di GEPPO CIATTI
La giornata del 13 marzo 2026 ha segnato una nuova escalation nel conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, con bombardamenti che hanno colpito anche infrastrutture legate all’industria petrolifera iraniana. L’episodio più rilevante è stato l’attacco contro l’isola di Kharg, il principale terminale di esportazione del petrolio iraniano, dove le forze statunitensi hanno dichiarato di aver distrutto obiettivi militari e infrastrutture strategiche.
Kharg rappresenta un nodo vitale per l’economia di Teheran: da qui passa gran parte del greggio esportato dal paese. Analisti energetici hanno avvertito che eventuali attacchi su larga scala contro questo hub potrebbero provocare forti scosse nei mercati energetici, con il rischio di prezzi del petrolio fino a 150 dollari al barile.
Parallelamente sono proseguiti i bombardamenti su obiettivi militari iraniani. Secondo valutazioni occidentali, dall’inizio della guerra il numero di siti colpiti ha superato quota 15.000, tra basi dei Pasdaran, depositi missilistici e infrastrutture militari.
Le rappresaglie iraniane
Teheran ha reagito intensificando le operazioni di ritorsione nella regione del Golfo. Missili e droni sono stati lanciati contro obiettivi collegati agli Stati Uniti e ai loro alleati, mentre il governo iraniano ha minacciato di colpire direttamente le infrastrutture energetiche dei paesi che sostengono Washington e Tel Aviv.
La strategia iraniana punta soprattutto a colpire la logistica energetica e commerciale della regione, consapevole che il Golfo Persico è il cuore del mercato mondiale del petrolio.
La crisi dello Stretto di Hormuz
Il punto più delicato del conflitto resta lo Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Dopo gli attacchi di febbraio, l’Iran ha minacciato di impedire il passaggio delle navi e avrebbe piazzato mine navali, provocando un forte calo del traffico marittimo e l’aumento dei premi assicurativi per le petroliere.
Secondo dati del traffico marittimo, il numero di navi che attraversano lo stretto si sarebbe ridotto fino al 70%, con molte petroliere ferme nei porti o in attesa in acque internazionali per evitare rischi.
Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello affinché almeno i carichi umanitari possano transitare nello stretto, avvertendo che il blocco minaccia la consegna di cibo e medicinali in diversi paesi della regione.
Il punto di vista di Donald Trump
Il presidente statunitense Donald Trump ha difeso la strategia militare sostenendo che gli attacchi stanno distruggendo la capacità militare iraniana. In una recente dichiarazione ha affermato che Teheran avrebbe ormai perso gran parte della propria marina, dell’aviazione e dei sistemi di difesa aerea.
Trump ha inoltre avvertito che qualsiasi tentativo iraniano di bloccare lo Stretto di Hormuz verrebbe considerato una linea rossa e provocherebbe una risposta “venti volte più forte” da parte degli Stati Uniti.
Nonostante l’escalation, il presidente americano continua a sostenere che la guerra potrebbe concludersi relativamente presto, soprattutto se l’Iran smetterà di minacciare le rotte energetiche globali.
Le analisi degli esperti americani
Molti analisti statunitensi ritengono che il conflitto sia entrato in una fase critica. Alcuni think tank sottolineano che l’obiettivo militare occidentale sembra essere la neutralizzazione della capacità missilistica iraniana e delle sue infrastrutture militari strategiche.
Tuttavia altri esperti avvertono che colpire infrastrutture petrolifere potrebbe provocare una reazione ancora più dura da parte di Teheran, con attacchi contro oleodotti e raffinerie in tutta la regione del Golfo.
La posizione iraniana
Dal lato iraniano, la leadership politica e militare continua a sostenere che il paese non accetterà alcuna resa. I dirigenti dei Pasdaran hanno dichiarato che ogni attacco contro il settore energetico iraniano sarà considerato un atto di guerra totale e porterà a rappresaglie contro le infrastrutture petrolifere degli alleati degli Stati Uniti.
L’Iran considera il controllo dello Stretto di Hormuz una leva strategica fondamentale: la minaccia di bloccare il traffico energetico resta una delle principali armi geopolitiche di Teheran.
Un conflitto sempre più regionale
La guerra, iniziata con i bombardamenti statunitensi e israeliani contro obiettivi militari iraniani il 28 febbraio 2026, ha ormai coinvolto l’intero Medio Oriente. Gli scontri si estendono dal Golfo Persico al Libano e ad altri paesi della regione, con attacchi contro basi militari, infrastrutture energetiche e rotte commerciali.
La giornata del 13 marzo conferma quindi che il conflitto non è più una semplice campagna militare limitata, ma una crisi geopolitica globale in cui si intrecciano guerra convenzionale, sicurezza energetica e rivalità strategiche tra grandi potenze.
Se l’escalation continuerà, il prossimo campo di battaglia potrebbe non essere soltanto il territorio iraniano, ma l’intero sistema energetico del Medio Oriente.

