L’attacco dei comunisti (la sinistra) al pensiero occidentale

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di ARTURO DOILO

Duncan Whitmore ha scritto un interessantissimo articolo su “The Libertarian Alliance”, che merita di essere citato e riassunto. Cosa ci dice l’autore?

Il declino dell’Occidente – afferma – non è soltanto una questione culturale: è, prima di tutto, una battaglia sulle idee. Quante volte lo abbiamo ripetuto su questa pagine? Secondo Whitmore una parte della sinistra contemporanea non si limita a contestare singole politiche, ma mette in discussione le fondamenta intellettuali della civiltà occidentale: ragione, proprietà privata, famiglia, libero mercato, responsabilità individuale e limiti al potere politico. Tutto ciò che ha reso grande, e libera, la parte del mondo più evoluta, quella – per citare Bassani – per cui vale la pena di vivere.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il fallimento del socialismo avrebbe dovuto provocare una crisi profonda della sinistra. È accaduto invece il contrario, come ha ben dettagliato il nostro direttore nel suo libro “Il Muro di Berlino e i suoi calcinacci”. Le sue idee sono riemerse attraverso l’ambientalismo, la politica identitaria, il capitalismo degli stakeholder e l’espansione delle istituzioni amministrative. Tutto all’insegna della “lotta di classe”, che si è trasformata in “lotta di caste”. Parallelamente, la storia occidentale viene sempre più raccontata come una successione di oppressioni, colonialismo e sfruttamento, mentre le istituzioni che hanno favorito prosperità e progresso vengono descritte come strumenti di esclusione. Il mondo capovolto insomma!

Whitmore individua una delle strategie decisive nella conquista delle istituzioni culturali: università, media, scuola, amministrazione e mondo artistico. Una dinamica che richiama la ben nota – ed infame – egemonia culturale teorizzata da Antonio Gramsci.

Tuttavia, l’autore avverte che non basta rispondere a questa offensiva con il nazionalismo o con il conservatorismo. Il problema fondamentale non è soltanto chi detiene il potere, ma il potere stesso. Sostituire una classe dirigente progressista con una conservatrice, lasciando intatta la macchina statale, rischia di riprodurre gli stessi meccanismi di coercizione, sorveglianza e controllo.

La radice economica e morale del problema, secondo Whitmore, risiede nell’indebolimento del legame tra produzione e ricompensa. Moneta fiduciaria, espansione del credito, sussidi e dipendenza dallo Stato consentirebbero a individui e gruppi di ottenere risorse senza creare necessariamente un valore equivalente per gli altri. Si indebolirebbero così responsabilità, risparmio, disciplina e cooperazione volontaria, mentre aumenterebbe la tendenza a considerare la prosperità un diritto da rivendicare anziché il risultato di attività produttive.

L’autore critica anche l’idea socialista secondo cui disuguaglianze e scarsità sarebbero principalmente prodotti di istituzioni oppressive. La scarsità, sostiene, è una condizione permanente dell’esistenza umana: proprietà privata, mercato, famiglia e tradizioni sono istituzioni sviluppate per affrontarla, non semplicemente ostacoli da abbattere.

Anche sull’immigrazione Whitmore sposta l’attenzione: la responsabilità principale delle trasformazioni culturali non ricadrebbe necessariamente sugli immigrati, che sono lo strumento, ma sulle élite occidentali che promuovono tali cambiamenti, indeboliscono i confini e delegittimano le tradizioni nazionali. In sintesi, favoriscono l’invasione a suon di welfare state!

La conclusione del pensiero di Whitmore è radicalmente libertaria. Difendere la civiltà occidentale non significa affidarsi a governanti più patriottici, ma ridurre la concentrazione del potere, rafforzare proprietà privata e libertà individuale, favorire il decentramento e la cooperazione volontaria, il libero scambio e la libertà di scelta. La vera alternativa, in definitiva, non è tra potere progressista e potere nazionalista, ma tra una società fondata sulla libera cooperazione e una nella quale qualcuno pretende di organizzare coercitivamente la vita degli altri.

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