di ALTRE FONTI
La migliore sintesi è ancora una volta di quel genio di Giorgio Gaber quando canta: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Il tema è ancora una volta quello dell’italianità, che affiora, per lievitare prepotentemente, ogni qualvolta si mette in discussione l’organizzazione statuale. Lo si è visto allorché si è ventilata l’ipotesi di una strutturazione federale dello stato; per paura del cambiamento si è giocata la carta dell’italianità, intesa nella sua forma più abusata, banale e deteriore, ovvero quella dei simboli e degli inni, della bandiera e della nazionale di calcio, che non impegna, arriva a tutti ed è facile da esternare senza costi o sacrifici per nessuno e che, nei termini della banalizzazione cui viene costretta, non differisce di molto dagli stereotipi pizza, mandolino e mafia.
Se quindi il potere, nel momento in cui si vede messo in discussione, gioca la carta dell’italianità, significa che di fondo
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