di GEPPO CIATTI
Le dimissioni di Joe Kent, fino a pochi giorni fa a capo del National Counterterrorism Center americano, rappresentano uno degli episodi più significativi legati alla guerra in Iran. Non si tratta infatti di un funzionario qualsiasi, ma di una figura centrale dell’apparato di sicurezza statunitense e, al tempo stesso, di un esponente di primo piano dell’area trumpiana.
Kent, veterano delle forze speciali e con un lungo passato operativo tra Iraq e Medio Oriente, era stato nominato nel 2025 alla guida del principale organismo americano di coordinamento antiterrorismo. La sua carriera lo aveva visto impegnato anche in operazioni della CIA, prima di entrare in politica come candidato repubblicano, senza però riuscire a ottenere un seggio al Congresso.
La svolta arriva con la guerra in Iran. Kent rassegna le dimissioni con una lettera pubblica in cui afferma di non poter sostenere il conflitto “in coscienza”, sostenendo che Teheran non rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Secondo la sua versione, la guerra sarebbe stata innescata da pressioni israeliane e da una campagna di disinformazione che avrebbe spinto Washington verso l’intervento.
La sua posizione rompe apertamente con quella del presidente Donald Trump, che ha invece difeso la necessità dell’azione militare, arrivando a definire Kent “debole sulla sicurezza”. La frattura è tanto più significativa perché Kent apparteneva alla corrente “America First”, tradizionalmente scettica verso le guerre all’estero.
La figura dell’ex capo dell’antiterrorismo resta però controversa. Oltre al profilo militare e operativo, Kent è noto per le sue posizioni politiche radicali e per i legami con ambienti dell’estrema destra americana, che ne hanno accompagnato la carriera pubblica e le campagne elettorali.
Le sue dimissioni, dunque, non sono soltanto un atto personale, ma il segnale di una spaccatura interna al fronte politico che sostiene Trump. Da un lato vi è chi considera la guerra contro l’Iran necessaria per la sicurezza americana; dall’altro emergono figure, come Kent, che vedono nel conflitto un errore strategico e un tradimento dell’impostazione non interventista.
In questo senso, il caso Kent rappresenta un indicatore importante delle tensioni che attraversano oggi la politica estera statunitense: tra logiche di potenza e tentazioni isolazioniste, tra sicurezza nazionale e rifiuto delle guerre prolungate. Una frattura destinata probabilmente ad ampliarsi con il proseguire del conflitto in Medio Oriente.
LA LETTERA DI DIMISSIONI

LE ULTIME 48 ORE DI GUERRA
Nelle ultime 48 ore (16-17 marzo) la guerra ha accelerato su più fronti: bombardamenti aerei su città iraniane, ritorsioni missilistiche e con droni contro Israele e basi USA nel Golfo, e un blocco sempre più rigido dello Stretto di Hormuz. Le fonti ufficiali e i flussi social convergono su tre linee di sviluppo: escalation militare, pressione economica/energetica e irrigidimento diplomatico.
Cosa è successo (16-17 marzo)
- Bombardamenti continui su Iran. Reel e testimonianze raccolte da Israel Today mostrano esplosioni notturne a Teheran, Shiraz, Abadan, Arak e Khomein, con fumo denso su Mehrabad e finestre scosse per chilometri. La narrazione è di raid congiunti USA-Israele su obiettivi militari e governativi in Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah.
- Ritorsioni iraniane e dei proxy. L’IRGC rivendica l’uso di scorte missilistiche “di vecchia generazione” (stock decennale) lasciando intendere che le armi più avanzate restano intatte. Parallelamente, Hezbollah lancia raffiche verso Israele e si segnala un’offensiva terrestre limitata israeliana nel Sud del Libano. Droni iraniani colpiscono anche obiettivi nel Golfo: incendio vicino a Dubai International Airport con sospensione temporanea dei voli, e un attacco al Al-Rasheed Hotel nella Green Zone di Baghdad.
- Stretto di Hormuz e shipping. La petroliera Aframax “Karachi” è la prima nave non iraniana in 17 giorni a trasmettere AIS durante il transito di Hormuz, segno di un’apertura selettiva o negoziata del passaggio. Lo speaker del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, avverte che “lo Stretto non tornerà come prima”. Il traffico resta comunque depresso (~-90%) e Brent chiude sopra i 100 $ (103,14 $ il 14 marzo).
- Posizioni diplomatiche. Il viceministro Saeed Khatibzadeh minaccia un “Vietnam” se gli USA inviano truppe di terra; Teheran dice di non aver chiesto tregua. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ribadisce che l’Iran continuerà finché non saranno soddisfatte le sue condizioni (riconoscimento diritti, riparazioni, garanzie di sicurezza). I ministri UE, guidati da Kaja Kallas, respingono la richiesta di Donald Trump di ampliare la missione navale Aspides a Hormuz.
- Bilanci umani e militari. Fonti aggregate indicano >2 200 morti nell’area (oltre 1 300 in Iran, 886 in Libano, 15 israeliani) e 13 militari USA uccisi con ∼200 feriti. Il Pentagono dichiara >15 000 obiettivi colpiti dall’inizio dell’operazione (“Epic Fury”) e un calo del 90 % dei lanci balistici iraniani e del 95 % dei droni rispetto al Day 1. Arabia Saudita afferma di aver intercettato 37 droni iraniani in un solo giorno (51 il 13 marzo, il picco più alto dall’inizio).

