Il giornalismo serio non dovrebbe funzionare come un ufficio di propaganda

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di DIEGO M. MACANA ROA

La doppia morale del giornalismo è scandalosa. Quando un politico di destra difende le proprie idee, spunta subito l’etichetta di «ultradestra», come se fosse un insulto, un avvertimento o un modo per delegittimare il suo pensiero senza bisogno di discutere gli argomenti. Ma quando si tratta della sinistra, quegli stessi giornalisti ricorrono di solito a termini molto più gentili: progressismo, giustizia sociale, sensibilità sociale o difesa dei diritti.

Perché per gli uni usano un’etichetta che cerca di generare paura e per gli altri un linguaggio che cerca di generare simpatia? Se vogliamo usare il termine «ultradestra» per descrivere determinate posizioni politiche, perché non applichiamo lo stesso criterio all’«ultrasinistra»? Non esistono forse movimenti di sinistra radicale che hanno difeso dittature, perseguitato oppositori, censurato la stampa e giustificato la violenza politica? Perché alcuni vengono presentati come una minaccia per la democrazia mentre altri vengono trattati come idealisti che semplicemente vogliono un mondo migliore?

Un’etichetta può servire a descrivere, ma può anche essere usata per stigmatizzare. Quando si chiama qualcuno «ultradestrista» prima di spiegare le sue idee, si condiziona il pubblico a rifiutarlo senza ascoltarlo. E quando si omettono le etichette equivalenti per certi settori della sinistra, risulta evidente che non siamo di fronte a un criterio giornalistico uniforme, ma a un pregiudizio ideologico. E c’è di più: non si può vantare un giornalismo indipendente mentre si usano le parole per demonizzare gli uni e ammorbidire gli altri.

Il giornalismo serio non dovrebbe funzionare come un ufficio di propaganda ideologica. Il suo compito è informare, indagare e mettere in discussione il potere, non decidere quali ideologie meritino una presentazione favorevole e quali debbano essere condannate in anticipo. Alla fine la domanda è semplice: vogliono analizzare le idee politiche con rigore o vogliono manipolare la percezione del pubblico mediante etichette? Perché quando la stessa condotta viene condannata in un avversario e giustificata in un alleato ideologico, non stiamo più parlando di principi democratici. Stiamo parlando di doppia morale, doppiopesismo.

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