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Auto, storia della “colonnina” infame

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di MATTEO CORSINI

Ogni mese, in occasione della pubblicazione dei dati relativi alle immatricolazioni di nuove auto, si assiste a una rappresentazione dello stesso copione, con poche variazioni. Si cerca di magnificare ogni dato che dimostri l’incremento delle immatricolazioni di veicoli elettrici, solo talvolta mettendo in relazione tale fenomeno con l’ampiezza degli incentivi messi a disposizione (a carico dei pagatori di tasse) nei singoli Stati.
Dopodiché si evidenzia come l’Italia sia spesso il fanalino di coda a livello europeo e si tende a spiegare il fenomeno con la carenza di colonnine di ricarica lungo la rete (auto)stradale. Immancabile, a seguire, l’appello delle associazioni di categoria affinché il governo stanzi più fondi, sia per incentivare l’acquisto, sia per fare spuntare colonnine di ricarica in ogni angolo del Paese.
Infine, la consueta richiesta di un tavolo, come fa, da ultimo, il direttore generale dell’Unrae Andrea Cardinali. Secondo il quale è “auspicabile un confronto autentico, e non a posteriori, con tutti gli attori della filiera, in sede di Tavolo Automotive, la cui convocazione lungamente attesa non sembra ancora nemmeno alle porte.”
A costo di essere ripetitivo, anche se ci fossero colonnine ogni 10 chilometri (e non è gratis installarle), a oggi questo non renderebbe più veloce il tempo medio di ricarica, che nella versione “veloce”, peraltro quella che carica solo l’80% della batteria e ne velocizza anche la perdita di efficienza nel tempo (accorciandone, di fatto, la vita utile).
In sostanza, forse si vedrebbero meno persone alla guida di una Tesla, a cui Elon Musk promette di poter viaggiare a una “ludicrous speed”, mettersi in scia ai TIR in autostrada per risparmiare batteria ed evitare di rimanere fermi prima di raggiungere una colonnina di ricarica. Ma ciò non renderebbe meno lunghe le soste per ricaricare.
Né aumenterebbe il numero di coloro che possono permettersi un’auto elettrica dal punto di vista meramente economico. E qui tornano in ballo gli incentivi. I quali, essendo pagati con le tasse altrui, non possono essere molto generosi e al tempo stesso essere destinati a un pubblico di massa, altrimenti si finirebbe per pagare con una mano quello che si crede di risparmiare con l’altra.
Di questo passo, la riduzione delle emissioni (peraltro un impatto ridicolo a livello europeo e ancor di più mondiale) derivanti dalle auto averrà lasciando a piedi milioni di automobilisti. Per la gioia degli ambientalsocialisti europei.

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2 COMMENTS

  1. l’elettrico è ancora acerbo per tanti motivi, in primis le prestazioni/costi delle batterie, SOLO se ci saranno miglioramenti importanti, gli utenti/consumatori potranno decretarne il successo e NON i politici ad imporlo
    ad oggi le reti non sono nemmeno in grado di erogare la potenza necessaria per un passaggio ad elettrico anche solo del 20-30% del parco circolante ed inoltre con i prezzi attuali delle ricariche FAST si vanifica anche il guadagno sui consumi che avevano le prime Tesla (0,25-0,33 €/kwh)
    a parte il risultato di avere in città meno rumore e aria localmente più pulita (si sposta l’inquinamento alle centrali di produzione), resta da dimostrare come queste scelte possano incidere sul clima globale dato che sarà difficile andare oltre il 50-60% di energia “green” visto che anche i riscaldamenti degli edifici (compreso acqua calda e piani cucina) da 4-5 stanno passando “forzatamente” a sistemi elettrici

    • Se qualcosa funziona, il mercato lo adotterà. Non serve imporlo con sussidi, incentivi, tasse e leggi ad ho. Le carrozze non sono sparite per legge, ma perchè le auto si sono dimostrate un prodotto migliore per la mobilità.

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