di JULIAN GEWIRTZ
In un torrido giorno di giugno del 1989, il segretario generale del Partito Comunista Cinese ascoltava in un silenzio di pietra mentre i più potenti leader di Pechino lo denunciavano. Solo qualche settimana prima, mentre il mondo guardava orripilato, i leader della Cina avevano rivolto il loro esercito contro gli studenti che protestavano in massa a Piazza Tienanmen — una violenza a cui il Segretario Generale Zhao Ziyang, un risoluto riformatore, si era opposto.
“[Tu stavi] cercando di rovesciare il Partito Comunista e stavi scatenando il caos nel sistema socialista di comune accordo con poteri ostili interni ed esterni”, lo accusava un anziano e avvizzito membro del partito. Zhao fu privato della sua carica di segretario generale del partito e messo agli arresti domiciliari, dove sarebbe rimasto fino alla sua morte nel 2005.
Pochi giorni dopo la liquidazione di Zhao, il 30 giugno, il sindaco di Pechino lesse ad alta voce il suo rapporto sulle protest
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