di PAOLO L. BERNARDINI
A pochissimi giorni dalla morte di un grande scienziato credente, grande scienziato, e grande credente, Antonino Zichichi, ci ha lasciato un altro grande scienziato, e sincero credente, Dario Antiseri. Queste morti parallele sono motivo, per noi, di riflessione, e non solo di dolore: innanzi tutto, ci portano a riconsiderare l’insieme della loro opera, e il loro altissimo magistero, di vita e di sapere, accademico e pubblico.
Ora, non ho le competenze, di certo, per parlare di Zichichi, mentre qualcuna forse ne ho per farlo di Antiseri (anche se una riconsiderazione di tutto il suo pensiero richiede tempi lunghi, come naturale e ovvio), sui cui libri ho studiato, sulle cui idee – fino alla relativamente recente polemica antirelativistica in cui si è trovato coinvolto – mi sono cimentato, riflettendo anche sul perché avesse preso una posizione netta contro Rothbard, e l’anarco-capitalismo, nel libro pubblicato da Rubbettino nel 2011, contrapponendo un’etica dell’ermeneutica, alla Gadamer, all’etica, e al sistema rothbardiano, radicali in quanto perfettamente coerenti (“Cosa vuol dire esser radicali? Vuol dire esser coerenti!” diceva più o meno Ayn Rand).
Antiseri ci ha lasciato un immenso vuoto, che è colmato dalla grandezza della sua opera. Nel solco di pensatori fondamentali per la sua generazione, piuttosto che per la mia, o quelle successive, come Popper, e di autori legati al liberalismo classico piuttosto che al libertarismo, come Hayek: che ricorrono quasi ossessivamente nell’opera di Antiseri, sezionati e smembrati, resi vivi dove possono o potevano tuttora esserlo, e messi alle strette dove è necessario.
Antiseri è stato un liberale cattolico, o un cattolico liberale (quasi lo stesso, forse…): fondamentalmente, capace di dialogare anche con pensatori di orientamenti del tutto differenti, come Ralf Dahrendorf o Hempel, e al contempo di fornire intuizioni fondamentali sui classici del passato, non solo del Novecento. Per portare un solo esempio: nell’anno francescano, il 2026, che lo ha visto salire a quel Cielo di cui così spesso, quasi sempre, parla nelle proprie opere, occorre ricordare l’importanza notevole, e proprio per scoprire l’essenza liberale nella povertà di Francesco (o piuttosto della sua scuola), un anarco-pauperismo che pure ha tanti tratti dell’anarco- capitalismo, di un suo libro:
L’attualità del pensiero francescano. Risposte dal passato a domande del presente, pubblicato sempre da Rubbettino nel 2008. Di nuovo 60 pagine, ma incredibilmente dense, ove, tra l’altro, Ockham assurge al ruolo di proto-liberale in modo splendido, come merita. E Scoto anche. Fede e libertà, libertà e fede, formano una diade estremamente felice. Si può parlare di fede nella libertà, e libertà nella fede, e in qualche modo esse vanno sempre di pari passo. E in questo senso è da leggersi un altro “aureo” libretto di Antiseri, appena 60 pagine, intensissime, La «via aurea» del cattolicesimo liberale, pubblicato sempre da Rubbettino nel 2007. E il Cattolicesimo è vissuto come risposta alla straziante domanda fondamentale della filosofia: “Perché l’essere piuttosto che il nulla”?: domanda posta in modo radicale dalla tradizione dell’esistenzialismo cristiano, che ha le stesse angosce del nichilismo e del materialismo, ma le supera, nell’atto di credere, diverso da quello del pensare, e ad esso opposto, nella lacerazione interiore provocata dalla tragicità della vita, e dalla ricerca di senso.
Fino all’ultimo, fino al suo ultimo libro, di cui qui brevemente parlerò, egli ha avuto come guide e interlocutori ideali soprattutto Pascal e Kierkegaard, su cui ha scritto tra l’altro due monografie (pubblicate entrambe da Bompiani nel 2005): pensatori tutt’altro che dogmatici, ma metodologicamente quantomeno aperti. Per cui, non si poteva chiedere ad Antiseri di uscire dalla tradizione della filosofia occidentale in cui era radicato, al pari del suo collega ed amico, un altro Maestro, Giovanni Reale. Né gli si poteva chiedere di essere un liberale-classico o addirittura un libertario radicale, anche per un semplice motivo: il suo elogio del relativismo è un elogio della critica, e dell’anti-scientismo, di Popper, e mette bene in guardia da uno dei limiti di quello che è – anche – il mio pensiero: il rischio di trasformare in dogma, con relativa dottrina dogmatica, proprio quello che per sua stessa definizione, concettualmente, ma addirittura ontologicamente, sta alla sua antitesi (all’antitesi del dogma), ovvero la “libertà” stessa.
In questo, la lezione di Antiseri è e sarà sempre salutare, come mostra il suo passo d’addio, il breve, intenso volume “I dubbi del viandante”, pubblicato sempre da Rubbettino – che fu forse l’editore presso cui pubblicò più spesso, a partire, se non erro, dal volume Liberi perché fallibili, del 2005. Chiunque si metta in cammino non può non essere colto dal dubbio – innanzi tutto, dubitando se mai arriverà mai alla meta, e se quella meta che si è
posto corrisponderà all’immagine che egli si è fatto di essa. Il viandante è lo scettico per eccellenza, lo “homo viator” della tradizione medievale. In tal senso, il viandante è metafora del filosofo: in fondo “metodo” è parola greca legata alla “strada”: “la strada attraverso cui” si raggiunge qualcosa, ma anche la strada in cui ci si trova, “in mezzo alla strada”. E “problema” è quel che “si pone davanti”, ovvero l’ostacolo. Che si può e si deve superare in vari modi. Ma non si sa se ciò potrà sempre accadere. E in questo suo breve passo d’addio si condensa e scioglie, al contempo, la lezione di una vita: la fallibilità della scienza, la dialettica tra verificabilità e falsificazione, la questione per l’appunto del metodo delle scienze sociali, che in modo magistrale Antiseri ha sempre identificato con quello delle scienze esatte, rendendo anche la mia disciplina, ad esempio, la storiografia, una scienza. Altrimenti, sarebbe davvero dotata di senso? E qui si inserisce uno dei cardini della riflessione di sempre di Antiseri, quella sul rapporto tra scienza e fede, e in chiusura di questo breve libro, un testamento vivo e vero, un’apologia della libertà declinata in libertà di pensiero e ricerca assoluta di coerenza nel dialogo si legge questa pagina bellissima, che qui riporto per intero:
- “Non è la scienza che dissacra il mondo. La scienza purifica la fede dalle incrostazioni della superstizione e, finché rimane ricerca scientifica, non nega né afferma lo spazio della Trascendenza. E, in ogni caso, per poter essere investigato scientificamente, il mondo deve essere già dissacrato. E il mondo che non è Dio, che non è sacro è il mondo del creazionismo giudaico-cristiano, un mondo non più intoccabile, ma pronto a essere sì oggetto di osservazione, ma, insieme, a essere manipolato, smontato e, dunque, capito ed eventualmente a essere utilizzato a fini umani. Il messaggio cristiano è anti-idolatrico: desacralizza il potere politico – Kaýsar non è Kýrios; proibisce di trasformare in divinità la ricchezza – non si può servire a due padroni: a Dio e a Mammona; vieta di genuflettersi davanti ad una ragione mascherata da dea-Ragione. E opera la più grande disanimazione, mortificazione e razionalizzazione della natura predisponendola all’indagine scientifica. Non un aut-aut, ma un et-et è il rapporto esistente tra scienza e fede religiosa. Insanabile non è il rapporto tra la sfera dei valori della scienza e quella della fede religiosa. Insanabile, piuttosto, è la tensione tra quella «religione della scienza» che è lo scientismo – la scienza indebitamente trasformata in metafisica del «tutto» – e la fede religiosa. Scienza e fede sono compatibili perché incommensurabili sono le rispettive domande. Galileo: la meccanica ci dice «come vadia il cielo», la fede «come si vadia al cielo».” (pp. 91s).
Parole da inscriversi su una lapide imperitura. Il vero illuminismo lo porta proprio la Fede, e siamo nel segno di Keith Thomas, per rimanere in territori a me più consueti. Questo tacita e di molto: laicisti e secolarizzatori, atei da tv e atei da bordello, semilavorati del sapere filosofico che popolano ancora tanti giornali e università (anche la mia) che non si sono mai posti il discorso fondamentale del metodo che Antiseri prende da Popper rivestendolo profondamente di significato, e conferendogli maggior senso, nel contesto di un pensare cattolico.
In questo senso, il discorso relativistico è quello scettico, che è fondamentale entri anche nella riflessione libertaria, che è parte di quella grande riflessione occidentale, e non deve ergersi in scuola conchiusa, per cui nominare Hegel o Heidegger o Kelsen o Scheler è o diviene una bestemmia: molto volentieri ho letto e recensito l’ultimo libro di Marco Bassani, sull’Occidente contro l’Occidente (pubblicato da Liberilibri), l’Europa contro gli USA, proprio perché fa dialogare anche autori, i più vari della tradizione occidentale, non di scuola liberale- classica o libertaria all’interno di un discorso libertario, ma fondamentalmente conservatore. Questo perché?
Perché proprio nel metodo, che è alla fine legato allo scetticismo (metodologico, appunto, e non sistematico) esiste la possibilità di chiedersi, ad esempio, perché l’anarco-capitalismo radicale, il libertarismo di Mises e Rothbard non si siano realizzati mai davvero, mentre sistemi disumani come quello di Marx purtroppo lo abbiano fatto. Questo il tragico divario tra pensiero e realtà che Kant identificò così bene. Per cui Antiseri non va accusato di essere anti-rothbardiano, anti-misesiano, o di essere ma solo parzialmente filo-Hayek, e via così. Egli va guardato nell’immensa ricerca sul fondamento delle scienze sociali che diviene, ed è alla sua base, ricerca sul fondamento del senso dell’Essere.
Per chi criticava ampiamente la metafisica (almeno nel suo essere fondamento di fede, nel suo primo scritto del 1980), una posizione ben metafisica. Ma non può esserci filosofia – neppure della libertà – senza una metafisica. La via per il raggiungimento del nostro sogno, la Libertà, deve molte pietre miliari ad Antiseri. E’ lunghissima e dunque quando sembra facilmente percorribile scopriamo che è rettilinea solo in apparenza. Interrogarci sul metodo è interrogarci sulla strada, e dunque anche su noi stessi. Se si
libera la Libertà dal dogma che la circonda, essa acquista nuova luce, e questa nuova luce, rendendola maggiormente visibile, ce la rende (a noi viandanti) anche maggiormente raggiungibile.
Il pensiero che eleva a dogma la Libertà – pur avendo tutte le ragioni per farlo quando la vede continuamente mortificata nella prassi – non le rende un grande servizio, proprio perché conferisce al pensiero i tratti brutali della prassi stessa che il pensiero per sua natura, ontologicamente, diverso, rifiuta. E’ proprio il relativismo ad offrire alla libertà la possibilità di configurarsi meglio, poiché nella fattualità dell’azione umana una scelta deve realizzarsi (per noi, ovviamente, la lotta per la libertà stessa nei suoi aspetti fattuali), ma la sfera dell’azione differisce da quella del pensiero, in cui il relativismo inteso come scetticismo, come revoca in dubbio anche degli assunti più radicali, è l’unica opzione per non ricondurre il pensiero stesso alla cecità, ma soprattutto alla non- revocabilità, alla brutalità necessaria, della scelta, dell’azione, della praxis, che è univoca per sua natura (e spesso irreversibile). Non è una concettualizzazione semplice, richiede una “fatica” del concetto (Hegel) non da poco, ma è fondamentale anche e proprio perché il pensiero libertario si concretizzi in azione libertaria, entrando in un’altra sfera, ontologicamente contrapposta. Questo ho compreso (insieme a molto altro) da lui, da quando ho cominciato a leggerlo, nei primi anni Novanta di un secolo che pare passato da un secolo, anche se così non è.
Grazie Maestro per tutto quanto, in una vita di operosità e Fede, di costanza e attenzione, ci hai insegnato! Ti sarà lieve la terra, poiché la hai resa più lieve, in vita, a tutti noi, aiutandoci a sviluppare quel che Dio ci ha dato di più grande, il pensiero. Che va indirizzato sempre verso la Libertà. Ma che se non ci fosse, renderebbe per noi non intelleggibile, insieme a molto altro, purtroppo, la Libertà stessa. Il relativismo non è una prassi. Buon viaggio, viandante!

