile ha colpito nei pressi di una base nucleare iraniana, sollevando il timore di una possibile contaminazione regionale. Ruckauf sottolinea come non si tratti ancora di un attacco nucleare diretto, ma il semplice coinvolgimento di infrastrutture sensibili rappresenta già un rischio catastrofico.
Sul piano militare, le ultime ore sono state caratterizzate da bombardamenti intensi da parte degli Stati Uniti e di Israele, in particolare lungo la costa iraniana dello Stretto di Hormuz. Secondo Ruckauf, l’obiettivo strategico non è solo indebolire le difese iraniane, ma preparare una possibile operazione sull’isola di Kharg, nodo cruciale per l’export petrolifero di Teheran, da cui transita oltre il 90% del greggio iraniano.
Colpire direttamente quell’infrastruttura significherebbe però innescare una crisi globale, coinvolgendo in particolare paesi come Cina e India, fortemente dipendenti dal petrolio iraniano. Per questo, l’ipotesi più probabile resta – almeno per ora – quella di una demolizione sistematica delle difese, piuttosto che un attacco diretto alle risorse energetiche.
Nel frattempo, la risposta iraniana si è allargata su più fronti. Oltre agli attacchi contro Israele, Teheran ha colpito anche Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e altre aree della regione, contribuendo a una pericolosa regionalizzazione del conflitto. La chiusura di porti e aeroporti nel Golfo testimonia un livello di allerta senza precedenti.
Ruckauf evidenzia anche il ruolo crescente di attori indiretti. Hezbollah è tornato attivo nel sud del Libano, mentre i curdi rappresentano una possibile variabile decisiva: con una forza potenziale di centinaia di migliaia di combattenti esperti di guerriglia, potrebbero essere utilizzati come alternativa a un intervento diretto americano su larga scala.
Proprio su questo punto emerge uno dei nodi centrali dell’analisi: la cautela degli Stati Uniti. Donald Trump – osserva Ruckauf – evita accuratamente un coinvolgimento terrestre massiccio. Il timore è quello di ripetere gli errori di Vietnam e Iraq, con un alto costo umano e politico. L’opzione di un’occupazione con truppe americane resta quindi incerta.
Parallelamente, si sviluppa una complessa partita diplomatica. Stati Uniti e Cina mantengono contatti costanti, mentre negoziati commerciali tra Washington e Pechino proseguono sullo sfondo della guerra. La Russia, invece, appare come uno dei principali beneficiari indiretti: l’aumento dei prezzi energetici rafforza la sua posizione economica e strategica.
Il vero epicentro della crisi resta però lo Stretto di Hormuz. Gli attacchi a porti e petroliere, anche al di fuori dello stretto, stanno rendendo sempre più rischioso il traffico marittimo. Le compagnie assicurative si ritirano e il passaggio delle navi diventa un azzardo. Questo contribuisce a destabilizzare ulteriormente i mercati energetici globali.
In conclusione, l’analisi di Ruckauf mette in luce una guerra che va ben oltre il confronto militare diretto. È uno scontro multilivello, in cui si intrecciano sicurezza nucleare, controllo delle rotte energetiche, equilibri regionali e rivalità tra grandi potenze. E soprattutto, è un conflitto in cui ogni errore – anche minimo – potrebbe avere conseguenze globali difficilmente contenibili.

