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INCHIESTA / Argentina e Stati Uniti: firmata un’intesa commerciale storica. Pro e contro

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di ARTURO DOILO

L’Argentina e gli Stati Uniti hanno formalmente firmato un accordo commerciale e di investimenti reciprocamente vantaggioso, un passo di grande rilevanza che segna una svolta nelle relazioni bilaterali tra Buenos Aires e Washington. Un passo di cui ci si aspettava l’ufficialità, visto che il presidente della Repubblica albiceleste lo aveva annunciato da tempo.

La firma è avvenuta due giorni fa, 5 febbraio 2026 a Washington, e il testo dell’intesa è stato sottoscritto dal ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno insieme al rappresentante commerciale statunitense e all’ambasciatore degli USA.

L’accordo, “reciprocamente vantaggioso” hanno affermato i firmatari, denominato United States–Argentina Agreement on Reciprocal Trade and Investment (ARTI), si concentra su una serie di impegni volti ad eliminare barriere tariffarie e non tariffarie, facilitare gli scambi e rafforzare la cooperazione economica. In sintesi accadrà quanto segue:

  • Riduzione dei dazi su una vasta gamma di merci, con particolare attenzione a prodotti agricoli e industriali. Dagli Stati Uniti si prevede un abbassamento delle tariffe su alcune materie prime e componenti industriali provenienti dall’Argentina.
  • Apertura del mercato argentino a vari beni statunitensi, quali macchinari, prodotti farmaceutici, chimici, dispositivi medici, tecnologia e veicoli, garantendo accesso preferenziale.
  • Cooperazione nelle filiere dei “minerali critici”, un settore strategico per entrambi i paesi, specie per l’Argentina che possiede importanti riserve di litio e altri materiali essenziali dal punto di vista energetico.
  • Impegni congiunti per affrontare barriere tecniche e sanitarie al commercio, in particolare quelle relative ai prodotti alimentari e agricoli, intese a evitare restrizioni ingiustificate.

Questa intesa, nei fatti, non è solo un accordo sui dazi, ma un quadro più ampio per armonizzare norme, standard e condizioni di mercato, con l’obiettivo dichiarato di promuovere investimenti e scambi bilaterali.

Per l’Argentina, questo accordo rappresenta una rottura rispetto alle storiche pratiche protezionistiche che hanno caratterizzato gran parte della politica commerciale del paese nel Novecento. Ma non solo: rappresentano un vero e proprio cambio di posizionamento geopolitico dell’Argentina, che anziché privilegiare patti con iraniani, cinesi e russi, ora guarda all’Occidente tradizionale. Con il presidente Javier Milei alla guida del governo, l’intesa riflette una scelta chiara di apertura ai mercati internazionali e di alleanza più stretta con Washington, in linea con il programma di liberalizzazione economica promosso dalla sua amministrazione.

Il presidente Milei ha definito l’accordo come una “enorme opportunità per rendere grande di nuovo l’Argentina”, collegando la liberalizzazione degli scambi e l’attrazione di investimenti esteri alla prospettiva di rilancio economico nazionale, che l’attuale governo sta rincorrendo in ogni modo possibile.

La firma ha suscitato – ovviamente – reazioni contrastanti. Dal punto di vista diplomatico ed economico, l’accordo è stato accolto con favore da ambienti legati all’export e alle imprese orientate all’internazionalizzazione, che vedono in esso nuovi sbocchi per le esportazioni agricole (già ion netta crescita rispetto alla precedente amministrazione) e industriali argentine. Inoltre, l’intesa si inserisce in un contesto più ampio di riconfigurazione delle relazioni commerciali globali, dove gli Stati Uniti cercano di diversificare i partner e rafforzare alleanze economiche nella regione, mentre l’Argentina cerca partner commerciali anche in Europa.

Tuttavia, nei settori tradizionalmente protetti dell’economia argentina — come alcune aree dell’agroindustria e della produzione tessile — si registrano timori per la possibile competizione con prodotti statunitensi. A seguire i punti di vista contrastanti dei diversi esponenti politici.

Javier Milei ha celebrato l’intesa come “una svolta storica” per il paese, sottolineando che “con questo passo faremo di nuovo grande l’Argentina”, inquadrando l’accordo come parte della sua strategia di apertura economica e attrazione di investimenti esteri.

Donald Trump ha presentato l’accordo come un traguardo positivo per rafforzare i legami con un alleato strategico ed espandere le opportunità commerciali in settori chiave, a conferma della relazione privilegiata con il governo argentino.

Jorge Taiana, esponente di spicco del peronismo, ha accusato il governo Milei di “compromettere la sovranità nazionale” accettando impegni che potrebbero limitare la capacità decisionale dell’Argentina sul lungo periodo, insinuando che l’intesa sia legata alle condizioni del sostegno statunitense.

Mariano Recalde, referente del Kirchnerismo, ha affermato che l’accordo è una mossa di un governo “alla ricerca di salvataggi esterni” e ha criticato l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni argentini, soprattutto in vista delle elezioni.

Gli allevatori statunitensi hanno espresso ferma opposizione all’aumento delle importazioni di carne argentina, definendo la mossa una “mazzata” per i rancher americani. Anche i coltivatori di soia sono critici ed hanno accusato l’amministrazione Trump di favorire l’Argentina a discapito dei produttori locali, rompendo i mercati tradizionali.

Elizabeth Warren, e altri democratici USA, pur non esprimendosi direttamente sull’accordo commerciale, hanno mosso osservazioni critiche più ampie nei confronti degli aiuti connessi alle politiche commerciali USA con l’Argentina, che hanno definito incomprensibile il sostegno finanziario a Buenos Aires in un momento di crisi interna.

Reazioni, queste ultime, che rappresentano il fronte economico protezionista, preoccupato per l’impatto competitivo sui produttori agricoli statunitensi.

Senza ombra di dubbio, quello siglato ieri è un accordo strategico nel nuovo equilibrio globale. Non è, insomma, un semplice trattato commerciale: è un simbolo di cambiamento politico ed economico, che riflette la strategia di Milei di ancorare il paese ai mercati globali e di consolidare legami economici e diplomatici con Washington. In un momento in cui le dinamiche del commercio internazionale sono influenzate da tensioni tariffarie, accordi regionali e riassetti di filiere produttive, questa intesa rappresenta una mossa significativa per l’Argentina e un esempio di come i paesi emergenti stiano ridefinendo il proprio ruolo nell’economia mondiale.

Nello specifico, quali sono settori coinvolti nell’accordo commerciale tra Argentina e Stati Uniti?

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https://www.voronoiapp.com/_next/image?q=85&url=https%3A%2F%2Fcdn.voronoiapp.com%2Fpublic%2Fimages%2Fvoronoi-Visualized-Top-3-Countries-in-the-Strategic-Mineral-Supply-Chain-20240909105218.webp&w=3840

Settori Manifatturieri Industriali

  • Macchinari e attrezzature industriali – accesso agevolato al mercato argentino per prodotti statunitensi.
  • Veicoli e componentistica – l’Argentina accetterà conformità secondo standard internazionali (es. sicurezza, emissioni).
  • Prodotti IT e tecnologie – apertura ai beni tecnologici statunitensi.
  • Dispositivi medici e prodotti farmaceutici – riduzione di barriere e riconoscimento di certificazioni.

Settore Agroalimentare

  • Prodotti agricoli statunitensi – accesso preferenziale per alimenti, carne, pollame.
  • Beef, pork, dairy – semplificazione delle procedure di registrazione e commercio.
  • Rimozione di barriere non tariffarie – eliminazione di vincoli e ostacoli burocratici.

Minerali critici e risorse naturali

  • Filiere dei minerali critici – cooperazione per forniture e catene di valore strategiche.
  • Accesso a risorse e materie prime – condizioni agevolate per esportazioni argentine di risorse non disponibili negli USA.

Barriere commerciali e standard

  • Dazi doganali – riduzione o modifica su prodotti specifici, con accessi preferenziali.
  • Eliminazione barriere non tariffarie – riduzione di licenze, tasse statistiche e requisiti routinari.
  • Allineamento di standard tecnici e di sicurezza – accettazione di beni secondo norme internazionali.

Proprietà intellettuale

  • Protezione e modernizzazione – lotta alla contraffazione, rafforzamento di brevetti e marchi secondo standard globali.

Altri ambiti coinvolti

  • Diritti del lavoro – impegno a rafforzare normative contro lavoro forzato e compliance lavorative.
  • Sicurezza economica – coordinamento contro pratiche non di mercato e controlli alle esportazioni.
  • Commercio digitale e dati – apertura cross-border per servizi digitali e riconoscimento di firme elettroniche.

Ora, quale impatto avrà questo accordo? Ci sono tre scenari di impatto economico dell’accordo commerciale Argentina–Stati Uniti, costruiti in modo realistico e coerente con quanto emerge da fonti governative e dalla stampa economica argentina. Intanto, i suoi effetti non saranno immediati né uniformi, ma dipenderanno da variabili politiche, regolatorie e di mercato. È possibile delineare tre scenari principali: uno ottimistico, uno intermedio e uno critico.

Scenario 1: Espansione competitiva (scenario ottimistico)

In questo scenario, l’Argentina riesce a sfruttare pienamente l’apertura dei mercati, accompagnando l’accordo con riforme interne coerenti, quelle che Milei ha già presentato al congresso, in primis quella del mercato del lavoro (in fase di approvazione) e quella fiscale (già approvata): deregolamentazione, riduzione dei costi burocratici, stabilità monetaria e certezza del diritto. Gli effetti principali potrebbero essere:

  • Forte aumento delle esportazioni agricole e minerarie verso gli USA.
  • Ingresso massiccio di investimenti statunitensi, soprattutto in energia, litio, infrastrutture e agroindustria.
  • Trasferimento tecnologico e miglioramento della produttività.
  • Rafforzamento del peso argentino nelle catene di valore nordamericane

In questo contesto, l’accordo agirebbe come ancora di credibilità internazionale, accelerando la crescita e consolidando la strategia di apertura perseguita dal governo Milei. L’Argentina diverrebbe un hub regionale affidabile per capitale e produzione.

Scenario 2: Crescita selettiva e asimmetrica (scenario intermedio)

Qui l’accordo produce benefici reali, ma concentrati solo in alcuni settori, mentre altri faticano ad adattarsi. Le riforme interne procedono, ma con ritardi e resistenze politiche. Del tipo?

  • Boom nei settori competitivi (minerali critici, energia, agribusiness orientato all’export).
  • Pressione sulle industrie protette, come manifattura tradizionale e tessile (come già sta avvenendo peraltro).
  • Aumento delle importazioni USA che mette in difficoltà imprese meno efficienti.
  • Crescita economica complessiva moderata, ma non omogenea.

In questo scenario, l’accordo non fallisce, ma accentua le differenze tra settori dinamici e settori arretrati. Ergo, il mercato farà la sua parte e imporrà scelte più redditizie e meno autarchiche tra gli imprenditori locali.

Scenario 3: Shock competitivo e resistenza interna (scenario critico)

Questo scenario, secondo i critici di Milei, si verifica se l’apertura commerciale non è accompagnata da riforme strutturali, oppure se forti pressioni politiche interne portano a rallentamenti, deroghe o contro-riforme. Con quali effetti?

  • Aumento delle importazioni senza adeguata capacità di esportazione.
  • Chiusura di imprese inefficienti non preparate alla concorrenza (scenario già in corso da due anni a questa parte).
  • Ritorno di richieste di sussidi, protezioni e intervento statale (che difficilmente il governo Milei consentirà).
  • Rischio di delegittimazione politica dell’accordo.

I critici dell’accordo sono quelli che lo dipingono come “imposto” o “dannoso”, trattasi di coloro che rimpiangono un sistema economico rigido e corporativo.

In sintesi, per concludere, l’accordo Argentina–USA non è di per sé una garanzia di successo né una minaccia automatica. È uno strumento di apertura dei mercati. Il suo esito dipenderà dunque dalla capacità dell’Argentina di:

  • Accettare la concorrenza.
  • Rimuovere rendite e privilegi.
  • Favorire l’imprenditorialità reale anziché quella che tanto piace ai “capitalisti di Stato”, ovvero ai “prenditori” abituati ad avere monopoli legali e sussidi pubblici.

Vale dunque la pena ricordare, per l’ennesima volta, che non è il libero commercio a creare problemi, ma l’incontro tra apertura al mondo e rigidità interne (che peronismo e kirchnerismo hanno adottato per decine d’anni). Se accompagnato da riforme coerenti, come in parte già viste e come in altra parte in corso, l’accordo può rappresentare uno dei pilastri della rinascita economica argentina.

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