FISCO, RIECCO LA SCUSA DELLA CONCORRENZA SLEALE

di MATTEO CORSINI

Da quando è stato nominato, un anno fa, alla guida dell’Autorità garante della Concorrenza e del mercato, il mantra di Roberto Rustichelli pare essere la lotta alle imprese, soprattutto nel settore della tecnologia, che non pagano abbastanza tasse in Italia e ai Paesi che, a suo dire, fanno concorrenza fiscale sleale.

“L’utilizzo della leva fiscale per fare concorrenza sleale agli altri Paesi produce una distorsione estremamente grave, che mina l’idea stessa di un’Europa solidaristica”, secondo Rustichelli. Che si riferisce per lo più a Irlanda, Lussemburgo e Olanda, aggiungendo:

“Simili politiche incidono sulle possibilità di crescita dei Paesi. Basti ricordare che negli ultimi cinque anni il prodotto interno lordo italiano è cresciuto solo del 5%, mentre il Pil dell’Irlanda del 65%, del Lussemburgo del 16% e dell’Olanda del 12%. L’Europa deve ritrovare un autentico spirito di solidarietà, anche attraverso politiche di sostegno ai singoli Paesi che però non si traducano in distorsioni del mercato del lavoro”.

Rustichelli sembra ritenere che l’Italia cresca meno degli altri Paesi europei per via della concorrenza sleale di alcuni di questi dal punto di vista fiscale. Si tratta di una affermazione priva di fondamento oggettivo. Tra l’altro si potrebbe argomentare che una delle cause della perdurante minore crescita dell’Italia consista nel fisco esoso, oltre che sadicamente complesso.

L’idea, poi, che chi applica regimi fiscali più appetibili per le imprese di quello italiano stia venendo meno a uno spirito di solidarietà che sa molto di pretesa da accattone, è ancora meno plausibile. I Paesi citati da Rustichelli hanno entrate comprese tra i 5 e i 23 punti di Pil in meno rispetto all’Italia, e hanno anche una spesa pubblica inferiore (nel caso dell’Irlanda, soprattutto).

Credere che i problemi dell’Italia si possano risolvere aumentando le entrate, sia attraverso la sempreverde lotta all’evasione fiscale, sia con nuove forme di tassazione (vedi alla voce: web tax), significa perpetuare la rincorsa a mezzo tassazione di una spesa pubblica in continua ascesa e considerata come variabile indipendente nell’equazione del bilancio dello Stato.

Il modo migliore per continuare a condannare i pagatori di tasse a vivere in un inferno fiscale, senza peraltro colmare il gap di crescita economica con gli altri Paesi europei.

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