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Il complesso dei “salvapatria” distanti dal sentire comune

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di GIULIA CORTESE “La sinistra si crede in eterno affascinante e invece non piace, è antipatica e incomprensibile, supponente e malata di politica. Non dice quello che pensa e non dice quello che è”. Una citazione, quest’ultima, di Alfonso Berardinelli, che risale al 2005. Da allora sono passati sette anni, eppure, le cose non sembrerebbero essere cambiate granché. Un’eterna costante della sinistra, da quella moderata a quella più radicale, è un sentimento di superiorità morale e intellettuale, da cui deriva una tendenza a pronunciare parole di nebbia, incomprensibili alla gente comune, e più in generale, a parlare per formule e linguaggi codificati. Se quest’ultimo atteggiamento è una caratteristica ricorrente del linguaggio politico, tanto che si parla spesso di “politichese”, lo è ancora di più della sinistra italiana, la quale viene accusata da molti di esprimersi in “sinistrese”. In Italia, essa è convinta di rappresentare sempre e comun
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