GLI STATALESI E LA SOLITA “PACCATA DI SOLDI” DA SBORSARE

di MATTEO CORSINI

La categoria degli statalisti, che in Italia non ha mai sofferto di cali demografici, chiude il 2019 più in forma che mai. Non passa giorno che qualcuno non invochi qualcosa di simile all’Iri o non dichiari che l’intervento dello Stato si rende non solo necessario, ma perfino auspicabile per far fronte a fallimenti del mercato e fare dell’Italia un paradiso di innovazione e produttività. Da ultimo il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, in una lunga intervista a Repubblica, ribadisce il concetto:

  • “La logica di mercato e l’intervento dello Stato possono coesistere perfettamente, proprio perché esistono i fallimenti di mercato nei quali lo Stato non solo può, ma deve intervenire”.

Ovviamente basta definire “fallimento di mercato” qualsiasi esito sgradito al governante di turno, che dall’intervento, sempre “per il bene del Paese”, punta a ottenere consenso elettorale a spese dei pagatori di tasse.

Ecco, quindi, che lo Stato si appresta a gettare l’ennesima paccata di soldi in Alitalia, nell’Ex Ilva e nella Banca Popolare di Bari. Tutti casi che, con assoluta mancanza di senso del pudore, sono classificati come “fallimenti di mercato”, essendo in realtà fallimenti di aziende decretati dal mercato.

Interventi che sono etichettati all’insegna del “rilancio” delle aziende, magari tinteggiando il tutto di “green”, quando in realtà hanno come scopo fondamentale quello di evitare la liquidazione delle stesse o ristrutturazioni con pesanti ricadute occupazionali. Prendiamo Alitalia, per esempio. Afferma Gualtieri:

  • “L’obiettivo è il rilancio della compagnia nel quadro di una soluzione di mercato in un confronto con gli operatori internazionali, che può prevedere anche il coinvolgimento di Ferrovie per valorizzare l’intermodalità del trasporto. Comunque spetta al nuovo commissario fare le scelte più opportune per garantire il futuro della compagnia”.

La formula “soluzione di mercato” è utilizzata allo scopo di scongiurare la bocciatura degli interventi da parte della Commissione europea in quanto aiuti di Stato non conformi alle norme comunitarie. Ma dalla intermodalità di trasporto (dove altro accade?) cosa ci si deve attendere se non condizioni monopolistiche su buona parte del trasporto aereo e ferroviario domestico?

Gualtieri confida che la Commissione europea non metta i bastoni tra le ruote, perché col nuovo corso si è capita la “necessità di contemperare le esigenze della concorrenza con quelle di favorire la crescita di imprese che possano concorrere a livello globale”. Come no: con l’intervento dello Stato avremo campioni globali. Roba da ministro dell’Economia della Repubblica popolare cinese. Ancora Gualtieri:

“Stato e mercato possono coesistere proprio per far funzionare meglio il mercato, e d’altronde è quello che avviene in tutti i grandi paesi avanzati. Non vogliamo sussidiare inefficienze ma, quando è necessario, promuovere gli investimenti e l’innovazione nei settori strategici. Da questo punto di vista la formula dell’azionariato misto pubblico-privato ha dato buona prova di sé anche nel contesto delle privatizzazioni. Le più importanti multinazionali italiane sono ancora oggi società a partecipazione pubblica”.

Che il mercato funzioni meglio con l’intervento dello Stato caro ai Gualtieri di questo mondo c’è da dubitarne. Quegli interventi lo fanno funzionare come preferiscono gli interventisti, quindi “meglio” dal loro punto di vista, ma non in senso oggettivo. D’altra parte sono loro a definire “fallimenti di mercato” i fallimenti di aziende che non riescono a competere adeguatamente sul mercato. Quanto al debito pubblico, già enorme, nessun problema per Gualtieri:

“I vincoli delle finanze pubbliche ci rendono attenti e prudenti nella selezione degli interventi, che devono sempre ponderare con cura benefici e costi, compresi quelli di un mancato intervento”.

Non per niente la sua “credibilità” ha consentito all’Italia, con giubilo da parte di tanti, di coprire in deficit oltre metà del rimando al futuro delle clausole di salvaguardia per il 2020. Quindi saranno “attenti e prudenti” ponderando “con cura costi e benefici”. Alitalia, da quattro decenni a questa parte, docet. Ma secondo Gualtieri lo Stato non è un assorbente di perdite:

“Servono senza dubbio politiche industriali per favorire lo sviluppo del Paese. Sarebbe improprio considerare lo Stato quello che si accolla le perdite quando un’impresa non può stare in piedi per ragioni strutturali, ma è altrettanto datato un pensiero che affida allo Stato solo la funzione di fare le regole. Siamo invece in una fase nuova – a livello non solo italiano, ma europeo e globale – con sfide mai viste prima: quelle dell’innovazione continua, delle tecnologie dirompenti e della sostenibilità ambientale e sociale. E proprio per far fronte a queste sfide, in sintonia con quanto sta facendo anche la nuova Commissione europea, serve un nuovo modello di politica industriale che veda il concorso delle politiche pubbliche e degli attori privati”.

Evidentemente per Gualtieri non ci sono “ragioni strutturali” alla base delle crisi delle aziende in cui lo Stato intende intervenire. E se non ci sono in questi casi, si deve concludere che non ce ne siano mai. Con buona pace dei pagatori di tasse che continueranno a pagare il conto.

Quanto all’innovazione, probabilmente Gualtieri è un fan di Mariana Mazzucato, ma quella dello Stato innovatore è una narrazione che, per lo meno in Italia, non ha riscontro nella realtà. E, in generale, non risulta che all’aumentare del tasso di statalismo si sia assistito in giro per il mondo al raggiungimento di eccellenze nell’innovazione. Il tutto anche prescindendo dall’inevitabile compressione della proprietà privata che un maggior tasso di statalismo comporta.

In definitiva, pagheremo ancora, e quando anche questi interventi si riveleranno fallimentari, saranno bollati come “fallimenti di mercato”. E via un altro giro di interventi.

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