giovedì, Gennaio 8, 2026
1.2 C
Milano

Fondatori: Gilberto Oneto, Leonardo Facco, Gianluca Marchi

Petrolio venezuelano: perché non è il “grande bottino” che molti raccontano

Da leggere

di LEONARDO FACCO

Nel dibattito politico contemporaneo esiste una convinzione dura a morire: ogni intervento internazionale degli Stati Uniti sarebbe sempre e comunque motivato da interessi economici, e in particolare dalla volontà di appropriarsi di risorse naturali. Il caso del Venezuela e del suo petrolio è emblematico. Ma quando si abbandona la retorica, e le devianze ideologiche degli utili idioti sinistri, e si guardano i numeri reali, questa narrazione si rivela sorprendentemente fragile. A spiegarlo, con dovizia di particolari, è il professor Juan Ramòn Rallo e, di seguito, ve lo riassumiamo.

Partiamo da un fatto vero: il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere provate al mondo. Tuttavia, riserve non significa automaticamente ricchezza immediatamente sfruttabile. La produzione attuale di greggio venezuelano si aggira intorno a un milione di barili al giorno, pari a 365 milioni di barili l’anno. Il problema è che si tratta in larga parte di petrolio pesante o extra-pesante, molto costoso da trasportare e raffinare, che viene venduto con forti sconti rispetto al Brent.

Con un prezzo del Brent intorno ai 60 dollari al barile, il petrolio venezuelano viene collocato mediamente a 50 dollari, quando va bene. Questo significa che l’intero fatturato annuo derivante dalle esportazioni si aggira sui 18 miliardi di dollari. Una cifra che può sembrare imponente, ma che rappresenta ricavi lordi, non utili.

Da questi 18 miliardi vanno sottratti costi enormi. Il più rilevante è quello del diluente: per esportare il proprio greggio, il Venezuela deve miscelare ogni barile con circa un terzo di petrolio leggero, che deve essere importato a un costo di circa 60 dollari al barile. In pratica, per vendere petrolio a 50 dollari, il Paese deve consumare una materia prima che ne costa 60. A ciò si aggiungono i costi di estrazione, manutenzione, infrastrutture e ammortamenti.

Assumendo uno scenario estremamente ottimistico, con un margine netto del 20%, il guadagno reale sarebbe di circa 10 dollari per barile. Tradotto in numeri: 3,65 miliardi di dollari di utili annui. Nemmeno 4 miliardi.

Per comprendere l’irrilevanza di questa cifra, basta un confronto: nel 2025, le entrate del governo federale statunitense hanno superato i 5.200 miliardi di dollari. Quattro miliardi rappresentano meno dello 0,1% di quel totale. E questa è una stima gonfiata, perché:

  • Una parte del petrolio resterebbe per il consumo interno venezuelano;
  • Non tutti i proventi finirebbero agli Stati Uniti;
  • Un saccheggio totale sarebbe politicamente insostenibile.

Anche ipotizzando un aumento drastico della produzione — scenario peraltro irrealistico nel breve periodo — il quadro non cambia radicalmente. Il massimo storico del Venezuela è stato di 3,5 milioni di barili al giorno, mentre sotto Chávez si arrivò a circa 3 milioni. Tornare a 3–4 milioni richiederebbe anni, forse decenni, e investimenti di decine di miliardi di dollari per ricostruire un’industria devastata dal socialismo del XXI secolo.

Nel migliore dei casi, ciò genererebbe utili complessivi per l’industria petrolifera tra 10 e 15 miliardi di dollari l’anno, da dividere tra Venezuela e Stati Uniti. Per Washington significherebbe incassare 8–10 miliardi annui: cifre del tutto irrilevanti per una superpotenza.

Un indicatore decisivo lo forniscono i mercati: dopo la caduta di Maduro, il prezzo del petrolio è salito, non è sceso. Se gli investitori si aspettassero un’improvvisa inondazione di greggio venezuelano, i prezzi sarebbero crollati. Alla luce di questi dati, l’idea che il rovesciamento di Maduro sia stato motivato dal “business del petrolio” appare poco più che una favola ideologica.

È molto più plausibile una lettura geopolitica, legata alla ridefinizione delle sfere di influenza nel continente americano, piuttosto che a un presunto affare economico.

Paradossalmente, gli unici che hanno davvero fatto affari col petrolio venezuelano sono stati i vertici del chavismo, che per anni hanno saccheggiato l’industria, mazzette e corruzione a go-go, mentre la lasciavano marcire. Un fatto sistematicamente ignorato da chi preferisce credere che dietro ogni evento politico vi sia sempre e solo il profitto altrui. Nella fattispecie quello dei cattivi americani assetati di oro nero!

Correlati

2 COMMENTS

  1. Sulla “Reuters” (mica pizza e fichi) si ritiene invece molto conveniente per gli Usa prendersi il bitume del Venezuela.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Articoli recenti